E lo studio sulle discariche finisce in Procura

Finisce all'attenzione della Procura di Cassino il rapporto del Dipartimento Epidemiologia del Lazio secondo il quale entro 5 Km dalle discariche c'è un terzo di possibilità in più d'ammalarsi di tumore. A segnalarglielo è proprio una delle società che ha gestito alcuni di quei siti.

Procurato allarme: finisce sul tavolo della Procura della Repubblica di Cassino la seduta delle Commissioni Sanità e Rifiuti della Regione Lazio. È quella che la settimana scorsa ha tirato fuori lo studio del Dep Lazio, il Dipartimento di Epidemiologia. Uno studio ultimato nel 2016 e dal quale emerge che chi abita entro 5 chilometri dalle discariche ha il 34% di possibilità in più d’ammalarsi di tumore. (Leggi qui (Leggi qui Rifiuti, lo studio certifica: “Vicino alle discariche +34% di tumori”).).

A segnalare quella seduta non sono stati gli ambientalisti. Ma una delle società che gestice le discariche sul territorio del Lazio. Mad Srl lo ha fatto per dire ai magistrati due cose: 1 – I Consiglieri regionali hanno tratto conclusioni che nello studio non ci sono. 2 – Lo studio contiene macroscopici errori di impostazione che vanno in conflitto con analoghi lavori condotti dall’Istituto Superiore di Sanità.

Cosa dice lo studio

Il rapporto Eras del Dep Lazio

Lo studio è stato pubblicato dall’International Journal of Epidemiology che è la rivista medica ufficiale dell’associazione internazionale degli Epidemiologi, pubblicata dalla Oxford University Press. Ha preso in esame i dati sanitari di 200.000 persone residenti in prossimità di 9 discariche laziali nel periodo 1996 – 2008.

I risultati ottenuti nel 2016 sono stati presentati come inediti. Dicono che vivere a meno di 5 chilometri da una discarica aumenta il rischio di cancro ai polmoni del 34%. Non solo: il rischio di ricovero in ospedale per malattie respiratorie sale del 5%. I più colpiti sono i bambini.

I dati? Inesistenti

La prima cosa che viene segnalata alla Procura della Repubblica di Cassino: quello studio non era stato affatto tenuto segreto. Tutt’altro. Era già stato pubblicato nel 2013. Cioè ben 3 anni prima che finisse sul giornale di Oxford quello studio stava sul sito dell’ErasLazio, comprensibile a tutti perchè scritto in italiano. (Leggi qui). Non solo: se n’è tenuto conto dal 2013 nelle varie sedute delle Conferenze dei Servizi che hanno dovuto valutare se rilasciare o meno le varie autorizzazioni ambientali.

Soprattutto c’è un dato che che nessuno ha chiarito nella seduta del 26 novembre scorso in Regione Lazio. Il team di esperti del Dep Lazio ha usato per lo studio dei dati stimati e non reali. Cosa significa? Che in ogni impianto c’è un programma di monitoraggio che controlla i livelli delle sostanze inquinanti nell’aria e la direzione del vento. Tra i valori tenuti sotto controllo c’è anche il famigerato Idrogeno Solforato che è stato centrale negli esami del Dep.

Il Dep non ha usato quei dati, veri e reali: sono disponibili presso Regione Lazio e Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente. Cosa ha usato allora? La segnalazione alla Procura mette in evidenza che lo studio è stato fatto tenendo conto di un modello matematico: dati teorici anziché quelli reali.

La stessa cosa è stata fatta quando è stato il momento di definire l’area di esposizione agli inquinanti. Viene riferito alla Procura che sono state definite “mediante software di modellazione e pertanto nemmeno in questo caso sono stati utilizzati dati puntuali e reali disponibili presso le centraline meteorologiche obbligatorie negli impianti di smaltimento”. La centralina meteorologica nel sito consente di determinare con la massima precisione quali siano i venti prevalenti e la loro direzione per poter individuare quali siano le zone più interessate dalla diffusione dei contaminanti atmosferici.

Non siamo tutti uguali

Gli impianti Mad

C’è poi un altro elemento: lo studio non ha tenuto conto del fatto che le 9 discariche non sono uguali perché non trattano lo stesso tipo di rifiuto. Il che fa una bella differenza: 7 erano i classici immondezzai cioè accoglievano rifiuti urbani indifferenziati; invece Viterbo e Roccasecca hanno ricevuto solo rifiuti trattati e le loro emissioni sono ben diverse.

Altro punto di differenza: molti di quei siti avevano una storia lunghissima, anche di trent’anni. Ed erano stati concepiti con criteri vecchi e ormai superati. Mentre le strutture più recenti sono state realizzate sulla base dei criteri di protezione ambientale indicati dal decreto 36/03. Invece, a Roccasecca Mad Srl ha realizzato un sistema unico in Italia per ridurre al minimo gli impatti sull’ambiente: “la gestione è stata verificata da un organismo internazionale e indipendente con il rilascio dell’EMAS, il più ambito riconoscimento in campo ambientale previsto dalla Comunità Europea”. (Leggi qui Quei numeri che non quadrano sulla discarica di Roccasecca).

Cosa dice in realtà Eras

Nonostante la scelta di utilizzare dati teorici anziché reali, unire le 9 discariche senza considerare le differenze tra loro (costruite su principi tecnici diversi, riempite con materiali differenti) lo studio Eras dice cose interessanti. Che non sono esattamente quelle sostenute durante la riunione delle due Commissioni regionali.

In realtà lo studio Eras afferma che “per coloro che risiedono nei 5 Km dagli impianti di discarica del Lazio ha evidenziato un quadro di mortalità e morbosità relativamente sovrapponibile a quello regionale”, ovvero le patologie rilevate non si discostano dalla media regionale.

Inoltre, “Dalla analisi interna alla coorte (in statistica la coorte indica un insieme di individui appartenenti ad un campione omogeneo predefinito, sul quale si basa lo studio NdA) , tuttavia, sono emerse diverse associazioni con la distanza o la concentrazione stimata di Idrogeno Solforato non sempre univoche e consistenti. Tra queste, l’aumento della morbosità per malattie respiratorie è coerente con le indicazioni della letteratura scientifica e può avere un nesso di causalità con le esposizioni ambientali.”.

Vale a dire che ci sono alcune criticità. Ma non c’è prova di un rapporto causa-effetto fra le emissioni delle discariche, fra cui Roccasecca, e le patologie rilevate. Sia chiaro: non c’è prova non significa che non c’è collegamento. Significa che mancano abbastanza elementi per poter dire se c’è o non c’è.

Bisognava approfondire

C’era il dovere di approfondire ed indagare: la Regione aveva il dovere di farlo per stabilire se c’era quel collegamento o non c’era. La vera domanda non è “perché è stato tenuto segreto il rapporto“. Perché segreto non era. Ma è “perché non si è dato corso ad ulteriori analisi per escludere o accertare ogni ricaduta ambientale e sanitaria?

Se si fossero rilevati problemi si sarebbe potuto intervenire, invece di lasciare nel dubbio – che alimenta le strumentalizzazioni – sia i cittadini che gli operatori del settore.

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