Internazionale, i protagonisti della settimana L

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP

TAIWAN

Taiwan

Premessa con annesso stuporino: l’Onu è inclusiva per mission, a volte anche in maniera ridondante, ed ha sempre cercato di riconoscere quanti più governi possibili. Lo ha fatto anche con i governi in esilio e perfino con quelli che in esilio ci erano andati con le mani macchiate di sangue. Qualche esempio? Nel corso degli anni le Nazioni Unite hanno conservato legittimità di riconoscimento al regime genocida dei Khmer rossi in Cambogia e sono impegnate a riconoscere l’esecutivo macellaio del Myanmar, perfino quello infido dei Talebani in Afghanistan. 

L’Onu ha riconosciuto la Palestina, che Stato assassino non lo è ma che è figlio di un duello giuridico e religioso che dura da quasi un secolo. Insomma, il Palazzo di Vetro è bottega grossa, ma non tanto grossa da far entrare Taiwan, non ancora almeno. 

Momento nerd: il 25 ottobre di 50 anni fa la Repubblica Cinese venne formalmente espulsa dalle Nazioni Unite con un voto dell’Assemblea Generale. Al suo posto entrò di chiappa sullo scranno la Repubblica Popolare Cinese reduce dalla presa del potere del 1949. Il governo precedente, bontà e fretta sua, era fuggito in esilio. Dove? Esatto, nell’isola di Taiwan. 
In esilio ma incazzati, i cinesi sloggiati da Mao ebbero il sostegno degli Stati Uniti in funzione anticomunista ma non ebbero più il loro seggio all’Onu. Perché? Perché fra una Cina grossa che all’Onu già c’era ed una Cina piccola e in esilio che per di più si era macchiata di atrocità comprovate scegliere fu facile. 

Spieghiamola: stiamo parlando di anni in cui chi era subentrato, il maoismo, era ancora ammantato dell’alone bello dei liberatori di popoli mentre chi era sloggiato, il governo di Chiang Kai-shek, aveva la patente di oppressore di genti. Da allora, con tentativi saltuari quasi sempre bocciati dagli alleati della Cina comunista, Albania in testa (chi mai ti credi, diremmo noi), Taiwan aveva sempre bussato all’Onu trovando le porte chiuse. 

Faceva fede la “Risoluzione sull’ammissione di Pechino“, nota anche come Risoluzione 2758: con essa l’Onu ingiungeva agli Usa, unici alleati di Taiwan, di riconoscere il diritto della Repubblica popolare cinese ad essere la sola rappresentante legale della Cina presso le Nazioni Unite. 

Poi la storia è cambiata. Con l’arrivo dei grandi consessi mondiali, tipo il G7, la posizione di Taiwan era mutata, i cascami del governo cattivone da cui essa nacque caddero e nel frattempo erano emerse le nuove skill non proprio democratiche della Cina comunista e post comunista. Insomma, da decenni in giro ci sono nuovi equilibri e l’Onu lo sa, come sa che l’isola è il maggior produttore di microchip del pianeta, il che come skill non guasta. E’ il motivo per cui il 2022 potrebbe essere, secondo analisti del calibro di Julian Ku, professore di diritto costituzionale alla Hofstra University di New York, l’anno della svolta e del ritorno di Taiwan all’Onu. 

E fondamentalmente potrebbe esserlo per un motivo: perché mentre prima Taiwan chiedeva di sedere all’Onu come unica vera Cina oggi Taiwan chiede di sedere all’Onu come Taiwan, cioè come stato autonomo che dalla Cina prescinde. L’unico problema è che dal canto suo la Cina vuole Taiwan come parte del suo territorio, ma l’Onu potrebbe barattare questo appetito concedendo un seggio al governo talebano ed apparecchiando a Pechino la tavola imbandita più grossa dell’ultimo mezzo secolo

Insomma, se il Dragone ha fame mettigli una seconda ciotola al fianco e forse non mangerà la tua, o ti darà il tempo per portarla via, lontano dalla sua bocca.

Riso alla supercazzola.

JENS STOLTENBERG

Foto: Håkan Dahlström

Essere Segretario generale della Nato nei mesi in cui la Nato si ricorda di fare la Nato non dev’essere la più soft delle missioni, ma Jens Stoltenberg, in barba all’italianizzazione del suo cognome, ci sta riuscendo benissimo. E lo sta facendo in un momento che rimanda ai grandi step topici della Guerra Fredda, roba che credevamo di aver cassato nei meme storici social. 

La crisi fra Russia ed Ucraina non è una barzelletta. Non lo è per una serie di skill che elenchiamo in bignamimo. Dietro quella crisi ci sono: due fra gli eserciti più agguerriti ed attrezzati del mondo, ci sono gli Usa, ci sono due leader politici spicci e c’è la politica missilistica del rinnovato atlantismo di Joe Biden. E di fronte ai 175mila soldati che Vladimiro Putin ha inviato al confine con il gigantesco ex stato satellite c’è molto di più di una minaccia muscolare, ci sono i muscoli veri di chi non vuole ritrovarsi accasati i vettori a medio raggio con Kiev puntatrice e Mosca puntata. 

