Il caso renziano che rimette in discussione gli accordi su Alatri

Cosa c'è dietro all'operazione Recchia. Quali squilibri può determinare nel centrosinistra di Alatri. Perché la candidatura di Di Fabio rischia di tornare di nuovo in discussione. Il quadro nel centrodestra non è meno frastagliato

Ascanio Anicio
Ascanio Anicio

Notista, Vaticanista, Ombra silente nella nobiltà nera di Roma

Qualche novità c’è, ma va interpretata. Il ping-pong, ora come ora, si gioca sul tavolo del Partito Democratico. Non è vero che i Giovani Democratici stanno criticando il modo di fare della dirigenza Pd di Alatri, assecondando così i mal di pancia del consigliere Maurizio Maggi, che di tanto in tanto pare minacciare di far cadere la Giunta. Anzi, è vero il contrario: lo strappo compiuto nei giorni scorsi dalla frangia giovanile deriva dal ragionamento opposto: il Pd che verrà non è contento di come la maggioranza si fa mettere, e di continuo, sotto botta. Lo ha specificato tra le righe Alessandro Torre, che è sì membro del direttivo del Pd, ma che è anche uno degli uomini più fidati di Luca Fantini. Cioè il segretario regionale dei Giovani Democratici. Che è di Alatri. Torniamo indietro di qualche settimana, perché ci servirà. 

Il caso ‘collettivo’ di Recchia

Matteo Recchia nei giorni scorsi si è dimesso da vice-segretario del Partito Democratico alatrense. È un accaduto già digerito. Ma riflettendo su questo punto la questione può divenire sfiziosa. Non si tratta di un assessore o di un consigliere comunale. Perché tanta importanza allora? Il sindaco Giuseppe Morini e la sua Giunta sono ancora in sella, eppure la mossa dell’ormai ex vice-segretario cittadino Recchia – guardate su Facebook – sembra essere apprezzata da quella che una volta si sarebbe chiamata “base militante“. Il giovane si è fatto da parte, chiedendo “un cambio di passo“, all’interno di “un atto personale“, che però muove da qualcosa di “profondamente collettivo“. È su questo ultimo punto che vale la pena soffermarsi per provare a pronosticare quello che accadrà da qui alla fine di questo mandato consiliare.

Collettivo” ha un significato preciso. Tanto in italiano quanto in politichese. Si potrebbe pensare ad una notizia già bruciata, ma la domanda da porsi invece è: Matteo Recchia è l’espressione di quale emisfero? La bottiglia è rimasta in freezer e sta per scoppiare: c’è un correntone non più sommerso nel Pd alatrense, che ha costruito per anni, che non si riconosce a pieno in questa amministrazione e che sta iniziando a sgomitare.

Alle elezioni comunali mancano due anni sì’, ma Matteo Recchia non è solo: proviene dai Giovani Democratici, quindi dal mondo politico rappresentato, a livelli più alti, da Luca Fantini. Come Alessandro Torre, del resto. Non significa per forza che la mossa di Matteo Recchia o il comunicato di Alessandro Torre siano stati studiati su qualche tavolino romano. Però, il dato relativo alla natura collettiva della scelta operata, può suggerire come l’operazione sia stata condivisa.

Squilibri renziani

Luca Fantini è espressione, anzi parte, del nuovo corso zingarettiano. Il che prevede un’apertura alle forze civiche, specie a quelle di centrosinistra. Questo è il diktat predicato su Roma. Il Partito Democratico alatrense è posizionato male rispetto alle aspettative della nuova Segreteria Nazionale: è arroccato attorno alla coalizione che ha trionfato alle passate elezioni comunali e non sembra intenzionato ad aprire i propri confini.

Il vice-sindaco Fabio Di Fabio, soprattutto, è un uomo politico ascritto all’universo di Antonio Pompeo. E a chi sta guardando il presidente della provincia di Frosinone in funzione del suo avvenire politico? Ad Andrea Marcucci, quasi più renziano di Matteo Renzi, che non disdegna di attaccare “pancia a terra” Nicola Zingaretti e la sua rinnovata azione da capo politico del Pd. Basti dare un occhio alle dichiarazioni rilasciate sul “caso Faraone“, il segretario renziano del Pd siciliano la cui elezione è stata revocata.  

In ballo non ci sono solo l’imminente futuro dell’amministrazione ciclopica e la strategia da mettere in campo in vista della battaglia, che si preannuncia campale, del 2021. Ma anche gli equilibri provinciali e regionali. Perché il solco è tracciato: c’è chi sta di qua, cioè con Zingaretti, e chi dall’altra parte, cioè con il renzismo di ritorno. Chi non se ne accorge, con buone probabilità, vive fuori dal Nazzareno. E sono affari suoi.

I “fantiniani” non possono essere contenti di come Fabio Di Fabio, dopo aver sostenuto Nicola Zingaretti, triangoleggi con Antonio Pompeo, quindi con  Andrea Marcucci. Ma non è tutto. 

E le truppe di Morini?

