Così l’unità d’Italia mise in ginocchio le industrie nella Valle del Liri (di F. Riccardi)

La storia di come venne soffocata la potentissima industria della Valle del Liri in appena quarant'anni. Dai lanifici alle cartiere. Chi le fece chiudere. In che modo ridusse in povertà la Brianza del Meridione

di Fernando RICCARDI

per L’INCHIESTA QUOTIDIANO

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Un industriale di Arpino, Giuseppe Polsinelli (1787-1880), proprietario di uno dei più grandi lanifici della Valle del Liri, fervente liberale ed accanito avversario della monarchia borbonica, nel 1861 venne eletto nel collegio di Sora e andò a sedersi sugli scranni del primo Parlamento italiano di Torino.

Prima di essere un politico, però, era soprattutto un industriale e pertanto non poteva ignorare una realtà e una situazione che si faceva, giorno dopo giorno, sempre più critica. E non certamente per colpa di quei malandrini dei Borbone che ormai avevano passato la mano.

Fu così, allora, che, preso il coraggio a due mani, nella seduta del 25 maggio 1861, tenne un memorabile discorso davanti alla Camera dei Deputati “fra la generale incomprensione e ostilità” come attestano le fonti parlamentari.

«Sa il signor presidente del Consiglio (si trattava di Camillo Benso conte di Cavour, alla sua ultima apparizione in Parlamento prima dell’improvvisa dipartita) i dolori e le perdite che hanno subite gl’industriali delle province meridionali? Sa il signor presidente del Consiglio quante centinaia di migliaia di persone sono a languire dalla fame per quelle modificazioni? ».

Il Polsinelli si riferiva alle nuove tariffe doganali varate dal governo sabaudo che stavano mettendo in ginocchio le industrie del sud Italia.

Il Cavour, serafico, gli rispose che, a quel che lui sapeva, da quando era stata introdotta la nuova tariffa doganale, i traffici al porto di Genova erano aumentati. La stessa cosa, però, aggiungiamo noi, non era accaduta nei porti di Napoli e di Palermo.

Una dopo l’altra chiusero tutte le fabbriche che producevano panni di lana nella valle del Liri. L’ultima, che dava lavoro a 190 operai, nel 1882.

Finì così una tradizione industriale che… affondava le sue radici nel periodo della Repubblica romana. Appena cinque anni dopo, nel 1887, «per proteggere le industrie, che, nel frattempo, si erano concentrate al Nord, quelle della lana in primo luogo nella piemontese Biella, furono reintrodotti i dazi»: così scrive Ferdinando Corradini, profondo conoscitore di questi accadimenti.

Una vicenda agghiacciante ma che illustra in maniera perfetta quale fosse il reale intendimento dei governanti piemontesi. Altro che “fratelli d’Italia”, altro che afflato unitario, altro che spirito patriottico…

D’altro canto il baricentro del nuovo stato unitario era al nord, nella pianura padana, in Lombardia, in Piemonte, molto vicino al cuore pulsante dei grandi mercati europei. Viste in questa ottica le industrie meridionali erano completamente tagliate fuori anche a causa del loro posizionamento geografico.

Per questo motivo il nuovo governo unitario considerò sempre “innaturale” lo sviluppo industriale del Sud.

L’impegno del Polsinelli che fu prima deputato, Presidente della Camera nel 1867 e poi senatore del Regno d’Italia, a difesa delle industrie della media valle del Liri caratterizzò tutto il suo lungo excursus parlamentare che si protrasse dalla VIII alla XII legislatura.

Una strenua difesa, si badi bene, contro le misure varate ed adottate da quel governo unitario che lui stesso, con il suo operato di ardente patriota, aveva contribuito a far nascere.

Un altro motivo di feroce scontro si ebbe nel dicembre del 1864 quando il governo, presieduto dal generale La Marmora, pensò bene di introdurre una nuova imposta, l’ennesima, per cercare di risanare il disastrato bilancio del nuovo stato unitario.

Questa volta la tassa riguardava i fabbricati (una sorta di Ici o Imu ante litteram: come si può vedere passa il tempo e cambiano i governi ma le misure, ahimè, restano sempre le stesse…) compresi gli stabilimenti industriali o quelli che all’interno ospitavano macchinari.

Anzi l’esecutivo, non contento del gettito di imposta che andava ad incassare, ad un certo punto pensò bene di duplicare la tassa estendendola anche agli stessi macchinari.

Stando così le cose il proprietario dell’immobile si vedeva costretto a pagare due volte: una per lo stabilimento, l’altra per il macchinario in esso contenuto. Una misura aberrante che diede il colpo di grazia alle industrie già depotenziate della il fremente sdegno di Polsinelli.

E questa volta, nel suo intervento parlamentare, il deputato di Arpino, non faceva riferimento ai lanifici, ossia alla sua specifica attività di imprenditore, bensì alle cartiere, l’altro perno sul quale si reggeva l’industria del sorano.

E la chiosa è quanto mai significativa: «Giunta nelle province meridionali al punto di fornire carta all’estero, particolarmente all’importante giornale il Times, ora le cartiere sono nel massimo avvilimento».

Con il trascorrere degli anni la grave congiuntura economica colpì pesantemente la stessa famiglia Polsinelli. Nel 1902 Francesco, figlio di Giuseppe, scrisse una lettera al re d’Italia, Vittorio Emanuele III, per illustrare la gravissima situazione nella quale versava la sua famiglia e “per ottenere un soccorso caritatevole mancandomi al presente assolutamente necessari mezzi della esistenza giornaliera”. Trovandosi in una situazione di totale indigenza, insomma, si appellava alla generosa munificenza del sovrano e chiedeva un sussidio per sopravvivere.

Eppure l’azienda paterna da lui ereditata, miseramente ridotta in rovina, appena qualche anno prima, era stata una delle più prospere del comprensorio sorano.

In soli quarant’anni di governo unitario tutto era miseramente crollato e la Valle del Liri si era trasformata in una plaga desolata con i paesi spopolati dai continui flussi migratori verso terre lontane e spesso inospitali.

Dell’antica ricchezza e prosperità erano rimaste soltanto le imponenti strutture murarie, ormai desolatamente vuote e in rovina, di quegli stabilimenti che, pure, appena qualche tempo prima, brulicavano di vita e di operosità.

La “Brianza del meridione” non esisteva più: era stata depredata, depotenziata e costretta brutalmente alla resa.

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