Addio al generale Murgia, il carabiniere gentiluomo

FOTO EDOARDO PALMESI. ARCHIVIO ALESSIOPORCU

Si è spento Gilberto Murgia, il colonnello dei carabinieri che aveva comandato il Provinciale di Frosinone in un periodo rimasto storico. Gli ambasciatori della mafia di Palermo ed i sequestri di persona, i carichi di droga a chili. Partito da Urzulei, aveva ottenuto la medaglia d'argento al valore. L'ultima battaglia

La leggenda racconta che una signora dalla corporatura minuta, vestita nel tradizionale abito nero delle donne sarde, si sia presentata nella caserma dei carabinieri in via Sonnino a Cagliari ed abbia chiesto al piantone di parlare “con il tenente Murgia“.

Signora, qui non c’è nessun tenente Murgia. Sicura che il nome sia giusto?”. La signora, con una convinzione che non ammette repliche: “Mio marito ha detto che c’è, quindi deve esserci”.

In quel momento, nella sede del Comando Regionale, fa il suo ingresso il generale Gilberto Murgia, comandante dell’Arma in tutta la Sardegna. Comprende al volo la situazione: “Sono io il tenente Murgia, chi mi manda a cercare signora?”. “Lei nel ’72 era in servizio a Ierzu?”. Avuta conferma dall’ufficiale, la signora dice “Mio marito ha deciso di consegnarsi, ma ha detto che lo farà solo a lei. Venga da solo, questa notte, dove sono le vigne”.

Il marito della signora era latitante da quando il generale era appena un tenentino. Che però, fin dall’inizio della carriera, aveva la fama di essere persona corretta. Il generale, in borghese ed al volante di una Campagnola, andò nel luogo dell’appuntamento: face il segnale convenuto, il bandito ormai anziano ed acciaccato dal peso degli anni, chiudeva il cerchio con l’ufficiale che oltre trent’anni prima gli aveva dato la caccia.

Realtà o leggenda, la storia non aveva generato alcun dubbio di autenticità nei carabinieri che Gilberto Murgia aveva comandato in provincia di Frosinone tra il 1995 ed il ’98. Tre anni tra i più intensi nella lotta al crimine in Ciociaria.

Il colonnello gentiluomo

Il colonnello Gilberto Murgia durante la Festa dell’Arma nel 1996 a Frosinone. Foto: Edoardo Palmesi / Archivio Alessioporcu

Vecchi bauli con camicie bianche e divise nere. Pieni di ricordi e di gloria. Disfano spesso le valigie gli ufficiali dei carabinieri.

Su quelle del colonnello Gilberto Murgia ci sono decine di indirizzi: tenenza di Ierzu, compagnia di Isili, reparto operativo di Nuoro (al momento di ripartire piegò tra i ricordi anche una medaglia al valore per i risultati nella lotta al banditismo), compagnia di Gioia Tauro (si parla di lui nei libri sulla storia della Ndrangheta dopo che ha ammanettato il boss Giuseppe Piromalli), Direzione Investigativa Antimafia (è stato tra i primi investigatori al momento della fondazione).

L’indirizzo sui suoi bauli è stato per tre anni quello della caserma La Rocca a Frosinone. C’è arrivato l’11 settembre ’95 e c’è rimasto fino al 31 luglio 1998.

Tre anni impressi su decine di istantanee in bianco e nero. La più importante è stata scattata in una villa a Fontana Liri nel ’96, il giorno in cui i suoi carabinieri hanno arrestato don Vincenzo “Cecè” Buccafusca, ambasciatore della cosca Porta Nuova di Palermo, tessitore dei patti di sangue tra mafia, camorra e ndrangheta: uno dei 30 latitanti più pericolosi in quel momento.

Il capitano dei carabinieri Cristiano Congiu nel 1996. Archivio Alessioporcu

Un blitz studiato a lungo, come fu pure quello che ha sventato il primo rapimento in Ciociaria: al posto della vittima designata (l’allora giovanissimo industriale Genesio Rocca di Casalvieri), i sequestratori trovarono al volante dell’auto che avevano bloccato, il capitano dei carabinieri di Pontecorvo Cristiano Congiu che fu ben felice di ammanettarli mentre il colonnello Gilberto Murgia, in mimetica e pistola in pugno, stava appostato lì intorno con il resto dei militari (12 febbraio ’96).

I suoi piani antiusura hanno portato, in due anni, all’arresto di 41 strozzini e 152 denunce. Le operazioni antidroga si sono concluse col sequestro di quantità di stupefacente mai viste prima: 30 chili d’hascisc a Frosinone (9 dicembre ’96), 21 chili di marijuana appena arrivata dall’Albania ad Alatri (5 febbraio ’97), altri 11 chili a Paliano (10 febbraio 97); poi 24 chili a Ferentino (2 giugno ’97) e 10 chili a Veroli (9 giugno 97) dove sono stati presi poi 3 chili d’eroina (31 dicembre 97).

Due tipografie di denaro falso scoperte e chiuse, i piani antirapine hanno costretto in quel periodo la malavita a cancellare gli obiettivi in Ciociaria. Durante il suo comando vengono scoperti due gruppi camorristi specializzati nelle rapine ai tir: sono stati smantellati. Gli ultimi allori sono per la cattura del latitante catanese Virgilio Cosentino, ricercato per quattro omicidi e stanato a Frosinone (17 luglio); e l’arresto del latitante Pasquale Palumbo preso a Fiuggi.