Come si collocano i come i “moriniani“: cioè le persone elette all’interno delle liste civiche esterne al Pd (ma interne alla coalizione che ha trionfato nel 2016) e selezionate, all’epoca, dal sindaco Giuseppe Morini. Guardano con favore all’estensione delle riunioni di maggioranza ad esponenti dell’attuale opposizione. Per ora è solo un’ipotesi, ma gli “zingarettiani“, cioè i “buschino-fantiniani” vorrebbero coinvolgere Tarcisio Tarquini e la sua “Alatri in Comune“, mentre il rischio paventato dall’ala sinistra del Pd parla di una trasversalità che mirerebbe persino al centrodestra.

I “moriniani“, del resto, non potranno più contare, almeno in via diretta, su Giuseppe Morini, che è al secondo mandato consecutivo e che non potrà ricandidarsi. A capitanare la frangia è il consigliere comunale Romano Giansanti.

Chi è il candidato?

Ma chi si candiderà a sindaco per il Partito Democratico, prescindendo per un attimo da quello che faranno i “moriniani“? Troppo presto per dirlo. Fabio Di Fabio sarebbe il candidato naturale alla successione, ma deve essere in grado di tenere unite le tre anime: quella partitica zingarettiana, la sua e quella civica “moriniana“. Non è così semplice.

Se il candidato fosse Fabio Di Fabio, la restante parte del centrosinistra, cioè Tarcisio Tarquini, Programma Alatri di Patrizio Cittadini e Pasquale Caponera e qualche altra formazione, difficilmente riuscirebbe a rientrare nella sua collocazione naturale. Esistono troppi dissidi che provengono dal passato. Ecco, dunque, che rispunterebbe quel famoso “terzo polo“, cui l’avvocato Enrico Pavia e sempre Tarcisio Tarquini sembrano già lavorare. Fuori dal Pd, s’intende.

Forza Italia cercasi

Nel centrodestra sta succedendo quasi nulla. La ridiscesa in campo con Fratelli d’Italia di Antonello Iannarilli non ha portato con sé l’entusiasmo che ci si poteva aspettare. La Lega continua ad essere divisa al suo interno: Roberto Addesse da una parte e Gianluca Borrelli dall’altra. Non è ancora stata trovata la quadra sul capogruppo. L’avventura di Kristalia Papaevangelou al Senato, salvo sorprese derivanti da possibili ulteriori ricorsi, è agli sgoccioli.

La frammentazione di Forza Italia tra le truppe di Mario Abbruzzese accasatesi con Giovanni Toti e quelle del coordinatore regionale Claudio Fazzone sta determinando una serie di movimenti. Gianluca Quadrini, vice coordinatore del Lazio, sta lavorando all’individuazione di qualche nome deputato a prendere in mano le briglie della carovana dei forzisti ad Alatri. C’è un ex assessore della Giunta Magliocca che potrebbe essere disponibile, ma non esistono ancora elementi per azzardare certezze.

Il riordino della Lega

Nel frattempo l’ex coordinatore comunale Francesco Ciavardini ha aderito alla Lega mesi fa. Giuseppe Pizzuti, che era il vice-coordinatore di Fi ai tempi di Ciavardini, è un leghista da anni.

Si chiacchiera molto sulla nuova composizione del neo organigramma comunale salviniano: uscirà a giorni. Il coordinatore dovrebbe essere ancora Emanuele Palmisani, ma attenzione alle sorprese. Dalla lettura dei nomi si comprenderà se avrà vinto la “linea Addesse“, che dovrebbe quindi divenire capogruppo – come molti si attendono – o se Gianluca Borrelli, ancora una volta, sarà riuscito nel gol alla Filippo Inzaghi, da opportunista puro.

Che fine fa Lisi

Ne abbiamo nominati molti, ma manca ancora qualcosa. Fausto Lisi, presidente del Consiglio comunale, è uno di quei “moriniani” che la prossimo giro potrebbe tornare a casa base. Non è un mistero che abbia avuto rapporti politici consolidati con Fabio Rampelli.

E se tornasse nelle braccia degli An? Se ne parla. Ad Antonello Iannarilli, però, chi glielo dice?

Cinque Stelle romane 

Il MoVimento 5 Stelle, infine, si merita l’ultimo spazio cronistico: dell’attivismo della prima ora non c’è più traccia. Nella cittadini ciclopica campeggiano manifesti che ritraggono anche l’onorevole Luca Frusone: annunciano i ripristino della legalità attorno al caso della Certosa di Trisulti. Questo è l’unico segnale tangibile di un polo che avrebbe bisogno di tornare al “vaffa” per recuperare un po’ del suo spirito originario, e magari qualche consenso.

Alle comunali ci saranno anche loro. Questo è certo. E se la regola del “mandato zero” dovesse essere estesa anche ai parlamentari, Luca Frusone potrebbe farsi un terzo giro di giostra a Montecitorio. Niente candidatura a sindaco, in caso, ma non dovrebbero essere in molti ad accorgersi della differenza.

Il MoVimento, ormai, è un partito come gli altri. Con i suoi “romani” e i suoi “attivisti locali”.