Il Pd riparte dall’unità imposta da Zingaretti. Ma con la mina vagante di Renzi.

Foto © Daniele Stefanini, Imagoeconomica

Sullo sfondo rimane l’idea del senatore di Rignano di voler dar vita ad un partito di centro. Però il segretario nazionale confida nel fatto che è meglio evitare scissioni. In Ciociaria si riparte dai ruoli e dalle ambizioni dei soliti noti: De Angeli, Buschini, Battisti, Pompeo.

Quando tra qualche mese si capiranno ulteriori dettagli (fondamentali) di una crisi di governo nata al Papeete Beach, allora si avrà una contezza perfino maggiore di quanto successo all’interno del Pd.

Il segretario Nicola Zingaretti, presidente della Regione Lazio, alcune cose le ha sottolineate bene: 1) l’accordo con i Cinque Stelle non è per tirare a campare; 2) potrebbe trasformarsi perfino in un’alleanza in vista di Regionali e Comunali; 3) il Pd ha una classe dirigente di primo livello e deve far pesare questo fattore; 4) l’unità è stata salvaguardata.

MATTEO RENZI Nicola Zingaretti foto © Imagoeconomica, Stefano Carofei

In particolare questo ultimo tema: l’unità. Il pensiero va a Matteo Renzi, quello che ha impresso la svolta alla crisi. C’è chi ritiene che la nascita di un Partito di centro, sotto la guida e la leadership di Matteo Renzi, possa perfino rafforzare il quadro di centrosinistra se l’operazione dovesse essere fatta in accordo con Nicola Zingaretti. Vedremo, ma i fatti dicono che finora il segretario del Pd ha fatto… il segretario del Pd. Non vuole una scissione per non perdere peso specifico nelle trattative.

Questa impostazione ha consentito ai Dem di esprimere 9 ministri contro i 10 dei Cinque Stelle (che però hanno una forza parlamentare nettamente maggiore). Ma il Pd indica pure il Commissario europeo, quel Paolo Gentiloni che addirittura può prendere deleghe e posto del potentissimo Pierre Moscovici.

Nicola Zingaretti © Imagoeconomica

La dottrina Zingaretti che è alla base dell’operazione con cui è stato abbattuto un governo Sovranista sostituendolo con un altro impostato sul dialogo, sta tutta nell’intervista rilasciata oggi a Stefano Cappellini su Repubblica.

Quando Salvini ha aperto la crisi lei ha detto subito: al voto. Questo è un governo che ha dovuto subire?
“Ho vinto un congresso sulla proposta di una alternativa al governo giallo-verde. Ma sin dall’inizio della crisi mi sono posto come obiettivo che il Pd arrivasse unito al traguardo, che fosse il voto o un nuovo governo. Abbiamo rischiato la deflagrazione del Pd. Quando ho capito che il partito poteva arrivare unito all’alleanza, ho ritenuto fosse un dovere provarci”.

È stato decisivo Renzi.
“C’è stata un’iniziativa di Matteo, che ha cambiato posizione affermando che l’intesa con il M5S, vista la situazione, non poteva più essere un tabù. Poi Bettini ha ragionato sul fatto che non potesse bastare un governo a termine. Io ho ascoltato. Vengo spesso criticato per il fatto che non alzo la voce o non sbatto i pugni sul tavolo, ma io rivendico il fatto di fare il leader in un altro modo, guidare il partito, fare una sintesi, passi in avanti senza divisioni”.

Però ha dovuto cambiare idea.
“È stato tutto molto trasparente e vissuto in un dibattito pubblico. Non mi sono rifugiato nell’immobilismo ma nemmeno nell’idea del governo a tutti costi. Sarebbe stato un regalo a Salvini. Alla meta siamo arrivati a schiena dritta, con i nostri contenuti: lavoro, crescita, modifica dei decreti sulla sicurezza, nuova Europa”.

Quanto hanno pesato le pressioni dei padri nobili del Pd come Prodi o quelle internazionali?
“Vorrei sfatare la leggenda delle pressioni e delle telefonate. C’è stata, questa sì, la forte percezione che una parte rilevante del nostro mondo chiedesse al Pd di ritrovare il suo ruolo di pilastro del buon governo e garante della democrazia”.

Il problema ora è come valorizzare Renzi e come tenere unito e motivato il partito sui territori.

Buschini, De Angelis e Zingaretti

Anche in provincia di Frosinone. Dove i Democrat esprimono, moltissimi sindaci e tanti amministratori. Oltre che i presidenti di enti intermedi importanti come l’Asi (Francesco De Angelis) e la Saf (Lucio Migliorelli).
Però gli equilibri saranno misurati e verificati quando si tratterà di definire le prossime candidature a Camera, Senato e Regione. Una certezza: Francesco De Angelis sarà il candidato di punta di questo territorio. Solo uno tra Mauro Buschini e Sara Battisti (dell’area di De Angelis e zingarettiani di ferro) concorrerà ancora per la Regione e l’altro tenterà il salto parlamentare? Mentre il presidente della Provincia e sindaco di Ferentino Antonio Pompeo (renziano) cercherà di ritagliarsi una candidatura per Camera o Senato oppure per la Regione.

I nodi da sciogliere saranno questi quando il gioco diventerà duro e decisivo.

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