I primi passi in Sardegna

Panorama di Urzulei. Foto © courtesy Life in Ogliastra

Classe 1944, nato a Urzulei, entroterra nuorese. Tra i pascoli al confine con i vigneti di Dorgali bagnati dal mare ed il Supramonte d’Orgosolo, terra di banditi e sequestrati. In quell’aria c’è l’essenza del codice barbaricino, regole non scritte che sono alla base di tutto; più forti delle Leggi dello Stato perché si basano sul rispetto, costruito sulla correttezza e sulla parola.

Nei gioco tra guardie e ladri, il bambino Gilberto interpreta il carabiniere. Perché il papà Luigi era maresciallo di Sanità: tecnico radiologo all’ospedale militare di Cagliari. La famiglia si trasferisce nel capoluogo il 1946 al termine di una II Guerra Mondiale nella quale Luigi era stato sul fronte africano in Abissinia, su quello greco-albanese, poi in Toscana. A badare a Gilberto ed al resto della famiglia ci pensava la madre Andreana Serra. Ogni fine settimana, ogni estate la famiglia torna ad Urzulei.

Ginnasio e liceo Classico tra l’Asproni di Nuoro ed il Dettori di Cagliari, Gilberto Murgia si arruola nel 1968. Frequenta la scuola ufficiali carabinieri di Roma e si laurea in lettere discutendo una tesi sullo Statuto concesso da Carlo Alberto.

Prima destinazione, il battaglione di Iglesias. Poi la territoriale: al comando del nucleo investigativo di Oristano. Arriva il momento di guidare da solo una tenenza: gli affidano prima Isili e poi Jerzu. Promosso capitano viene trasferito a Nuoro: sono gli anni di Graziano Mesina, dell’Anonima Sequestri, di Barbagia Rossa.

La medaglia al valore

La pagina de L’Unità del 1978. Archivio Alessioporcu

Gilberto Murgia sta in prima linea: è lui a puntare il binocolo sui monti di Sa Serra nel 1978 e seguire una pista che culmina in un drammatico conflitto a fuoco nel quale cattura il capo dell’Anonima sarda Antonio Crivelli ricercato per scontare l’ergastolo per l’omicidio di Puccio Carta e Giovanni Serra di Orune. Un’operazione che gli porta la medaglia d’argento al valore militare consegnata dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Lo mandano in Calabria. Altri banditi, altra lingua ma stesso codice d’onore. Basta uno sguardo, un silenzio: chi viene dal mondo dei pastori sardi sa che sono messaggi chiari ma bisogna saperli interpretare. È così che Gilberto Murgia riesce a liberare l’industriale del legname Nicodemo De Pino, vittima anche lui dell’Anomina Sequestri che l’ha rapito nella piana di Gioia Tauro. Anche lì finisce a colpi di pistola e fucile: con il latitante Filippo Gerace che all’alt dell’ufficiale risponde con due colpi di lupara. Il primo a palla singola ed il secondo a pallettoni: la rosa sfiora Gilberto Murgia e sbriciola lo zaino da montagna del carabiniere accanto. Il capitano risponde al fuoco, ferisce il bandito, lo cattura e libera il sequestrato.

Prima di lasciare la Calabria con i gradi da maggiore, Gilberto Murgia si toglie la soddisfazione di catturare anche il capo assoluto della Ndrangheta dell’epoca Giuseppe Piromalli.

Da Frosinone al Senato

Il comando provinciale dei carabinieri di Frosinone

Lo chiamano a Roma, gli affidano il primo posto ‘tranquillo‘ nella sua carriera: il comando della compagnia Trionfale. E poi il delicatissimo Nucleo Informativo del Gruppo di Roma.

Appena nasce la Direzione Investigativa Antimafia lo chiamano. È lui ad occuparsi delle indagini sulla mafia siciliana e le sue infiltrazioni in Italia. Diventa tenente colonnello: gli affidano l’ufficio Comando del Provinciale di Roma.

È il momento di comandare un intero reparto provinciale: con i gradi di colonnello arriva a Frosinone e trova una squadra di giovani capitani comandanti di Compagnia preparati ed agguerriti. Da Fernando Maisto a Nazzareno Di Vittorio, da Enrico Buttarelli a Cristiano Congiu e Giuseppe Pinca. Sono anni di successi per i carabinieri e di soddisfazioni per il territorio.

Negli occhi di Gilberto Murgia in quegli anni c’è un solo velo di tristezza: è vedovo di Anna Laura Onorato, riversa tutto l’affetto sulle due figlie, Manuela che è avvocato e Daniela che è sociologa.

Nicola Mancino

Dopo Frosinone va a comandare il Nucleo Carabinieri Senato della Repubblica, è il responsabile della sicurezza di Palazzo Madama, diventa l’ombra del presidente Nicola Mancino. Che, dicono, comprenda subito lo spessore e la preparazione di quell’ufficiale. Al punto da pretendere che sia lui a comandare il prestigioso Provinciale di Salerno. È un incarico da generale, 1500 carabinieri ed un territorio immenso.

L’ultimo baule

Il generale Gilberto Murgia. Foto: Archivio Unione Sarda

Una carriera intensa. Che non può concludersi in maniera diversa: l’Arma gli affida a Gilberto Murgia il comando della Regione dalla quale quel suo ufficiale è partito come tenentino. Lo promuove comandante regionale dei carabinieri della Sardegna: dal 2004 al 2007.

È da poco nella sede di Cagliari quando, racconta la leggenda, incontra quella signora anziana partita dall’entroterra per dirgli che il marito vuole consegnarsi.

Ora Gilberto Murgia ha chiuso i bauli per l’ultima volta, non servono camicie bianche e divise nere per questo viaggio. Ci ha lasciati nelle ore scorse, al termine della sua ultima battaglia. Affrontata così come usava fare con i banditi: a viso aperto, fino alla fine.