Incapaci di agire ci rifugiamo in uno smartphone

Mentre un uomo muore, tutt'intorno la gente non agisce ma filma. È una reazione nota in 'psicologia della comunicazione'. Ma è anche il metro della scala dei valori in cui viviamo

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Di fronte ad efferati episodi di violenza, commessi in pubblico, dobbiamo ormai abituarci ad una terza categoria di comportamenti, rispetto alle due cui facciamo tradizionalmente riferimento.

Ci sono quei pochi che provano a dividere i contendenti, anche a rischio della propria incolumità; ci sono quelli (molti) che volgono lo sguardo da un’altra parte o al massimo cercano di capire cosa succede; e poi, ecco la novità sempre più diffusa, ci sono quelli che filmano… Che rimangono con il loro telefonino a riprendere l’orrore, la violenza, la paura, come se stessero vedendo un film.

È successo ad Alatri nell’uccisione di Emanuele Morganti, è accaduto a Colleferro con Willy Monteiro, è avvenuto a Civitanova Marche, nel bestiale delitto in cui ha perso la vita Alika.

Lo scudo dello smartphone

Un frame dai video di Civitanova

Troppo facile inneggiare alla freddezza dell’Uomo di oggi. Al suo totale asservimento verso la civiltà dell’apparire: per la quale tutto deve essere ripreso e spettacolarizzato condividendolo sui social. Non è solo questo. Anche qui c’è una terza via. Sta nascosta nelle parole che, poco alla volta, stanno emergendo su quella vicenda.

Smettetela di dire che nessuno è intervenuto per salvare Alika” ha detto a Repubblica di un uomo che era fermo alla pensilina del bus. “Io c’ero mentre quell’energumeno lo uccideva. Ho provato a fermarlo ma non ci sono riuscito. Però ho chiamato la polizia e l’ho fatto arrestare“. È intervenuto e poi ha avvertito i soccorsi.

I fotogrammi dell’orrore restituiscono immagini e suoni: si sentono alcune persone urlare: “Fermati, basta. Così lo ammazzi”. Una ragazza di vent’anni – quella che ha girato la sequenza più nitida – ha raccontato alla polizia d’essere rimasta paralizzata di fronte a quella scena: d’essere riuscita solo ad estrarre il telefonino e filmare tutto. Per testimoniare e non per pubblicare, dirà agli agenti consegnando il video.

La riprova sociale

La foto resa celebre da Dagospia nel 2018

È questo a doverci far riflettere. Non interveniamo, ci sentiamo incapaci. È un fenomeno antico. Lo insegnano in Psicologia della Comunicazione: se una persona viene molestata e nessuno interviene la vittima rischia moltissimo, se uno solo interviene il molestatore rischia il linciaggio. Perché questi due estremi?

L’essere umano si è salvato dall’estinzione seguendo il branco. Nelle nostre informazioni interne mancano situazioni come quella del molestatore dell’esempio fatto qui sopra; come quella della lite violenta in strada dove una persona di colore viene picchiata in maniera selvaggia.

Non sappiamo cosa fare. la nostra unica arma è diventato il telefonino: per testimoniare. Catturare ciò che sta accadendo. Per condividerlo con il branco. Affinché poi si decida cosa fare.

I livelli di colpevolezza

Ora, saranno i giudici a stabilire i livelli di colpevolezza delle persone implicate negli atti di violenza. Ma tutti noi dobbiamo chiederci se sia una cosa mentalmente sana mettersi lì a filmare un atto di violenza, invece che cercare di intervenire, magari avvicinarsi, urlare di smetterla, oppure mettersi insieme ad altri per fare qualcosa…

Filmare, per poi condividere sui social, è da vigliacchi. Filmare per testimoniare è il dramma di una società che non sa più come intervenire: è disarmata di fronte alla violenza.

La questione più importante, però, non è il giudizio morale su quanto è accaduto, quanto la scala dei valori su cui basiamo la nostra esistenza. E’ più importante cercare di salvare la vita di una persona o filmare quanto sta accadendo, per dimostrare di essere stati testimoni di un fatto eclatante o per testimoniarlo (fa poca differenza, soprattutto per quello che è a terra e prende le botte)?

E noi, poi, come ci comporteremmo se ci trovassimo nella stessa condizione?

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