Il suicidio del Popolo delle Libertà

L’unico ad aver avuto il coraggio di dirlo è stato Vittorio Di Carlo durante l’incontro della settimana scorsa con il coordinatore regionale di Forza Italia Claudio Fazzone: le dimissioni di Antonello Iannarilli da presidente della Provincia di Frosinone hanno azzerato un’intera classe dirigente del centrodestra.

L’inizio del declino è iniziato allora. Ha perfettamente ragione. In quella elezione Iannarilli aveva battuto Gianfranco Schietroma e il terzo Polo di Anna Teresa Formisano – Alessandro Foglietta e Domenico Marzi (sostenuto fortissimamente dal costruttore e all’epoca anche editore Arnaldo Zeppieri). Nel Pdl furono eletti pezzi da novanta come Franco Fiorito e Mario Abbruzzese, subito in duello fra loro, con il primo che fece sfiduciare il secondo da capogruppo. Ma il Popolo delle Libertà era padrone.

Poi successe che Iannarilli non riuscì a governare la macchina politica della sua amministrazione,  soprattutto non ce la fece  a mettere un freno alle pretese degli assessori e dei consiglieri di maggioranza. La possibilità di candidarsi alle regionali fu vista da lui come una liberazione, anche se sapeva perfettamente che sarebbe stato impossibile battere la concorrenza interna di Mario Abbruzzese alleato con Alfredo Pallone. Nel frattempo era scoppiato il “caso Fiorito” e il Pdl accusò il colpo in termini mediatici e politici.

Fatto sta che le dimissioni di Iannarili da presidente della Provincia mandarono letteralmente a casa assessori e consiglieri. La nomina a vicepresidente di Peppe Patrizi, poi diventato commissario, non poteva avere una connotazione politica.

Ma forse il centrodestra deve anche riflettere su quello che fece per fermare Iannarilli. In realtà non fece niente per fermarlo. Perché molti avevano un solo obiettivo: essere nominati vicepresidente e guidare l’ultimo scampolo di legislatura. Come accadde a Filippo Materiale con Francesco Scalia diventato assessore regionale al Personale sotto Piero Marrazzo. Ci puntavano tutti: Antonio Salvati, Peppino Paliotta (anche se sbattè la porta poco prima quando gli fu chiaro che mai avrebbe centrato il bersaglio), Eligio Ruggeri, Ennio Marrocco e tanti altri. Ognuno scalciava e non vedeva l’ora che il satrapo di Alatri togliesse il disturbo e liberasse l’ufficio da presidente. Mario Abbruzzese si guardò bene dal sostenere Iannarilli in quella fase, lasciò fare, consapevole che il declino era cominciato.

L’unico che provò a fare qualcosa fu Antonio Tajani: tentò di far capire ad Antonello a cosa andava incontro “Appena sarai uscito dal palazzo della Provincia nessuno dei tuoi assessori ti sosterrà con i suoi voti, si coalizzeranno tutti contro di te per dimostrare che senza di loro non vinci e non avresti vinto nemmeno le Provinciali”. Il resto è storia.

Da quel momento in poi il centrodestra provinciale è piombato in una crisi fortissima: nessun parlamentare eletto, un solo consigliere regionale, nessun europarlamentare, stampella del centrosinistra alla Provincia, all’Asi, al Cosilam. Ma soprattutto, particolare che viene spesso omesso, allontanamento da parte di Alfredo Pallone, che era stato il garante politico di tutti. Da Iannarilli ad Abbruzzese. Ma questa è un’altra storia e si incrocia con i rapporti tra lo stesso Pallone e Antonio Tajani a Strasburgo.

Chissà a Pallone potrebbe venir voglia di parlarne. Così magari si potrà fare luce anche sulla mancata presentazione delle liste del PdL alle regionali quando lui era coordinatore del Lazio e vinse Renata Polverini.

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