Segretario non per… Casu: la Festa de L’Unità blinda il segretario Pd di Roma (ma solo per ora)

Foto: © Imagoeconomica, Benvegnu' Guaitoli

Gli intrighi, le alleanze, i risultati che proteggono il segretario del Pd di Roma. L'ultimo dei generali renziani sul campo della Capitale. Lo scooter è la sua Sezione. In un anno ha ripreso due municipi al M5S. E riportato la gente alla Festa de L'Unità

Ascanio Anicio
Ascanio Anicio

Notista, Vaticanista, Ombra silente nella nobiltà nera di Roma

Andrea Casu ha rimesso in moto lo scooter. È l’ultimo dirigente di fede renziana sopravvissuto allo tsunami zingarettiano generato da Bruno Astorre nel Pd di Roma e del Lazio. È il segretario del Partito Democratico nella Capitale. E su di lui sono concentrati i cecchini politici che vorrebbero eliminarlo: lo ha detto senza mezzi termini Luciano Nobili che di imboscate ne ha viste parecchie. (leggi qui Un Pd da… Nobili: «Nulla da spartire con i 5 Stelle. E con chi sale e scende dall’area») Lo scooter per Casu è un must. È sempre quello sul quale ha portato fuori i Dem dalle sabbie mobili in cui si erano infilati dopo la cacciata del sindaco Ignazio Marino. Quel motorino è il segreto: è la cifra di uno stile politico basato sul camminare di quartiere in quartiere a cadenza fissa. Per in contrare gli attivisti, parlare con gli iscritti, controllare se tutto va bene, ascoltare la base… Anche se sembra Nanni Moretti a zonzo.

Quando Andrea Casu è stato eletto segretario cittadino del Pd, le dinamiche erano altre. Era il tempo in cui Matteo Renzi tirava ancora la carretta del rinnovamento, mentre degli zingarettiani esisteva solo un’ombra allungata su un futuro del tutto eventuale: si poteva intravedere, ma quasi nessuno ci avrebbe scommesso.

Nell’Italia della politica stagnante ora invece tutto cambia alla velocità della luce, il Pd dei miracoli passa dal 40% al 18% in poco più di un paio d’anni; la Lega sale dal 2% al 36%; i rottamatori finiscono in soffitta. E il giovane segretario del Pd romano, invece di rilasciare dichiarazioni sul “nuovo corso“, è rientrato nel garage: invece di salire in sella a frasi che potessero scatenare polemiche interne si è messo ad organizzare La Festa de L’Unità. Un evento che, in altre parti d’Italia, è finito in soffitta: per assenza di soldi ma soprattutto per assenza di volontari disposti ad impegnarsi per organizzare l’appuntamento. Paradossi dei tempi: un renziano a guida di un evento che fu emblema del Pci.

A Roma se ne sono già tenute un po’ di Feste dell’Unità. E non tutte coordinate con il Segretario cittadino. Fatte più che altro per tastare il terreno politico.

Quella di Andrea Casu invece è una Festa de L’Unità unificante che copre più di quindici giorni: dal 18 luglio al 3 agosto. La partecipazione non può essere quella degli anni 90′. Ma, come cantano gli Zen CircusIlenia qui le piazze sono affollate. Ma innocue. Ormai le piazze fanno rivoluzioni solo quando sono vuote”. Invece le piazze di Casu si riempiono, coinvolge, aggrega soprattutto una generazione che guarda sempre meno al politica. Nata già disillusa.

Un ulteriore elemento che impedisce di mettere in discussione il Segretario e toglierlo di mezzo, ingombrante residuo renziano. Gli altri elementi sono i due municipi strappati dal Pd al Movimento 5 Stelle di Virginia Raggi nel corso di un anno.