C’è un antefatto: l’Ucraina è addirittura in predicato di entrare nei paesi Nato previa disco verde dei 30 membri e il nodo è proprio questo: Mosca non potrà mai tollerare che lungo un confine immenso la Russia si ritrovi l’Occidente militarizzato nel cortile di casa. Il recente colloquio a distanza fra Putin e Biden aveva dato la cifra perfetta di quel che sta succedendo: morbido ma sornione l’americano, diretto e in vena d brutalismo dialettico il russo. 

VLADIMIR PUTIN. FOTO © REMY STEINEGGER / SWISS-IMAGE.CH

Insomma, il tema è delicato due volte, perché il territorio governato da Kiev è talmente sconfinato, ricco e già farcito di logistica militare retaggio dell’era Urss che non è solo un problema di vicinanza, ma anche di competenza a diventare un vicino scomodissimo, oltre che un simbolo di sbrago per Madre Russia. 

Tutto questo Jens Stoltenberg, norvegese, laburista e segretario a fine mandato, lo sa benissimo. Perciò nella mistica dell’uomo che vuole lasciare un’impronta ha detto: “La posizione della Nato per quanto riguarda le nostre relazioni con l’Ucraina rimane invariata. È un principio fondamentale che ogni nazione ha il diritto di scegliere la propria strada. Questo è sancito in molti documenti e accordi che anche la Russia ha firmato, compreso il tipo di accordi di sicurezza di cui vuole far parte“. 

E il suo è stato un piccolo capolavoro di dialettica, perché non ha sponsorizzato una cosa che succederà comunque e perché ha ricordato a Putin che si è legato le mani da solo quando, in tempi non sospetti e con Trump al potere, aveva fatto il liberal con la stilografica facile.

Tutt’altro che Stoltenberg.

DOWN

THOMAS MASSIE

A guardare la foto santino che lo qualifica come deputato degli Stati Uniti e rappresentante del Kentucky si penserebbe che Thomas Massie sia un mushmellow con gli occhiali. Uno di quei padri dolci e un po’ arrendevoli che se la figlia teen gli chiede di rincasare un po’ più tardi col suo bello di pomicio facile annuiscono pazienti e al più corrono frustrati in cucina a fare strage di una torta di Sara Lee. 

E il guaio è che Massie molto probabilmente è davvero così, solo che la cosa non confligge affatto con quel che fa l’altro Massie perché in certe cose gli americani sono bipolari come nessun altro. Cosa? Mandare su Twitter come ogni buon deputato chewing gum gli auguri di Natale con annessa foto della sua intera, splendida famiglia, ad esempio. Ed aver cura che in quella foto ognuno dei sette componenti effigiati sorrida con alle spalle un albero addobbato e in braccio un mitra d’assalto, un mitra vero. 

Il testo? Semplice, schietto, wasp ed agghiacciante: “Buon Natale. Ps: Babbo Natale, per favore portaci in regalo delle munizioni“. Massie e la sua foto bandolera hanno sollevato un vespaio di polemiche che perfino in un posto a vocazione kaki come gli Usa non potevano passare sotto traccia. I democratici sono insorti e perfino qualche repubblicano ha intuito che magari quell’uscita era eccessiva e si è smarcato con frettolosi carpiati social. 

La foto delle polemiche

A pendere d’aceto soprattutto le associazioni dei genitori delle vittime delle stragi scolastiche. Un papà in particolare, l’attivista Fred Guttenberg che perse la figlia nella sparatoria di Parkland nel 2018 , ha risposto a Massie con un contro cinguettio da incorniciare: “Dato che condividiamo le foto di famiglia, ecco le mie. Una è l’ultima foto che ho scattato a Jaime, l’altra è dove è sepoltaa causa della sparatoria alla scuola di Parkland“. 

Ma il dato empirico è un altro: oltre il 40% degli americani non si è affatto scandalizzato per la foto di famiglia “airborne” del deputato che, ma chi lo avrebbe detto mai, è un militante degli ultraconservatori del Tea Party. Perché negli Usa va così: perfino Babbo Natale può diventare armiere senza che questo sfiori la sua reputazione di bonario vegliardo che porta gioia ai bambini, anche se le armi che tiene nel sacco poi i qualche bambino te lo spediscono fra gli elfi.

In America e per qualcuno quelli sono solo effetti collaterali del II Emendamento. E Massie, che vuole proiettili e non canditi, tutto questo lo sa benissimo.

Santa Colt.

