Internazionale: protagonisti della settimana XXII nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

CARLOS AGUIAR RETES

L’Arcivescovo di Città del Messico ha fatto una cosa banale e grandiosa al tempo stesso: ha messo in guardia i fedeli dall’ondata di violenza e sopraffazione che ha caratterizzato la campagna elettorale nel Paese per le elezioni di medio termine.

Il  presidente Manuel Lopez Obrador chiederà conferma dei numeri che gli assegnano il controllo della parte bassa della Camera questo 6 giugno. Per questo da circa sei mesi ricerca dei consensi e tiro a segno sui candidati se ne vanno a braccetto in maniera bieca. E di fronte a quella vera “macelleria messicana” Retes ha pubblicato e diffuso la sua “Desde la Fe”, uno scritto potentissimo che noi evoca il “Pentitevi, verrà il giudizio di Dio” urlato da un grandioso Papa Wojtyla in faccia alle coppole storte nostrane. 

Leggiamo: “Questo processo elettorale, che si concluderà il 6 giugno 2021, è uno dei più violenti degli ultimi anni. Al momento della pubblicazione di questo settimanale, secondo quanto riportato dalla stampa, dal settembre 2020 ad oggi sono stati assassinati 89 politici”. Nessuno inforchi gli occhiali da farmacia ché si è letto bene: in Messico dal novembre 2020 i cartelli della droga e le camarille connesse hanno spedito al creatore 89 candidati che non avevano accettato che nelle liste ci fossero rappresentanti delle loro sozze consorterie. 

Quelli di vertice, Sinaloa, Tijuana e Juarez, premono soprattutto per i distretti rurali dove mettere letteralmente a semenza marijuana sensimilla con thc potenziato e oppio. Poi per i (rari) collegi dove la polizia si è dimostrata refrattaria alla corruzione; in più puntano alle haciendas logistiche per i cocaleros boliviani loro compari.

Il quadro completo lo dà la società di consulenza Etellekt: almeno 18 aspiranti politici hanno ritirato la loro candidatura quest’anno per paura, molti di essi vanno ai comizi con il  giubbotto antiproiettile. In più le auto di sette di loro sono diventate cimento da tiro a segno per i gargarismi dei mitra. A sparare i clan più scafati dei “Negros” e dei “Templares”, che vogliono mettere le mai su concessioni edilizie e fondi Covid. Al voto ci vanno oltre 90 milioni di messicani, dovranno rinnovare Camera dei Deputati e 30 parlamenti locali, eleggere 15 governatorati e 1.900 consigli comunali, un vero colabrodo in quanto a permeabilità potenziale, un’occasione criminale unica.

I numeri sono quelli da grande svolta o da immenso capitombolo, se solo le mafie campesine e mitragliere riuscissero a radicarsi ancor più in una cinquantina di questi canali di esercizio della democrazia. E l’arcivescovo Retes, che ha rifiutato la blindatura alla sua auto di rappresentanza pur essendo di fatto un morto che cammina, lo sa benissimo. E in faccia ai mitra dei malommi ha sventolato la sola cosa che i malommi dovranno sempre temere: la verità e una penna per dare contorno alla sua bellezza.

Il mio giubbotto è Dio.

ISAAC HERZOG

Isaac Herzog (Foto: Sebastian Widmann)

Al mondo non lo ammetterà mai nessuno, ma che Israele avesse bisogno di un anti Bibi o quanto meno di un mitigatore delle scalmane del premier bullo che opera sotto l’egida del Likud lo sussurrano perfino nei corridoi dove Joe Biden alterna imbarazzo e comparaggio con Gerusalemme.

È per questo che l’elezione di Isaac Herzog come undicesimo presidente dello Stato di Israele assomiglia alla gazosa allegra con cui allunghi il vino schietto che ti dà alla testa troppo in fretta in taverna. Herzog ha tutti i numeri, anche a fare la tara al suo ruolo più di totem che di governo, per dare al suo paese quel nuovo corso che tanto fa bene alle nazioni reduci dagli eccessi di muscolarismo. 

