Al Karama, una super commissione per continuare a parlarne

Al Karama e quell'immenso buco nero nella città: il campo rom al quale si cerca di dare una dignità da quasi trent'anni. Nacque sull'onda di un'emergenza che non c'è più. E poco o nulla è stato risolto. Ora una super commissione: per continuare a parlarne

Andrea Apruzzese

Inter sidera versor

Una super commissione. Speciale, temporanea, monotematica. Perché su Al Karama, al Comune di Latina, si vuole decidere, ma per farlo si devono trovare soluzioni e quindi continuare a confrontarsi.

Al Karama, d’altronde, è la summa di tanti problemi che vanno dai servizi sociali ai lavori pubblici al bilancio. Così, la commissione Welfare ha deciso di crearne un’altra. Sarà il presidente del Consiglio comunale, Raimondo Tiero, a decidere come e quando predisporla, una volta che avrà ricevuto l’indirizzo dei commissari del welfare.

Così nacque Al Karama

Intanto, Al Karama attende.

Creato a metà degli anni ’90 a borgo Bainsizza ai confini con borgo Montello, in quella via Monfalcone già nota per essere indirizzo e residenza della discarica di Latina oggi chiusa, Al Karama fu inaugurato da Sergio Cofferati.

Era un centro di accoglienza per lavoratori migranti, realizzato dalla Regione Lazio e gestito dalla Cgil. Poi le cose cambiarono. Arrivò l’emergenza nomadi rom, gestita a livello nazionale da commissari prefettizi. A Latina, avevano occupato l’ex campo profughi, chiuso dopo il crollo del Muro di Berlino: dall’Europa dell’Est non arrivava più nessuno, perché ormai era Europa e basta. Ma all’ex campo profughi il Comune voleva realizzare l’università, come poi fu.

Tra il 2004 e il 2005, quei rom che l’avevano occupato furono spostati in un centro di accoglienza. Da lì, dopo varie vicissitudini, arrivarono ad Al Karama. Un centinaio di persone, la metà bambini, tanti nuclei familiari. In una situazione a dir poco catastrofica: baracche prefabbricate degradate da abbandono, incuria, flagellate dagli agenti atmosferici, scarsa igiene, fogne che definire tali sarebbe un eufemismo, fenomeni di illegalità.

I progetti infiniti

Il Comune, con i suoi Servizi sociali, la Caritas, la Croce Rossa, Emergency, Migrantes, e altre realtà associative, si sono impegnati negli anni l’integrazione, soprattutto sanitaria, o scolastica per i bambini. I progetti c’erano e ci sono: raderlo al suolo e costruire un altro campo accanto, nuovo, con servizi.

All’inizio degli anni ’10 del nuovo millennio si parte: i fondi ci sono, partono i lavori, la Regione realizza le basi di cemento per i nuovi moduli abitativi. Parte la gara per acquistarli: una prima volta, una seconda, una terza, tra 2012 e 2014: sempre deserta, l’offerta economica è troppo bassa, la gara non funziona, i moduli abitativi non arriveranno. Il sito nuovo resta fermo, viene vandalizzato, utilizzato come discarica abusiva.

Nel frattempo la struttura commissariale per l’emergenza nomadi chiude, l’emergenza è finita. Il Comune si ritrova con fondi che non sa se può ancora spendere, ma intanto sorgono anche complicazioni con la Regione, proprietaria del sito, per la scadenza della convenzione, per il pagamento delle utenze. Acqualatina, soprattutto, che costa al Comune, per l’acqua del campo, decine di migliaia di euro all’anno, soprattutto per le dispersioni.

L’iniziativa del 2014

Nel 2014, il Consiglio comunale decide: è ora di prendere in mano la situazione. È il luglio di quell’anno: l’intero Consiglio, Nicola Calandrini in testa (allora era presidente dell’assise), visita il campo per rendersi conto della situazione. Ai loro occhi, condizioni di vita terrificanti. Vengono accolti dai bambini: hanno visi di sole e terra, occhi di distaccato stupore, sorrisi di curiosità, gioia di giochi scalzi nel fango. Sorrisi.

Sorrisi che urlano: tutt’intorno capanne fatiscenti, masserizie abbandonate un po’ ovunque, sporcizia, muri da decenni dimentichi di avere avuto un intonaco o una vernice. Un’ora dopo, a Borgo Bainsizza, si svolge la seduta, per la prima volta fuori dall’aula consiliare di piazza del Popolo. Si elencano possibili soluzioni.

L’enorme buco nero

Passano gli anni. I nomadi, da Al Karama, vanno e vengono, di pochi di loro si sa chi siano, né si sa di preciso quanti siano (l’ultimo censimento degno di questo nome risale al 2014, ora si sa che ci sono 102 persone, la metà sempre bambini), molti sono anche privi di residenza anagrafica. Ma i Servizi sociali continuano la loro opera, soprattutto la scolarizzazione dei bambini.

Poi la pandemia ha interrotto anche quello. E ve l’immaginate, la Dad in un campo in quelle condizioni? Nel 2020 si firma un nuovo protocollo tra gli enti coinvolti: Prefettura, Comune, Regione, per sbloccare i fondi e arrivare a una soluzione.

Nel 2021, la bonifica del sito nuovo, per ripartire. Due giorni fa, l’incarico a un tecnico esterno per verificare a che punto eravamo rimasti. Otto anni, da quel Consiglio comunale. Otto anni di quello che l’ex assessore ai Servizi sociali, Patrizia Ciccarelli, definì con una sola parola: «Orrore».

Ma ora arriverà la super commissione. 

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