La ‘cacciata’ di San Cataldo e il vescovo con il popolo (di P. Alviti)

Foto: © Incollatori San Cataldo

La 'cacciata' di San Cataldo è il rito tradizionale durante il quale la statuta del santo viene portata in processione facendola uscire ('cacciandola') dalla chiesa. Un rito che ricorda quanto vescovo e popolo siano uno.

Pietro Alviti
Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Vescovo e popolo, popolo e vescovo

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Scrivo queste parole nel giorno in cui si fa memoria di San Cataldo, che nel nostro territorio è particolarmente venerato sui Monti Lepini, a Supino e Patrica. È un santo monaco irlandese la cui storia si perde nel tempi ma che è ricordato come vescovo.

I festeggiamenti iniziano con la cacciata. Hanno cacciato S. Cataldo: un rito che si ripete a Supino nella notte tra l’8  e il 9 maggio, alle tre del mattino. Un’intera città si riunisce attorno al suo Santo veneratissimo.

Ebbene la cacciata di San Cataldo costituisce esemplificazione visiva ed emotiva di quella espressione di papa Francesco, nel suo primo discorso alla loggia delle benedizioni: un cammino insieme vescovo e popolo, popolo e vescovo… ad indicare uno dei concetti più caratterizzanti l’esperienza di fede della chiesa cattolica, ubi episcopus ibi ecclesia, dove c’è il vescovo lì c’è la chiesa.

Sono stato a veder “cacciare San Cataldo”: alle 4 di notte, la chiesa di San Pietro, santuario di San Cataldo, era strapiena di gente, supinesi nella stragrande maggioranza, giovani e anziani, bambini e ragazzi, un popolo intero a gridare “viva san Catallo!” E dopo qualche minuto, il momento decisivo: l’effige di Cataldo viene tolta dalla sua nicchia, e scende allo stesso livello dei fedeli. Gli applausi scrosciano, insieme agli evviva: alla statua vengono imposti i segni dell’episcopato.

La mitria sulla testa, simbolo della capacità del vescovo, l’episcopos, colui che guarda sopra, di individuare la via migliore da seguire; il bastone  pastorale per guidare il popolo lungo questa strada; l’anello, segno dello sposalizio che il vescovo fa con la chiesa che gli viene affidata e simbolo della sua fedeltà; la croce pettorale, segno del cuore della chiesa, l’amore di Cristo per gli uomini.

Ebbene, tutta la cerimonia esprime certamente la fede dei supinesi ma coglie appieno l’intimo rapporto che identifica Supino con Cataldo. Supino c’è perché Cataldo offre ai suoi abitanti lo sguardo provvidente per individuare la strada, la guida su questa strada, la promessa di non essere mai abbandonati dal loro sposo fedele, la certezza di un amore che non finisce, quello di Cristo.

E non è questo quello di cui abbiamo bisogno: un punto di riferimento certo, una guida per nostro cammino, uno che ci ami fedelmente e non ci tradisca, un cuore aperto verso le nostre necessità?

Certo, chiunque può guardare alla cerimonia della cacciata di Cataldo come ad una semplice tradizione. ad un richiamo apotropaico (un rito di propiziazione), forse anche ad un’espressione superstiziosa, ma basta partecipare alla notte della cacciata per rendersi conto che per i supinesi non è così, indipendentemente anche dalla loro fede.

E la stessa cosa si ripete per tanti dei nostri patroni:  in quei riti c’è una profondità di significato che non dobbiamo liquidare come roba del passato ma che dobbiamo riscoprire come pregni di significato anche per il nostro presente.