E’ un ex leader del partito laburista, cioè nella sfasatissima scala di quei paraggi un moderato per definizione, ma è al contempo un’icona dello spirito di un Paese che non abdicherà mai dalla sua identità più profonda.  E’ presidente dell’Agenzia Ebraica e in più, cosa che non guasta mai e hai voglia a dire, è figlio d’arte. Suo padre, Chain, è stato il sesto presidente di Israele, ex combattente nelle file dell’esercito britannico, ex capo dei servizi e fiero difensore del sionismo, tanto da cazziare l’Onu che lo equiparò al nazismo.

Benjamin Netanyahu, Prime Minister of Israel / swiss-image.ch/Photo Jolanda Flubacher

Insomma, Isaac è il mix perfetto per tenere il suo Paese in asse col suo orgoglio ma senza che quest’ultimo vada a tracimare nella deriva geopolitica a cui Netanyahu sta conducendo la nazione. E la riprova che il nuovo presidente non sia proprio nella hit dei pensieri felici del premier l’ha data proprio l’arcigno Bibi, che interrogato dal Times of Israel sull’esito delle elezioni ha risposto con parole di ghiaccio secco: “Non è questo il momento di affrontare questa questione”, come a dire, “adesso abbiamo troppo nemici per preoccuparci dei boy scout”. 

Herzog ha ottenuto 87 voti alla Knesset e con quelli ha spento i sogni della sfidante Miriam Peretz, fermatasi a 33 e a lungo in stallo a quota 27. Nell’attesa che il titolare attuale, Reuven Rivlin, gli consegni la carica ufficialmente il 6 luglio, Herzog ha fatto i compiti ed ha parlato chiaro: “Accetto su di me la pesante responsabilità che mi avete affidato. Accetto il privilegio di servire l’intero popolo israeliano”. E quell’aggettivo, “intero”, non è sfuggito a nessuno, perché Israele non è solo quella dei coloni arcigni col mitra sotto il tavolo e l’idrofobia facile.

Israele è un Paese che conosce il valore della pace, non foss’altro come stallo e riposo tattico per prepararsi ad un’altra guerra. E questo Isaac Herzog, figlio d’arte, lo sa benissimo.

Stallo di Davide.

FLOP

GAZA

Hossein Salami

Gaza è nome di città ma anche di cose, un po’ come il giochino da tavolo che si faceva quando da ragazzini andava via la corrente e bisognava ingombrare un paio d’ore di temporale coi famigli. E in questo caso “Gaza” è nome di cosa, cosa che vola, scruta e porta bombe da mezza tonnellata. E’ il drone nuovo di pacca la cui nascita è stata annunciata magno cum guadio da Hossein Salami. Sarebbe? E’ il maggior generale comandante delle Guardie Rivoluzionarie dell’Iran, uno al cui paragone Patton pare Mucciaccia, dicono le intelligence mondiali. 

Il nuovissimo drone da combattimento dell’Iran ha specifiche tecniche che fanno gonfiare il petto di orgoglio a chi ne maneggia la cloche in box desertico: portata fino a 2000 chilometri, volo in altitudine elevata, cam infrarosse, 35 ore di autonomia e capacità di carico fino a 13 bombe da 1.100 libbre con software serarch and destroy in ogiva.

Il programma di sviluppo dei droni dell’Iran procede ormai di pari passo con quello missilistico, più anziano e gallonato. 

Il coso è stato chiaramente sviluppato in funzione anti americana, ma il sito delle Guardie della Rivoluzione stavolta ha voluto precisare che il giocattolino è stato messo su “contro le aggressioni di Israele”. Insomma, se non è una dichiarazione di guerra preventiva il pelo che le manca ad esserlo fa massa minima. E l’agenzia media nazionale Irna ha voluto spiegare al popolo che quel drone è stato chiamato Gaza “in onore di coloro che in quella terra resistono oggi contro l’invasione e l’aggressione dei sionisti”, giusto perché non si era capito. 

Il ministro Hossein Dehghan. Foto © Tasnim News Agency

Ora, anche a fare la tara al pacifismo da tinello e da tartina, uno nel nome delle sue scalmane geopolitiche, ha il diritto di costruire quel che gli va e di chiamarlo anche Gennaro, se vuole. Lo dice una cosa chiamata sovranità nazionale che dalla Pace di Westfalia in poi da noi in occidente ha funzionato alla grande. Però se nei giorni in cui la traballante pace fra Hamas e Gerusalemme ancora cerca contrafforti che non siano di cartapesta tu mi vai a battezzare un drone da guerra col nome della città “casus belli” e lo fai mentre a Vienna intavoli trattative col Grande Satana Meregano allora vuol dire che sei cugino carnale della zizzania. 

