Frido, l’eroe silenzioso che la Storia non riesce a liberare

La Storia viene scritta dai vincitori. Ma talvolta l'eroismo dei vinti è superiore a qualsiasi censura. Come gli italiani sull'Amba Alagi. O Gigi De la Penne che affonda quasi solo mezza flotta inglese ad Alessandria d'Egitto. O Frido von Senger a Montecassino. Perché la politica deve restare fuori dalla Storia.

Frido Rudolf von Senger und Etterlin era un bambino fortunato: la sua famiglia discendeva da nobili possidenti. Il vento di Napoleone Bonaparte però la spogliò di ogni proprietà ed i familiari del piccolo Frido si reinventarono avvocati o funzionari dello Stato. Il che gli consentì di vivere un’infanzia senza preoccupazioni. Dal papà ereditò il senso del dovere, la mamma invece gli trasmise la fede cattolica: anni più tardi, nel segreto dei più, Frido prese i voti di ‘terziario’ benedettino. Amava la pittura e sognava di proseguire gli studi che gli consentissero di diventare uno storico dell’arte. L’Europa invece precipitava nella barbarie della I e poi della II Guerra Mondiale.

Frido si ritrovò arruolato come ufficiale dell’esercito tedesco: prima per il Kaiser e poi per il Fuhrer. I fogli matricolari lo descrivono un ufficiale preparato e capace.

Per fortuna della cultura moderna il Destino volle che gli venisse affidata la difesa di un settore chiave della Linea Gustav: quella che i tedeschi avrebbero dovuto difendere con le unghie ed i denti per tardare il più possibile l’avanzata Alleata, facendo così in modo che raggiungesse il più tardi possibile la Germania.

Frido è l’ufficiale che insieme al sovrintendente Pasquale Rotondi di Arpino mise in salvo tutto il patrimonio culturale custodito nell’abazia di Montecassino: se oggi conosciamo Aristotele, il nostro modo di pensare è quello che è, lo dobbiamo a quei manoscritti.

Al general der Panzertruppe Frido Rudolf von Senger und Etterlin, comandante della XVII Panzer Divisionen, cavaliere di Croce di Ferro con foglie di quercia, nessuno ha mai detto grazie per avere salvato le opere che oggi possiamo ammirare dentro l’abazia ricostruita e quelle che i pochi ammessi possono leggere nella biblioteca benedettina. Non ce n’era bisogno: lo ritenne un suo dovere, come militare, come uomo di cultura, come terziario, come cattolico.

È lo stesso motivo per cui, prima di essere promosso al fronte di Montecassino, mentre ancora era al comando delle truppe in Sardegna e Corsica, quando si trovò al bivio tra salvare la propria vita e salvare la propria anima, scelse senza dubbio la seconda: il 9 settembre ’43 non eseguì l’ordine di fucilare tutti gli ufficiali italiani fatti prigionieri e che fino al giorno prima erano suoi kameraten; l’ordine del Fuherer era tassativo e chiunque non lo avesse eseguito sarebbe stato a sua volta passato per le armi, si fosse chiamato pure Frido Rudolf von Senger und Etterlin. Il quale, però, imbarcò tutti sulla prima motonave in partenza dalla Corsica e poi telefonò al suo superiore, il maresciallo Kesselring, comandante delle truppe tedesche in Italia, e gli disse di non avere ufficiali da fucilare.

Assegnato al comando della linea Gotica, a Bologna, mise fine allo scannatoio che ogni notte veniva insaguinato da fascisti e comunisti: se la città non venne rasa al suolo, lo si deve al fatto che Frido la abbandonò senza combattere, evitando che venisse ridotta ad un cumulo di macerie da una battaglia tanto cruenta quanto inutile.

Finita la guerra divenne finalmente professore a Salem nel Baden-Württemberg . E di lapidi o steli commemorative, ormai, non gliene importa più nulla: è morto nel 1962.

Era un uomo in guerra. E la guerra non è quella dei film, nemmeno quelli più crudi come Das Boot, Black Hawk Down o Platoon. La guerra invece è un carnaio quanto più simile all’inferno, nel quale la tortura è ammessa e lo stupro è un’arma, e dove il mitragliamento dei civili in fuga ai bordi della strada è una tattica descritta nei manuali per fare in modo che gli sfollati convergano al centro e rallentino l’arrivo delle truppe avversarie.

Qualcuno riusciì a mantenere la sua umanità, confidando nella banalità del bene; altri no. piegando la testa all’obbligo di obbedire. I soldati sono solitari nella folla.

È per questo che, una volta trascorsi abbastanza anni dalla fine degli spari, la guerra diventa materia per gli studiosi.

Studiosi di strategia e tecniche militari. O specialisti in analisi geo politiche e geo militari che ricostruiscono il perché delle alleanze anzichè altre.

Roba per la Storia. Ma anche per le coscienze. Che non si laveranno mai: perché gli uomini in guerra, se sopravvivono, sono destinati a convivere con gli incubi dei loro fantasmi (oggi la chiamano sindrome da stress postraumatico: sono solo i fantasmi di quelli che hai ammazzato).

L’errore è confondere la storia con la politica. A distanza di 70 anni. Soprattutto farlo in una terra che ha subito il martirio del bombardamento tra i più devastanti dopo Coventry e Dresda (che venne cancellata dalla Terra per vendicare Coventry). Ma che quindici anni fa fu capace di far marciare i reduci di vincitori e vinti, l’uno accanto all’altro. Se non si passa il dibattito alla Storia si rischia di restare intrappolati tra vincitori e vinti, tra vittime e carnefici. Solo la Storia, intesa come materia per gli storici, è capace di tenere ben distinto il giudizio storico dalla responsabilità criminale dei massacri di civili inermi compiuti da assassini in divisa. Che sono su ogni fronte: i nazisti in mezza Europa; i fascisti italiani in Spagna, in Grecia, in Etiopia; gli americani in Sicilia.

Per favore, consegnate la storia alla Storia. E lascite Frido a riposare in pace, senza gli incubi che certamente non ebbe.

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