Ingrao ed il buco nella memoria della sinistra (di L. Grassucci)

FOTO: Archivio Fondazione Pietro Ingrao

Pietro Ingrao non è stato solo un grande dirigente politico. È stato anche un simbolo per la voglia di un territorio d'andare per il mondo e cambiarlo. Ma nessuno lo ricorda. Perché nessuno ha più voglia di rivoluzioni

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

Oggi sarebbe stato il compleanno di Pietro Ingrao da Lenola. Uno dei padri della Sinistra italiana. Ma qui chi lo ricorda, noi abbiamo storie rimosse. Siamo “nati” all’istante, stiamo alla storia come il Nescafe sta alla napoletana.

Pietro Ingrao e altri ragazzi alla Libero De Libero, alla Giuseppe De Santis andarono al mondo per via della apertura della direttissima ferroviaria Roma-Napoli via Formia (ma chissà se sanno queste storie i calcolatori dei costi-benefici della nuove tratte ferroviarie, ogni riferimento alla Torino-Lione, è voluto). E il mondo lo cambiarono: nella poesia, nel cinema, nella politica.

Questa è terra viva, non terra morta. È terra di gente che va nel mondo e lo cambia: prima di loro Leone XIII da Carpineto, Alessandro Marchetti da Cori, Aldo Manuzio da Bassiano e andrei avanti che mi stanco.

Ma Pietro Ingrao è anche una cosa in più, l’idea che esisteva una idea di rivolta qui, una idea di ribaltare le cose del mondo e di fare virtù dei torti. Sarebbe stato bellissimo un convegno, un incontro, un dibattito su Ingrao dalle mille posizioni diverse per raccontare di questa “rivolta” che spiega il riformismo lepino, l’anarchismo repubblicano di Terracina, le arance e i braccianti di Fondi, i contadini del sud della provincia.

Avresti contrapposto al “revisionismo” di Canale Mussolini, la fame di Vita di Melania Mazzucco epopea dell’emigrazione pontina al femminile. Ma per farlo ci vuole una idea di se che il Nescafè non prevede e la provincia di Ingrao, De Santis, dell’epifania rossa di Roccagorga, della occupazione delle terre di Sezze, di Luigi Di Rosa, diventa nera del nero dell’ignoranza.