GUILLERMO LASSO

Guillermo Lasso

È il primo presidente di destra dell’Equador, è dell’Opus Dei, è banchiere e non voleva Julian Assange fra i piedi nella “sua” ambasciata. Non sono necessariamente tutte skill cattive, ma in Guillermo Lasso hanno fatto comunque crogiolo mariuolo. Perciò quando il capo di Stato dell’Equador ha deciso motu proprio di alzare i prezzi dei carburanti nel suo Paese perfino quelli che sono scesi in strada incazzati un po’ se lo aspettavano, il tiro “mancino”

Da circa due mesi l’Equador è preda di una crisi sociale e politica devastante, con la polizia che presidia ogni spot nevralgico del Paese e picchia in modalità fabbra sulle zucche dei cittadini. Lasso aveva promesso un “regalo di Natale” dopo aver alzato i prezzi ma in questi giorni si è rimangiato la parola e li ha tenuti alti. 
Ci ha attaccato anche uno slogan volpino, a quella decisione in zona Navidad: “In questi momenti di ripresa economica, è tempo di essere uniti“.

Dove stia la ripresa economica in un Paese che ha il 47% dei cittadini al di sotto della soglia di povertà lo sa solo lui. L’aumento dei prezzi del carburante applicato da Lasso è del 12%. Che significa? Che la benzina per esempio è passata da 2 dollari al gallone, cioè 0,53 centesimi al litro, a 2,55 dollari al gallone, pari a 0,67 dollari al litro. Sono cifre che in noi italiani innescano riso amarissimo, ma noi non siamo poveri come l’Equador e non abbiamo i giacimenti dell’Amazzonia.

Ma perché Lasso ha alzato i prezzi? Solita storia: la mission è ridurre la spesa in cambio di prestiti dal Fondo monetario internazionale. La Confederazione delle Nazioni Indigene dell’Ecuador vuole sedere al tavolo delle trattative tuttavia Lasso ha deciso di picchiare invece che dialogare.

A fare la tara a tutto, oggi 47 equadoregni su 100 hanno: il covid che imperversa, l’auto a secco di benzina, pochi o zero soldi per fare Natale e un poliziotto sotto casa mentre partono le tradizionali novene in onore del Santo Nino. Lasso ha chiesto tempo per abbassare i prezzi e ritirare quelli col manganello, ma di tempo non ce n’è più. Perché lì, nella terra dei campesinos che andarono dal Papa a far benedire il loro Bambino di terracotta, sta cascando tutto giù.

ProLasso.

KIM JONG UN

Kim Jong Un

In realtà di questa rubrica lui sarebbe un po’ il tiranno assoluto, ma essendo già un tiranno fatto e finito di suo tendiamo a non gasarlo troppo con le skill ed in questo spazio ce lo accasiamo solo quando è strettamente necessario.

Necessario come ora, che Kim Jong Un da Pyonyang ha decretato 11 giorni di lutto nazionale per ricordare la morte per infarto di suo babbo di Kim Jong Il, uno a paragone del quale Kim junior pare il pastorello di Fatima.

E le disposizioni sui protocolli di lutto valevoli per tutti i cittadini sarebbero da ridere, se non fosse che da ridere c’è molto poco, anzi pochissimo, anzi, niente. Già, perché per 11 giorni dal 17 dicembre in Corea del Nord sarà vietato ridere. E bere, e giocare, e gridare, ed ascoltare musica e riunirsi in cordialità.

Per una forma bipartizan di ferrea mordacchia alle emozioni Kim ha anche vietato di piangere, nel senso che non lo si potrà fare se in questi 11 giorni morissero congiunti.

Lo scopo simbologico è tanto palese che siamo noi grulli senza cuore a non capirlo subito: spersi nel lutto immane e nel ricordo di un siffatto “Benevolo Padre della Patria”, i coreani a nord del 38° parallelo non avranno tempo, né voglia, di piangersi magari un padre biologico, robetta a paragone dello schianto emotivo per quel che si sono persi il 17 dicembre del 2011.

Appare evidente che una faccenda del genere è molto meno paradossale di quanto sembri, perché a chi obiettasse che è roba da spanciarsi dalle risate o da mettere in casella di abominio di ragione arriverebbero in faccia due obiezioni leggiadre leggiadre.
La prima: in Corea del Nord se non fai quel che ti dicono di fare ti arrestano poliziotti talmente gasati su quel che devono fare loro che le manette ai tuoi polsi ci vanno da sole e cantando. La seconda: non è un paradosso perché in un dittatura il paradosso non esiste, esiste solo la volontà del tiranno, quindi la scala dei valori o è capovolta, o non c’è o è semplicemente la scala del capo.

Il solo paradosso forse è quello per cui, a ben vedere, Kim Jong Un non aveva affatto bisogno di ordinare ai suoi cittadini di non ridere. Di ridere loro non hanno più voglia dal 1948.

La barzelletta che non fa ridere.

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