Internazionale, i protagonisti della VI settimana MMXXII

I protagonisti della VI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

I protagonisti della VI settimana del 2022 sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

UP 

MEDICI SENZA FRONTIERE

Medici senza frontiere

A fine dicembre 2021 nove persone sono morte di colera nella provincia di Haut-Lomami, nella Repubblica Democratica del Congo. Ad inizio gennaio, il primo gennaio per la precisione, a Capodanno, il primo team di Medici senza Frontiere era là a combattere con quello che un po’ per ironia, un po’ per esorcizzarlo, da quelle parti chiamano “Mr Vib“. Vib è il vibrione del colera. Un po’ come il nostro “Gennaro o’ Vibrione“, il venditore di cozze che compare in una indimenticabile avventura di Fantozzi. Anche in Congo con quel cosetto infido un po’ ci scherzano. 

Eppure l’Africa dovrebbe scherzare poco con virus e batteri. Non dovrebbe farlo perché come la storia recentissima ci ha ricordato l’Africa da salvare o da mettere al sicuro è una favoletta per gonzi che poi si beccano la Omicron. Ma a Medici senza Frontiere tutto questo non interessa, loro semplicemente vanno, vanno e curano, vanno e lottano, vanno e perdono, vanno e imparano a non perdere più o a perdere meno. 

A volte vanno e vincono perfino. E con loro vince l’uomo nella sua interezza e pienezza etica. Vinciamo anche noi che non siamo mai andati oltre Sharm El Sheikh in bassa stagione e che la sola cosa tropicale che conosciamo è lo shottino di rum. 

I team hanno messo il campo base a Mulongo e in questi giorni hanno ricevuto il supporto di altre quattro squadre nella regione di Kabamba, l’attuale epicentro dell’epidemia: ci sono 30 posti letto e 44 operatori. 

Hanno allestito due unità di trattamento del colera nei centri sanitari di Ngoya e Bukena e si sono rimboccati le maniche. Clément Shap, coordinatore del progetto di Medici Senza Frontiere ad Haut, nella Provincia di Lomami, ha detto a The East African: “MSF non può fare tutto, è importante fare appello ad altre organizzazioni e partner per rispondere alle molteplici esigenze della popolazione, in particolare nel settore idrico, igienico e sanitario“. 

E se a chiedere aiuto e uno che lo mette in conto l’aiuto sempre dopo aver cominciato ad aiutare lui allora l’aiuto a quel tizio lì glie lo devi dare. Perché in quel preciso momento stai aiutando te stesso e la tua coscienza.

La fierezza di Ippocrate.

I LIBANESI ALL’ESTERO

Foto © Shahen books

In Libano si voterà il prossimo 27 marzo e saranno le elezioni dell’ultima spiaggia. Ad ottobre del 2019 la crisi di identità di un Paese allo sbando sfociò in crisi economica e la corruzione dilagante nei quadri governativi innescò proteste di piazza. Furono moti che misero di nuovo in arcione l’orgoglio di un popolo che neanche l’integralismo islamico e decenni di guerre aveva fatto abdicare dalla sua fierezza ed eleganza. 

Contro le élite di magnaccia con il movente della vera fede però non era andata molto bene e chi era al potere al potere era rimasto. Da allora, la crisi si è ulteriormente aggravata ed oggi la valuta locale del Libano ha perso circa il 90% del suo valore rispetto al dollaro degli Stati Uniti.

Tre quarti della popolazione vive in povertà e il Libano è il mendicante del Medio Oriente, mentre una volta ne era la perla senza gargarismi di mitra nelle strade. E’ per questo motivo che arriva grata e bella la notizie che per le elezioni di marzo più di 210.000 libanesi che vivono all’estero risultano registrati per votare.

Sono più del doppio del numero di espatriati che si iscrissero per il voto del 2018. Il dato è che negli ultimi decenni milioni di libanesi hanno lasciato il Paese. Con loro hanno portato skill, tradizioni e la fierezza che non apparterrà mai agli imbucati in casa altrui. Ai libanesi all’estero fu permesso di votare per la prima volta nel 2018 in base a una nuova legge elettorale che prevedeva anche l’aggiunta di sei nuovi seggi al parlamento nelle elezioni del 2022 per rappresentare il voto di chi aveva scelto la diaspora. 

Quei nuovi seggi non vennero mai messi in griglia ma oggi ce ne sono 128 esistenti che aspettavano solo di riempirsi di crocette. Crocette comprate dai funzionari corrotti che pilotano fasti di pochi e sfasci di tutti e che lasciano tonnellate di fertilizzante esplosivo a marcire su una darsena fin quanto non fanno di Beirut una piccola Hiroshima.

Ebbene, i loro piani rischiano di andare in vacca perché nei registri elettorali ci sono circa 230mila libanesi che hanno cuore dove nacquero e testa dove hanno vissuto, sono cioè elettori maturi ed immuni dalle elemosina con cui in Libano oggi si compra un voto. E’ gente che la mattina compra le Figaro, entra nei bar e discute di libertà e non trema nel dire la sua. E’ gente che può fare la differenza per un paese che è stufo di essere la somma algebrica di tutti gli appetiti dei suoi potenti.

