I crimini segreti intorno al santuario di Canneto: ecco il nome del mandante

Il mandante sono io. Sono stato io a sollecitare l’allora commissario della Provincia di Frosinone, Giuseppe Patrizi, ad individuare una soluzione in favore del Santuario di Canneto affinché fosse possibile aprire il mese mariano.

Giuseppe Patrizi si trova sotto inchiesta (anche) per averla trovata quella soluzione. Su di lui pende una richiesta di processo. E’ giusto che io riveli quello che so. E mio assuma le mie responsabilità se ce ne sono.

Questa è una storia di gabinetti, di incenso, candele, un po’ di dispetti e tanta cartaccia. Farebbe ridere se non fosse finita in mezzo ad oltre novemila pagine di indagini giudiziarie nelle quali si ipotizzano reati serissimi: abuso d’ufficio, corruzione, violazioni delle norme ambientali.

L’incenso e le candele sono quelle che bruciano ogni giorno, ormai da secoli, all’interno del santuario mariano di Canneto. E’ un luogo di devozione disperso sui monti di Settefrati. Alla Madonna nera che si venera tra quei boschi vengono attribuiti centinaia di miracoli e per ringraziamento, tutti gli anni, circa ventimila persone nello stesso giorno si arrampicano in processione tra le rocce.

I gabinetti sono quelli che sono stati fatti costruire per dare sollievo a vesciche ed intestini umani che, vuoi o non, almeno una volta al giorno la natura esige che si liberino. Prima ci si liberava tra i boschi. Ora ci sono i luoghi di decenza: latrine, cessi, ritirate o come meglio li vogliate chiamare.

Il problema sta nel fatto che quegli scarichi sono collegati ad una fossa biologica. E fin qui, non fa una grinza. La fossa a sua volta è collegata ad un depuratore. Qui iniziano i problemi: ricostruire la storia con esattezza è roba che il rettore del santuario ha impiegato circa undici anni per comprendere, ci mise meno per ricostruire il significato delle Scritture. Ma la nostra burocrazia sa essere più incomprensibile dell’aramaico in cui si esprimeva nostro Signore.

Più o meno la ricostruzione è questa. Alcuni decenni fa, finalmente si prese atto che migliaia di devoti salivano nella valle di Canneto. E che, oltre pregare la Vergine, si riunivano poi tra i prati a mangiare. E dopo mangiato arrivava il momento di rendere alla natura ciò che essa stessa aveva donato. In pratica: serviva un gabinetto. Non ce n’erano. Per farla breve: gli alberi sono sempre cresciuti forti e robusti grazie a tutto quel concime. ‘E’ inaccettabile‘ tuonò qualcuno, qualcun’altro pregò, l’invocazione raggiunse le orecchie giuste e venne progettato un depuratore. Al tempo, le cose si facevano in grande. Poi venne il tempo di Tangentopoli e si sospettò che non avvenisse per megalomania né per eccesso di zelo, ma questa è un’altra storia. Per farla breve: il depuratore venne costruito. Era così grosso che poteva depurare tutte le cacche e le pipì dei ventimila devoti.

Sorse un problema. Tutta quella gente, tutta insieme, lì ci va un paio di volte l’anno: all’apertura del mese Mariano e durante la festa della Madonna Nera. Quindi? Per tenere in efficienza quell’impianto deve funzionare costantemente ameno al 50% della potenza, altrimenti non va. E 11mila persone che vadano lì a fare i bisognini tutti i giorni, a Canneto non ci sono.

