La storia di Luigi l’emigrante

Luciano Duro

Narratore e Sognatore

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Luciano Duro
di LUCIANO DURO
Narratore e Sognatore

 

Si chiamava Luigi, partì per l’America che aveva otto anni per ricongiungersi al padre che già era emigrato qualche anno prima lasciando ad Isola il figlio e la moglie e fu subito Louis in quella terra straniera.

Quando andò via frequentava la terza elementare. Non tornò più nella sua città.

Avevo cercato notizie da parenti, mi riferirono che aveva sposato una donna di prorompente bellezza, dalle forme simili ad una diva di Hollywood ma di aver divorziato pochi mesi dopo. Doveva averlo davvero stregato, lui il cui modello femminile era stato sempre sua madre, donna sola, discreta, che usciva poco in attesa di una lettera, una chiamata del marito lontano.

Poi sebbene chiedessi con regolare insistenza nessuno aveva traccia di Luigi è come se fosse sparito, ogni contatto era perso.

Quel rapporto d’amore tumultuoso e la conseguente separazione doveva averlo provato non poco, forse si sentiva sconfitto, umiliato e aveva interrotto ogni rapporto con gli amici di sempre.

Io lo ricordavo con affetto perché era il mio compagno di giochi preferito, in quella Piazza San Lorenzo, tra il profumo della legna appena tagliata dal falegname e i vocalizzi di Lellè, il barbiere – tenore che fungeva anche da sacrestano. La mattina si andava a scuola insieme, da soli, non ci accompagnava nessuno, bastava camminare sul marciapiede fino alla “Garibaldi”, la scuola rossa.

Non c’era traffico allora, e non c’erano pericoli, se pioveva e faceva freddo ci si vestiva più pesanti e si procedeva in due, stretti sotto l’ombrello, badando bene che la borsa di cartone color marrone, simil pelle, non si bagnasse, insieme ai pochi libri e ai quaderni. Terminate le lezioni di corsa a casa perché c’era la solita gara da fare lungo i bordi del sagrato della chiesa. Era una pista eccellente per far schizzare i nostri “tappini” di birra, appesantiti all’interno con del cartone o del sughero affinché la spinta a molla, con il pollice e l’indice della mano, desse più stabilità e non deragliasse. Ognuno di noi si dava un nome di battaglia, non ricordo quello di Luigi ma di certo io ero il lussemburghese Charly Gaul, scalatore, soprannominato “l’Angelo della montagna”.

Per tanti anni ho pensato a Luigi, se avesse fatto fortuna in America, se avesse una nuova moglie e dei figli, quale corso avesse preso la sua vita, forse incontrandolo per strada non l’avrei neanche riconosciuto, il tempo vola ed erano trascorsi quasi 60 anni. Ma quel bambino bruno dagli occhi neri come i capelli mi era rimasto nel cuore. La vita è un “patchwork”, quelle coperte che si fabbricano in casa cucendo pezzi di stoffa colorati, troppo piccoli per farne un uso diverso, e quella toppa mi mancava era come se l’opera fosse incompleta…

Poi questa mattina ho incontrato un cugino di Luigi, della stessa nostra età ed ho chiesto se avesse notizie.

Mi ha risposto: “ci guarda dal cielo e volato lassù, l’ho saputo da un lontano parente, circa un anno fa”.

Sono rimasto profondamente scosso e come se avessi perso un piccolo amico al quale non avevo fatto in tempo a raccontare una delle mie favole più belle.

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