Ci pum, la guerra di zio Mario da Borgo Grappa (di L. Grassucci)

Una guerra dimenticata. Finita oltre un secolo fa. Ma che ha segnato un intero Paese e condizionato il suo futuro. Ma la guerra è combattuta dagli uomini. Da soli in mezzo alle paure di altri uomini.

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Ci pum, ci pum. Era un venetone alto e allampanato, con il naso lungo e l’aria non certo da scheggia che gli derivava da secoli di polenta, polenta e basta. Si chiamava Mario, classe ’99, da Borgo Grappa. Aveva fatto il bersagliere e lo si capiva dal fatto che indossava il cappello un pò storto, alla bersagliera appunto. Mica parlava tanto, certo beveva di più. Ma di novembre diventava loquace perché noi bambini gli andavamo a chiedere della guerra, la prima guerra quella grande.

E lui cominciava con “ci, pumci, pum”. Che era il suono del grilletto e poi la botta di fucile. Era stato in trincea, sul Carso e aveva riportato la pelle a casa. “Zio, ma hai mai ucciso?” Gli chiedemmo un novembre in cui lui era in vena di parlare: “mi, no” comincio a gridare: “mi no go mai coppà”. Si contraeva come a non voler raccontare più, per non ricordare a se stesso piuttosto che a noi. E cominciò a giustificarsi in italiano per far capire anche a me che cispadano ero solo per metà: “tiravo fuori il fucile e stavo sotto la trincea e sparavo a caso, non ho ucciso… credo”. E ricominciava con il “ci pum” per farci illudere che era roba da eroi la guerra, ma mica ci credeva.

Era contadino e i contadini in guerra ci vanno di malavoglia, sono legati alla terra e lasciarla è un delitto, sono come i gatti se li porti via da casa stanno male. A dire il vero, lui era dovuto partire tante volte per via della fame e… della polenta sempre poca. “Ma la guerra l’abbiamo vinta” insistevamo noi noi bambini. “Sì, le ghemo vinta”, commentava lui. E credo che in quel momento ripensasse al suo Brenta, al posto che aveva lasciato per venire qui in questo agro che era altrettanto piatto ma certo non era casa sua.

La guerra finiva qui, perché poi zio Mario si lasciava prendere dal vino e dalla grappa, ma credo che il trasporto per questa roba (vino e grappa) in trincea non era da meno. Non credo che in vita sua avesse mai assaggiato l’acqua e la guerra finiva così, senza eroi con un vecchio zio che ricordava solo il suono che fa il fucile, il resto era come se non ci fosse mai stato.

Ma dopo aver bevuto zio Mario aveva un’altra faccia, perché i fumi del vino rivelano i ricordi, aveva sparato e aveva anche mirato per paura di lasciarci la pelle: “Sparagli Piero, sparagli ora…”. Se pensava, se ci pensava non lo avrei conosciuto Zio Mario. E non saprei della sua guerra fatta di un suono solo. Sarebbe rimasto li sul Carso per sempre.

Ma, forse, zio quando la vita gli sfuggiva di mano rimpiangeva di non aver pensato prima di sparire, perché aveva visto un uomo morire, un ragazzo come lui, magari un contadino di Carinzia che di fame era professore cattedratico come, tale e quale Mario, solo che aveva i crampi allo stomaco in tedesco.

Zio se ne andò che eravamo piccoli, gli hanno messo la medaglia sul petto della giacca e qualche ragazzo del ’99 è venuto al funerale con il gagliardetto. Io per celia di bimbo feci “ci, pum” e loro si voltarono come a ricordare.

Il 4 novembre zio Mario non se lo fila nessuno, ma credo che erano tanti come lui e li vorrei ricordare e tanti non sono tornati dello stesso ricordo. Non lo ha ricordato nessuno neanche a 100 anni dall’inizio della guerra io si e mi piace ricordarlo non per la grappa che lo faceva secco come un chiodo, ma per la medaglia che diceva: nella Storia c’era anche lui, ultimo come me e un poco io non meno ultimo di lui.

Bersagliere, piume al vento, che gli eroi non ci sono e si muore soli gridando mamma e cambia la lingua.