Questo il presidentissimo Lup Mannar ayatollah Ali Khamenei lo sa benissimo, perché ci sono nazioni che proprio non ci riescono, a rinunciare al loro quarto d’ora di sboronaggine ideologica. E sono quelle che fanno i morti prima ancora che i morti muoiano.

Vola basso, coso.

ALABAMA

“Sweet Home Alabama” è forse la canzone più iconica di tutti i tempi, piaccia o meno a chi per ascoltare rock ha bisogno del bicarbonato. A cantarla un gruppo, i Lynyrd Skynyrd, che fece una brutta fine, visto che l’aereo su cui viaggiava per un concerto precipitò e fece spezzatino quasi di tutti. La canzone venne scritta per celebrare uno stato del sud “meregano” e la scrisse un frontman, Jonny Van Zandt, che come tutti i fricchettoni dell’epoca andava matto per lo yoga. 

Tutto questo per dire che in Alabama mettere assieme mistica orientale e bandiera confederata non è mai stato un problema, perché il rock omogenizza tutto e, al di là della faccia cattiva che deve fare, è la musica più democratica del mondo. Però lo yoga in Alabama ha avuto problemi seri da quando il mondo si è messo su binari più seriosi. Tanto austeri  che nello stato dal 1993 era stato proibito nelle scuole. Il motivo? Secondo gli avvocati dei gruppi cristiani ortodossi “può essere pericoloso, causando lesioni, morte per ictus ed episodi psicotici”. 

Si è andati avanti a colpi di battaglie legali fra genitori prog e camarille battiste fino ad oggi, quando la questione è riapprodata sul tavolo del governatore Kay Ivey, manco a dirlo repubblicana e quadrata come un comodino (ma dov’è che Biden ha vinto, esattamente?). E a far riaffiorare la questione è stato il covid. Spieghiamola: un gruppo di studiosi aveva consegnato una relazione al deputato dem Jeremy Gray, che un po’ su pezzo ci sta perché è una ex stella del football. Quella relazione sostiene che lo yoga è disciplina che aumenta la risposta immunitaria dell’organismo e che è consigliata come attività propedeutica di prevenzione di malattie anche serie come quelle indotte dal coronavirus. 

Insomma, Gray ha proposto alla governatrice che lo yoga tornasse nelle scuole pubbliche, un po’ facendo leva sui benefici presunti, un po’ pigiando sulla necessità reale che l’Alabama iniziasse a sopravvivere alle sue pulsioni preistoriche. E la governatrice ha risposto si, tanto che dal primo agosto la disciplina tornerà in vigore nelle scuole statali a pieno titolo e in punta di legiferato emendato alla Camera statale. Dice e il problema dove sta? Nel fatto che quella legge di ripristino prevede una specifica condizione schiaffata nell’emendamento: che per evitare “qualsiasi associazione o derivazione diretta da tradizioni mistiche d’Oriente” i nomi e le pose dello yoga dovranno essere pronunciati solo in inglese. 

Niente Namastè dunque, ma solo un laconico “Have a Nice Day”. Ora, se masticate un filino di inglese provate a pronunciate i due saluti mettendo un po’ di pronuncia figa nel secondo e vedrete che suonano più o meno uguali, il che la dice lunga sull’ampiezza degli orizzonti cognitivi degli americani. Quello che non suona invece è il taglio tiroideo e istericamente protezionista che per l’ennesima volta un legiferato Usa ha dato alla condotta della società. Insomma lo yoga puo’ starci ma deve mettersi fra le cose moderatamente pericolose come un chiodo che fa ruggine.

Eppure l’Alabama una volta era “Sweet Home”, una dolce casa, e lo era per tutti, o almeno una canzone diceva che così sarebbe dovuto essere. Poi è caduto un aereo, il rock è morto e i repubblicani hanno ricominciato a metter su My Way di Sinatra alle convention.

Namastetano.

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