La lezione di Berlinguer che i Partiti hanno rimosso

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali…Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico».

 

Lo sosteneva Enrico Berlinguer nel 1981, in una storica intervista ad Eugenio Scalfari. Vale la pena di continuare la lettura del ragionamento dell’allora segretario del Pci: “Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.”

 

Erano gli anni dei grandi partiti di massa, a cominciare proprio dalla Dc e dal Pci. Oggi quello schema politico non esiste più, ma la situazione complessiva non appare troppo cambiata. Per la verità è peggiorata e l’impronta leaderistica di quel che resta dei partiti esaspera il ragionamento. Forza Italia di Silvio Berlusconi, Partito Democratico di Matteo Renzi, Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo (nessuno dei tre è parlamentare), Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, Lega di Matteo Salvini, Alternativa Popolare di Angelino Alfano, Mdp di Massimo D’Alema.

Si potrebbe continuare all’infinito, ma il concetto è chiaro: i partiti non hanno più neppure la metà dei voti di un tempo, non sviluppano alcun dibattito interno vero, si dividono le candidature che contano e basta. Perfino a livello locale l’impronta leaderistica è forte: Forza Italia di Mario Abbruzzese (prima di Antonello Iannarilli e Alfredo Pallone), il Pd di Francesco De Angelis e Francesco Scalia, il Psi di Gianfranco Schietroma. Dalle nostre parti si è visto poco anche il ricambio della classe dirigente.

Il pensiero a Berlinguer va perché è morto Alberto Menichelli, storico autista del segretario del Pci: avrebbe compiuto 89 anni a dicembre. In tanti si richiamano (a parole) al pensiero politico di Enrico Berlinguer: il Pd, Mdp, Sinistra Italiana, il Pci, Rifondazione, Possibile, ma anche il Movimento Cinque Stelle. La realtà non è soltanto che la società italiana è profondamente cambiata da allora, ma che la situazione è peggiorata: disoccupazione record, scomparsa del ceto medio, impoverimento delle famiglie, precarietà del mondo del lavoro (Berlinguer non avrebbe mai permesso un simile scenario), assoluta marginalizzazione dei giovani, subalternità all’Unione Europea, incapacità di gestire i flussi migratori.

 

Il minimo comun denominatore di tutto questo è l’assoluta mancanza di confronto tra le forze politiche: andare avanti a colpi di decreti e di maggioranza produce soltanto sfacelo. Lo abbiamo visto. Una riforma come quella delle Province è stata fatta con un decreto spazzato via dal referendum costituzionale, ma nessuno mette mano al ripristino di una situazione conforme al dettato della nostra Carta. Conquiste importanti sul fronte lavorativo e sindacale sono state spazzate via nel sostanziale silenzio generale. Per rendere i lavoratori più vulnerabili, per negare diritti, per determinare una situazione nella quale il lavoro (per chi ce l’ha) viene presentato come un “privilegio”.

 

Siamo nella Seconda Notte della Repubblica, dopo quella descritta da Sergio Zavoli nel suo libro a proposito degli anni del terrorismo.

 

Ma certamente è la sinistra a dover fare il mea culpa per aver completamente dimenticato la lezione di Enrico Berlinguer. Anche in questa provincia: non si parla di lavoro, si gestisce il potere in modo fine a sé stesso, non si fanno iniziativa vere a difesa dell’ambiente o per l’integrazione degli immigrati. Anzi, si rincorre la destra sul piano di una tolleranza zero che non può essere accettata. Se la sinistra rinuncia a difendere i suoi valori, non è più sinistra. Saviano ha ragione su questo. Il Partito Democratico avrebbe dovuto rappresentare un soggetto nuovo, nato però dall’evoluzione di partiti come i Ds e la Margherita, il Pds e il Ppi, se vogliamo anche la Dc e il Pci.

 

I punti di riferimenti veri sono stati prima mitizzati e poi smitizzati: Enrico Berlinguer e Aldo Moro in primis.

 

Prima chi entrava in un partito lo faceva con l’idea di poter contribuire, nel suo piccolo, a cambiare la società: migliorando le condizioni dei lavoratori, approvando una legge per il rilancio economico. Oggi chi entra lo fa con l’obiettivo di essere eletto sindaco, consigliere comunale, consigliere regionale, deputato, senatore, eurodeputato.

 

Enrico Berlinguer è lontano anni luce. Ma il punto è che lui non tornerebbe mai in questa Italia. Magari i giovani andrebbero da lui.

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