Ora decidiamo noi.

DOWN

GILLIAN KEEGAN

Gillian Keegan

Ve lo immaginate Pierpaolo Sileri che va a Domenica In da Mara Venier da positivo al Covid? Noi no. E Giuseppe Conte che in pieno lockdown si attacca ad un Amarone di quelli sapidi e sontuosi assieme a Casalino e flabellieri sciolti in un androne di Palazzo Chigi? Nemmeno, ovvio. Perché i politici italiani saranno anche bizantini d’indole, ma in quanto a battage comportamentale, piaccia o meno ai Laqualunque web, sono gente seria. 

O quanto meno più seria dei loro omologhi britannici, che con le regole anti Covid pare proprio che non ci vadano d’accordo. Il “la” lo aveva dato un Boris Johnson sempreverde in quanto a gaffes, che dopo il party gate al 10 di Downing Street con una ghenga alcolica e in pieno lockdown era stato costretto a chiedere scusa a tutti: a cittadini, Torys, Labour, Camere e perfino alla Regina. 

Ma il vizio pare perseverare, a contare che in questi giorni la sua sottosegretaria alla Salute Gillian Keegan ha partecipato ad un evento pubblico pur essendo positiva al covid. Diciamocelo una volta per tutte: nel Regno Unito certe cose, specie nel quadrante di Londra, le puoi fare con tutta la discrezione del mondo ma non serve. Potresti essere anche la Spectre della paraculaggine ma sta’ sicuro che i tabloid britannici ti faranno tana. 

Le scuse della sottosegretaria

E con la Keegan è andata esattamente così: fra Sun e Guardian l’hanno beccata che dopo un tampone positivo se ne stava fringuella ad un evento pubblico. E l’hanno pitturata come la Gisa di Guareschi. Dal canto suo la 54enne viceministra si è immediatamente affrettata a fare atto di contrizione, come si conviene alle persone che pur non essendo pentite devono far vedere di esserlo perché le hanno “sgamate”. 

E su Twitter ha scritto con lagrimosa empatia cartesiana: “Avrei dovuto interrompere immediatamente la riunione, e ripensandoci, ho capito che è stato un errore di valutazione. Voglio essere sincera su quanto è accaduto e chiedere scusa per l’errore che ho commesso“. Se fosse stata davvero sincera, lady Keegan nostra, avrebbe dovuto scrivere: “Mi avete beccato e basta, perché quelli che credono che il Covid sia un barzelletta cambiano idea solo quando la barzelletta non fa ridere più.

Niente regole, siamo inglesi.

IL VATICANO

Dopo Germania con un futuro Papa, Polonia e Francia è toccata alla Spagna, perché certe macchie fanno come l’olio anche per chi le deve lavar via. E per fortuna la liscivia per quelle macchie è sempre e solo lei, la bistrattata stampa. Stampa che grazie alla solita, tignosa ed eccellente inchiesta, stavolta del quotidiano El Pais, ha fatto emergere lo scandalo di 251 sospetti pedofili nella Chiesa cattolica spagnola

Il relativo dossier era stato trasmesso in Vaticano a fine dicembre del 2021 e la Santa Sede, molto sensibile alle indagini fatte da altri che ne illuminano gli angoli bui altrimenti condannati a restare bui, aveva avviato la sua indagine interna.

Era stato proprio El Pais a spiegarlo: “La Chiesa ha aperto una vasta inchiesta, senza precedenti in Spagna, su 251 membri del clero e alcuni laici di istituzioni religiose accusati di violenza sessuale su minori, su cui El Pais indaga da tre anni“. 
Di cosa parliamo? Si tratta di accuse e testimonianze che si riferirebbero a fatti accaduti tra il 1943 e il 2018, tutta roba dettagliata in un rapporto che Papa Bergoglio ha in scrivania dal 2 dicembre 2021 in report preliminare e dal 29 in fascicolo definitivo. Val la pena ricordare che in materia di violenza sessuale le indagini della Chiesa sono aperte e portate avanti dal Vaticano dalla Congregazione per la dottrina della fede

Foto © Livio Anticoli / Imagoeconomica

E sul tema la stessa Conferenza episcopale spagnola ha ribadito solenne “il proprio interesse e la propria disponibilità a svolgere un’indagine su tutti i casi di abuso” e “incoraggia tutte le vittime a sporgere denuncia“. Ma allora dov’è e qual è il problema? E’ quello per cui ormai da troppo tempo il Vaticano si muove solo su input di indagini laiche ed esterne e non mette in moto la sua, di macchina investigativa. Eppure, fino a pochi decenni fa potevano contare su uno dei servizi di informazione tra i più efficienti ed apprezzati al mondo.

E’ come se nella Santa Sede fossero pronti a manifestare orrore e ad attivarsi solo se qualcuno alza il tappeto e mette e repentaglio l’integrità di tutto il “cucuzzaro”. In quanto ad alzarlo di suo però ed a fare pulizia indipendentemente dalle tane della stampa laica, a Roma si muovono come se tutto andasse bene. E bene, dopo 4 grandi Paesi europei, il Messico e mezzo Nord America, per la chiesa cattolica bene non va affatto.

Meglio Frost con Nixon.

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