Frosinone, lacrime di gioia e autostrade: il resto è matematica (di E. Ferazzoli)

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C'è chi pensa al Frosinone già retrocesso. Non ha capito granché del calcio. Che è soprattutto altro: lacrime di gioia e stupore, chilometri di autostrade, sogni.

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

Questa è la storia di una retrocessione. Pronosticata anzitempo, ribadita strada facendo ma non ancora concretizzatasi in certezza, quella che solo i numeri sanno impartire. È solo una questione di giornate. Forse una.

Sì, perché il prossimo avversario del Frosinone sembra sia stato appositamente piazzato ancora una volta lì dal destino per farlo scivolare nella serie inferiore. Come nel maggio del 2011 quando lo scontro casalingo contro il Sassuolo decretò la retrocessione in Lega Pro. Come quell’8 maggio di tre anni fa, quando tutta Italia guardò con stupore ed incanto alle lacrime di una grande squadra, a quel muro giallazzuro che gridava “Grazie ragazzi” con orgoglio e un battito di mani incessante. Ci fu perfino un giro d’onore. E chi l’ha detto che fare il giro d’onore spetti solo ai vincitori?! A Frosinone, quel giorno fu un vero onore applaudire quei ragazzi.

Non c’è due senza tre. Sulla strada del Frosinone, nella gara che più di ogni altra potrà rivelarsi portatrice di verdetti definitivi c’è ancora una volta il Sassuolo. Questa volta non più al Matusa ma nemmeno allo Stirpe bensì lontano da quella casa che quest’anno vanta una sola vittoria in 16 gare, arrivata ben oltre il 100’ e solo dopo un’estenuante disamina del Var. Quattro pareggi e 11 sconfitte. Un dato pesante per una neopromossa che punta alla salvezza. Sette punti che sommati ai 16 totalizzati in trasferta fanno 23. Davvero pochi per continuare a credere nella salvezza. Tanto più che l’Empoli ha un distacco di 6 lunghezze e l’Udinese di 10. Quattro gare, 12 punti a disposizione. La matematica non lascia spazio alle opinioni: a prescindere da quello che faranno i bianconeri, al Frosinone “basterà” perdere contro il Sassuolo per mettere fine a questa discussa, criticata, a tratti drammatica seconda serie A ciociara. E a questo punto non gli basterà vincere se l’Udinese dovesse fare altrettanto contro l’Inter.

“Nessuno è mai sconfitto fino a quando la sconfitta non viene accettata come realtà”.

Sarà per questo che nonostante sia razionalmente opportuno farsi trovare pronti all’imminente colpo di grazia è tuttavia innegabile che resta una piccola ed infinitesimale parte totalmente incapace di rassegnarsi all’evidenza. È quella briciola di sano delirio che, all’oscuro di tutti, si lascia andare a calcoli, pronostici, che incrocia statistiche a rituali scaramantici come se tutto fosse ancora possibile.

Non era questa la storia che i tifosi del Frosinone avevano immaginato all’indomani del 16 giugno scorso e probabilmente non è questa la trama che il Frosinone e chi lo rappresenta avrebbe voluto per se stesso e per questa città. E sarebbe ripetitivo e soprattutto inutile – a questo punto – mettersi a far la conta degli errori, cercando di distribuire colpe e responsabilità. Rimuginare sulla sensazione di aver ripetutamente solo sfiorato e per brevissimi attimi il treno per la corsa salvezza.

Perché “Il successo non consiste nel non commettere errori, ma nel non ripeterli una seconda volta.” E se sarà vero che per tre volte il Sassuolo avrà costretto il Frosinone alla retrocessione, sarà solo una questione di tempo prima che questo raggiunga per la terza volta i neroverdi nella loro categoria d’appartenenza.

Ora, c’è da chiudere gli occhi e lasciarsi emozionare da quei frammenti di felicità che questo campionato è stato in grado di regalarci. Le lacrime di Pinamonti al suo primo goal in serie A o lo stupore nei suoi occhi per la sua seconda volta mentre corre sotto la Nord e portandosi la mano sul cuore, stringe lo stemma del Frosinone Calcio. La rassicurante familiarità con cui Paganini solca la fascia decine di volte, svolazzando come una libellula con l’espressione corrucciata e concentrata; l’esultanza di Ciofani al Franchi e le sue parole a fine gara; il ritorno prima in rosa e poi in campo di Sammarco; la fascia da capitano stretta al braccio di un ciociaro di nome Mirko Gori, l’orgoglio per quella sua indole ostinata e caparbia.

Ci sono stati discorsi e viaggi interminabili, chilometri d’autostrada, pranzi e cene, tante risate a smorzare le numerose delusioni. C’è stata la passione, quella vera per questi colori, l’ansia dell’attesa, abbracci ed esultanze sugli spalti dei più prestigiosi stadi d’Italia. Lì, fra giocatori milionari e club pluripremiati, c’eravamo noi. Il Frosinone.

E non servono lacrime di gioia e festeggiamenti. Basta questo. Il resto è matematica.