Per anni si è cercata una soluzione. I fatti si sono complicati quando – come nella più classica delle commedie di Giuseppino Guareschi – il parroco, che in questo caso è anche rettore del santuario, ha iniziato a non andare d’accordo con il signor sindaco del paese. Tra un comitato feste confermato senza permettere al primo cittadino di metterci becco e tante altre piccole reciproche delicatezze, si arriva alla raccomandata con cui si vieta l’esercizio dell’attività ad un ostello (gestito all’epoca da un’avversario del sindaco che parteggiava per il parroco). La locanda si ferma. Ma scatta la diffida del sindaco contro il parroco che imperterrito continua a fare pipi e popò usando lo scarico del santuario: che confluisce nella fossa biologica, che va nel depuratore, che funziona a singhiozzo. E per essere sicuro che i bisogni non passino e non inquinino, il signor sindaco fa anche mettere una busta in plastica legata con una corda a chiudere il by pass che collega gli scarichi al depuratore.

E qui sono problemi. Per giocare a Peppone contro don Camillo e Fernandel contro Gino Cervi, si arriva che il sindaco scrive al rettore: carissimo, ricordati che senza gabinetti in regola, il mese mariano non lo puoi aprire.

E chi glielo dice ora a Sua Eccellenza il vescovo che migliaia di devoti non possono salire al santuario, come fanno da secoli, a meno che non si impegnino a mettersi in viaggio con pipì e cacche già fatte, come usava un tempo prima di salire sulla Seicento di papà per andare in villeggiatura.

Il rettore si raccomanda in cielo a Nostra Signora, in terra a quei pochi che conosce: è uno dei pochissimi uomini di chiesa che si tiene alla larga dai potenti e quindi non conosce nessuno. Capita che la supplica finisca alle orecchie di un giornalista poco devoto ma con abbastanza mancanze da farsi perdonare e soprattutto un paio di piaceri ricevuti e dover restituire direttamente alla Augusta Regina dei Cieli e Sovrana degli Angeli.

Sono stato io a sollecitare l’allora commissario Giuseppe Patrizi a trovare una soluzione che consentisse l’apertura del mese mariano. Gliel’ho chiesto in maniera accorata e anche insistente. E l’ho fatto con uno scopo preciso: speravo in qualcosa in cambio. Non da Patrizi. Ma da Nostra Signora cui avevo chiesto un po’ d’indulgenza. Se è reato, io l’ho commesso. E se così fosse ho il dovere di fare una chiamata di correo: indicare cioè i nomi degli altri responsabili che come me hanno sollecitato una soluzione.

Il fatto che bisognasse trovare una soluzione ai gabinetti con cui impedire che gli sfinteri di tutta quella gente trovassero pace nei boschi della Valle di Canneto, era finito al centro di una riunione in prefettura. Il rappresentante del Governo aveva messo attorno ad un tavolo il presidente della Provincia, il sindaco di Settefrati, la diocesi, Acea. Ognuno ha detto la sua: il Comune ha detto che il depuratore non è più roba sua ma di Acea, la società dell’acqua ha detto che quell’impianto lo avrebbe messo a posto quando i cittadini ciociari pagheranno le bollette come da contratto e non con la tariffa provvisoria perché così non c’hanno i soldi per fare gli investimenti; la diocesi prega per tutti; il prefetto dice: fate come volete ma una soluzione va trovata.

Alla fine tutti se ne sono lavati le mani. Giuseppe Patrizi trova una soluzione geniale: mando l’autospurgo a svuotare la fossa biologica costruita nel lontano 1969, quella che il sindaco voleva venisse coperta dal parroco; in realtà il rettore l’ha ‘coperta sotto la breccia’ ma non l’ha ‘riempita con la breccia’ perchè ha pensato “E se poi si rompe il depuratore qui come facciamo”. Ecco che la vecchia fossa compie il miracolo, Patrizi ci mette gli autospurghi, dispone che venga concessa l’autorizzazione. Il dirigente nicchia. La firma lui.

Se poi l’autispurgo sia andato non si sa: ma certo gli alberi non si sono seccati e sono ancora lì.

Intanto Peppe Patrizi deve andare dal giudice. Per le altre cose non so. Ma su questa, se è reato, mi sento colpevole anche io di avere istigato l’allora presidente. Che ancora oggi ringrazio.

Alessio Porcu

 

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