Aeroporto, Scalia assolto: si poteva fare, fu una grande occasione mancata

L’aeroporto a Frosinone si poteva fare. Se non uno scalo internazionale con cui sostituire Ciampino, comunque poteva essere un’aeroporto per i voli nazionali e gli internazionali a medio raggio. O al limite, poteva essere un eliporto sul quale collocare la base regionale della Protezione Civile e del 118 liberando così Roma Urbe. E’ la prima conclusione alla quale è arrivato in mattinata il giudice Antonello Bracaglia Morante dopo avere esaminato l’inchiesta sulla società Aeroporti di Frosinone.

La seconda conclusione è che il senatore della Repubblica Francesco Scalia non è un pazzo. Soprattutto non è un ladro. E non ha approfittato dei soldi pubblici. Per questo il giudice lo ha assolto con formula piena dall’accusa di ‘peculato‘. (leggi qui su Teleuniverso ‘Aeroporto: assolto Scalia’)

Finisce così, come un palloncino tra le nuvole, la maxi inchiesta della Procura di Frosinone sul progetto più discusso e controverso dell’ultimo quarto di secolo in provincia.

 

ACCUSA E DIFESA

L’inchiesta era nata partendo da un presupposto: Francesco Scalia sapeva benissimo che l’aeroporto a Frosinone non si poteva fare. Ma aveva tenuto in piedi lo stesso la società per realizzarlo. Sprecando così 2,2 milioni di euro. E quando lui era andato via, il carrozzone aveva continuato a restare aperto, macinando spese: circa 400mila euro le aveva fatte Giacomo D’Amico, successore di Scalia alla cloche di Adf . Altri 600mila li ha spesi Gabriele Picano, il successore di D’Amico designato dall’amministrazione di Antonello Iannarilli. (leggi qui l’articolo del 2015 ‘Aeroporto, volavano solo stronzate’)

Una tesi d’accusa che aveva mandato su tutte le furie l’ex presidente della provincia di Frosinone, nel frattempo diventato assessore regionale e poi senatore della Repubblica. In una tumultuosa conferenza stampa aveva tracciato da subito la rotta della sua difesa. In pratica 1. l’aeroporto si poteva fare, al punto che arrivò secondo nella graduatoria esaminata dal Ministero dei Trasporti, superato solo da Viterbo (che all’epoca poteva contare sul potentissimo ministro Beppe Fioroni) 2. la Regione Lazio fece allora una legge in cui prevedeva l’aeroporto a Frosinone ma solo per voli nazionali, internazionali a corto raggio, fatto con capitali privati 3. Era possibile tornare al progetto originario di eliporto con cui assorbire i mezzi della protezione Civile stazionati a Roma Urbe. (leggi qui l’articolo del 2015 ‘Aeroporto, le stronzate le faceva volare la digos’)

 

L’OCCASIONE MANCATA

Proprio a quest’ultima ipotesi stavano tornando, due anni fa, l’allora commissario della Provincia di Frosinone Giuseppe Patrizi con il sub commissario Francesco Cappelli. Un progetto a costo quasi zero. Ma dagli enormi risvolti economici: piloti, manutentori, assistenti, sarebbero stati spostati da Roma a Frosinone. Un concreto vantaggio anche per le casse pubbliche. Perché le officine in cui quegli elicotteri vengono sottoposti a manutenzione annuale si trovano poco oltre la recinzione dell’aeroporto: Agusta, Elicotteri Meridionali, Centro Costruzioni di Anagni. Trasferendo in Ciociaria la flotta 118 e Protezione Civile, gli Enti avrebbero risparmiato milioni del carburante con cui far volare i mezzi da Roma fino alle officine.

Perché non è decollata quella proposta? Perché mentre commissario e sub commissario elaboravano il progetto, era arrivata la Guardia di Finanza inviata dalla Procura della Repubblica. E i due si erano detti “Lasciamo perdere, manca il necessario sostegno politico e sociale”.

 

LA SPADA DI DAMOCLE

L’inchiesta sull’aeroporto era come una spada sospesa sulla testa del senatore Scalia. Sapeva benissimo che un potenziale sottosegretario nel prossimo governo Renzi non può avere procedimenti aperti. Proprio per questo aveva chiesto al giudice Antonello Bracaglia Morante di prendere per buoni gli elementi prodotti dall’accusa. E processarlo sulla base di quelli. Ma subito. In termine tecnico si chiama ‘rito abbreviato‘. Dentro o fuori. Colpevole o innocente. Ma subito. Un rischio: non per chi aveva in mano gli elementi prodotti da Francescdo Scalia. Che ora potrà guardare con più serenità alle prossime elezioni.

 

LA POSIZIONE DI PICANO E D’AMICO

Resta da definire ora la posizione di Gabriele Picano e Giacomo D’Amico. Loro non avevano chiesto il rito abbreviato. Ora, in udienza dovranno dimostrare che, come Scalia, fecero il possibile per realizzare un aeroporto. E non pilotarono invece uno scatolone con il quale macinare spese. Sia D’Amico che Picano hanno fatto notare d’avere abbattuto le spese, riducendole al minimo; Picano ha evidenziato d’avere sciolto la seconda società – AdF Gestione – che avrebbe dovuto gestire l’aeroporto. ma sarà necessario il processo per prenderne atto. Perché a differenza di Scalia che aveva chiesto il rito abbreviato, nel loro caso il giudice doveva solo valutare se gli elementi raccolti dall’accusa fossero abbastanza solidi da sostenere un dibattimento.

 

LA GIOIA DI SCALIA

«Io sono uomo delle Istituzioni. Pertanto, ho sempre nutrito assoluta fiducia nell’operato della Magistratura. Il rammarico sta nel disagio che questa vicenda ha arrecato alle persone a me care. Ero fiducioso nell’esito del processo anche da tecnico e da profondo conoscitore della vicenda di fatto».

Ha evitato di dire quello che più ha sullo stomaco. E cioè che l’aeroporto si poteva fare, se solo fosse stata mandata avanti la procedura ambientale che lui aveva istruito e messo in pista di decollo. A spegnere i motori fu il suo successore a piazza Gramsci, Antonello Iannarilli. ma questa è un’altra storia.

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