Il destino di Fausto: l’ultimo comunista osannato da CL

 

 

 

Ha citato Papa Bergoglio e Giuseppe Dossetti, ma anche don Carron e il Subcomandante Marcos. Ha parlato di sconfitta storica della sinistra, esaltando le forme di aggregazione e confronto di Comunione e Liberazione. La platea di Rimini, che per anni lo ha visto come acerrimo avversario politico, gli ha tributato un’autentica ovazione. Lui, Fausto Bertinotti, ha rivendicato con l’orgoglio il suo sentirsi ancora comunista, sottolineando però il valore della fede, vista come dono ma anche motore sociale.

 

L’uomo che rifiutò l’archiviazione del Pci e la svolta della Bolognina da parte di Achille Occhetto, fondando Rifondazione Comunista insieme ad Armando Cossutta quando la maggioranza dei “compagni” aderiva al Pds, è stato protagonista di un intervento appassionato, che ha parlato soprattutto al cuore dei giovani. A dimostrazione che la politica non sfonda sul versante dei giovani perché è incapace di parlare con loro. Anzi, non si pone neppure il problema.

 

Fausto Bertinotti ha detto:

“L’idea dell’uguaglianza ha fatto irruzione nella storia mille volte, sia da parte religiosa che da parte laica. Bisogna però stare attenti che la ricerca di uguaglianza non sia totalizzante. L’ultima forma con cui l’uguaglianza ha preso concretezza è stata la costruzione dello Stato: siccome non riusciamo a farci uguali nella società allora ci è servito lo Stato e la legge per dare sostanza a questa necessità.

Ma i nostri padri non hanno visto la contraddizione fra l’uguaglianza e la sua realizzazione dall’alto attraverso lo Stato, perché questo elemento produce disuguaglianza fra chi comanda e chi è comandato. Nel socialismo reale hanno fortemente ridotto e quasi azzerato la disuguaglianza sul piano economico e sociale, ma l’hanno assolutizzata sul terreno del potere, fra chi poteva comandare e chi doveva obbedire. Non si può creare l’uguaglianza con il forcipe, essa è una meta ma è anche una pratica.

La lezione più importante che viene dalla mia storia non viene dai partiti e dalle elezioni, ma dalle case del popolo, dalle leghe sindacali, dalle cooperative e dalle associazioni: insomma da chi ha saputo costruire comunità. Quello che mi piace di Comunione e Liberazione oggi è vedere la “costruzione del popolo” e in questo io rivedo la mia storia migliore: gli scioperi, le organizzazioni comunitarie e le Feste de L’Unità”.

 

L’ultimo comunista ammette il fallimento di un’ideale, che rivede, nei tratti migliori, nella “costruzione del popolo” di Comunione e Liberazione.

 

Ha continuato l’ex presidente della Camera:

“Le giovani generazioni di oggi sono “senza padri”, perché i padri si sono eclissati. La loro generazione è scomparsa perchè il mondo a cui abbiamo appartenuto è finito, lo dico con dolore. Io sono figlio del ‘900 ed esso è stato sepolto, poichè segnato da una sconfitta storica e drammatica: noi siamo come i Maya e gli Egizi, che hanno avuto una storia densa di cose grandissime, ma essa interessa gli archeologi e non la vita quotidiana. Nel frattempo c’è stata la rivoluzione del capitalismo globale e finanziario.

Oggi serve camminare su una nuova storia: i padri non possono insegnare nulla ai figli ma semmai camminare insieme a loro, imparando strada facendo. L’unica cosa che possiamo dire ai figli è che il movimento operaio aveva l’idea giusta che le donne e gli uomini devono poter esprimere la propria dignità di persona, e perciò dobbiamo conquistare l’uguaglianza. Serve avere idee forti e saperle mettere in discussione, io mi dico ancora comunista”.

 

Camminare insieme: non si fa più, neppure si pensa più. Ognuno va avanti per la sua strada e nulla vede al di fuori del proprio “io”. E’ il noi ad essere stato sepolto da un individualismo che ha messo ai margini i valori della solidarietà, dell’aiuto, del confronto. E ha potuto farlo perché la politica ha abdicato al proprio ruolo di creare una società migliore e più equa.

 

Fausto Bertinotti ha proseguito:

“Avere idee forti e riflettere criticamente su di esse è una possibilità concreta. Se invece esse sono immutabili, oppure se si ha un pensiero debole, è un disastro. Serve quindi avere idee forte e provare a metterle in discussione sulla base dell’esperienza.Io di poche cose sono esperto, ma di sconfitte sono espertissimo; posso dire che dopo molte sconfitte sono sempre ripartito dallo sguardo del mio popolo, dei lavoratori, dei pensionati, a cui sento di appartenere. L’ambizione che permette di ricominciare sta nel fatto che un giorno qualcuno possa dire che quello era uno dei nostri.

E’ la politica che ha abbandonato il popolo o il popolo che ha abbandonato la politica? Tutte e due le cose. Secondo me Per non deresponsabilizzarci dobbiamo tornare alle radici, anzi alla radice dell’umano. Noi dobbiamo riproporre il tema delle fedi e del senso della vita umana rispetto a una meta. Non basta avere un’attesa vigile, ma serve confidare nell’imprevisto, cioè in ciò che irrompe sulla scena e (se ti sei preparato) può giocare a favore della libertà e della liberazione dell’umanità.

Per chi come me a questa età ha l’ambizione di dirsi ancora comunista l’imprevisto è tutto ciò che ci può salvare”.

 

Un intervento di altri tempi, potrebbe dire qualcuno. Ma estremamente attuale considerando gli applausi riservati all’ex leader di Rifondazione.

Il quale ha voluto mettere il dito nella piaga: oggi il pensiero politico è debole e determina per forza di cose una società debole. Per questo i cittadini sono “disarmati” e al tempo stesso “bombardati” da una comunicazione velocissima e semplicistica, non in grado né di spiegare né di affrontare temi quali i flussi migratori o la redistribuzione del reddito.

 

Il fatto che i grandi partiti di massa non esistano più (Dc e Pci) comporta che lobby e movimenti trasversali (di carattere soprattutto finanziario) determinino le scelte cruciali. Come i grandi burocrati dell’Unione Europea. L’effetto collaterale è la marginalizzazione della politica. Il sistema proporzionale servirà a rendere “istituzionale” l’inciucio.

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