Eppure, di gente pronta a sparargli politicamente addosso, ce n’è tanta. Ma serve un placet di Nicola Zingaretti che non arriva

Il Partito Democratico, a Roma, è strutturato così: c’è l’ala ultrarenziana, che è composta da Andrea Casu, da Roberto Giachetti e da Luciano Nobili. La maggioranza dirigenziale romana è ancora cosa loro. Sono quelli che hanno espresso gli attuali vertici, quindi sono coloro che non hanno alcuna intenzione di scansarsi per fare posto agli ex Ds. Roberto Giachetti può vantare il credito di essersi immolato, candidandosi a sindaco della Capitale, quando nessun’altro era disposto a farlo. E, complice il centrodestra, ha persino raggiunto un insperato ballottaggio. Prima o poi qualcosa gli dovrà tornare indietro.

Esistono però anche renziani divenuti tiepidi: Matteo Orfini e Claudio Mancini guidano la corrente dei “Giovani turchi“, che con Andrea Casu dialogano volentieri. La garanzia ce la mette Riccardo Corbucci che è orfiniano, ma che è anche il coordinatore della segreteria di Casu. Sono le stratigrafie nazionali, del resto, ad influire sulle declinazioni locali. Succede anche nella città del Colosseo.

Poi c’è l’altro lato del campo, che è quello in cui giocano gli “zingarettiani”. Si muovono attorno alle disposizioni di tre capi corrente: Enzo Foschi, Mario Ciarla e Massimiliano Valeriani. Tutti e tre risiedono in Regione Lazio (il primo con un contratto, gli altri due per elezione, ma cambia poco): è un triumvirato. Poi c’è anche Guido Staffieri, che è il capo dei Giovani Democratici di Roma. Ma soprattutto c’è Luca Fantini, che dei giddini è il segretario regionale.

I Giovani Democratici romani erano orfiniani, Luca Fantini invece li ha posizionati su Andrea Orlando appena Nicola Zingaretti si è schierato con l’allora ministro della Giustizia al Congresso in cui s’era candidato come alternativa a Renzi. Quel congresso ha segnato lo strappo di Guido Staffieri dai Giovani Turchi e da Matteo Orfini. Ora anche i giovani romani sono di matrice zingarettiana seppure con sfumature dovute a logiche locali ed a dati anagrafici.

Chiudono il cerchio l’area Dem del segretario regionale Bruno Astorre, che ha in Dario Franceschini il suo referente nazionale. Il signore delle preferenze a Roma ed ai castelli è stato l’alleato strategico per iniziare la scalata di Nicola Zingaretti al Pd.

Ci sono infine i martiniani, cioè coloro che hanno perorato la causa di Maurizio Martina e che ora gravitano, cercando di capire quale ruolo interpretare: Luca Pioli, che sta nella segreteria di Casu e Ilaria Piccolo, che è consigliere comunale. Maurizio Martina e Nicola Zingaretti hanno una storia politica simile, il presidente della Regione Lazio non si aspettava la concorrenza del primo. La frizione tra i due, che è tutta politica, non è ancora stata risanata. E questo qualche effetto lo ha anche sul quadro correntizio della Capitale. 

Andrea Casu ed il suo motorino, quindi, hanno almeno tre alleati: uno è la mancanza, allo stato attuale delle cose, della previsione di fase congressuale. Non c’è la cosiddetta acqua alla gola. Un altro è rappresentato dalla complicatezza di un universo correntizio, che conta almeno due insiemi schieratisi in suo favore, cioè quello degli ultrarenziani e quello degli orfiniani. Il terzo fattore, infine, è gentilmente offerto dal caos calmo che intercorre tra i “martiniani” e gli “zingarettiani”.

Procedere con un congresso, insomma, non consente di dare per scontato che Andrea Casu ne esca sconfitto, tutt’altro. La modalità delle primarie, invece, garantisce qualche certezza in più: con quello strumento Nicola Zingaretti ha già dimostrato di poter sbaragliare tutto e tutti. Ma conviene? C’è uno stallo, che è condito dai panini della Festa dell’Unità. Quando i gazebo verranno chiusi, ci sarà una pausa augustea. Pausa, non pax: questa è una guerra che, nel caso venisse combattuta, non sarà anticipata da annunci.