Le donne e il pallone (Il caffè di Monia)

Un caffè per ricordare che anche le donne capiscono di pallone. Talvolta anche più degli uomini. Il dramma è quando nei incontri una che non ha la sacra passione mentre tutti gli altri guardano la partita, e lei pensa che tu, unica altra donna, sia come lei

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

Il Mondiale di calcio femminile, ha indubbiamente alzato l’asticella dell’interesse verso il calcio in rosa. Ci ha insegnato tante cose: che si può vincere con un calcio pulito; che portiera, difensora, Miss, marcatura a donna, sono “conversioni” che fanno storcere il naso ai puristi e che sinceramente sarebbe meglio lasciar perdere, tanto non sono le parole che garantiscono la parità di genere.

Abbiamo imparato che sì, anche le donne sanno giocare a calcio e capiscono il fuorigioco; che le donne possono fare tante cose. Come gli uomini. O meglio di loro. 

E che che la parità di genere è ancora un miraggio lontano. Per non parlare del rispetto. Ma le donne, creature superiori, se ne infischiano e anche se ad equivalenza di risultati e successi sono ancora considerate delle dilettanti, per qualcuno addirittura “scandalose”, hanno dimostrato di saper fare. Fare bene.

Anche telecronaca. Proprio così: anche le donne sanno parlare di calcio. Decisamente il calcio in rosa, sul campo, è un argomento intrigante, ma non da meno lo è la donna fuori dal campo, quella che il calcio lo subisce. 

Teniamo da parte la “fanatica” in senso buono del termine. Quella che tutte le domeniche è in prima linea allo stadio, che ha Sky Sport sul telefonino e sa chi scenderà in campo la settimana prossima prima di Sarri. Quella che urla come un Hulk presoammale se quel calciatore non segue i suoi consigli stereofonati dagli spalti. Lasciamo da parte anche la fissata col fuorigioco, tipologia troppo numerosa per stereotipi. E per pura verità. 

Soggetto interessante invece è la spettatrice annoiata. Questa tipologia di donne del calcio, è facilmente rintracciabile nei bar, nei pub, nei locali dove trasmettono le partite in diretta. Soprattutto nelle serate dei derby, quando fiumane di testosterone e birra ghiacciata si accalcano davanti gli schermi. Lei è lì, devota alle esigenze del suo uomo fino all’autodistruzione. Una presenza silenziosa e inquietante con gli occhi vaganti che scintillano nell’oscurità preparatoria. 

È ferma in mezzo, in piedi, disorientata perchè non sa dove appollaiarsi, finchè non trova uno sgabello vuoto. Accavalla le gambe in evidente stato di rassegnazione e con sguardo disperato trova un modo per passare il tempo. Guarda l’iPhone, si fissa le unghie pensando che il calcio è proprio uno sport idiota: “cosa ci trovino questi ad inseguire un pallone io non lo capisco proprio”. Fino a quando tra la folla occhia un’altra disperata come lei. Tra matte risate e frenetici cinguettii, giulive ed appagate sovvertiranno il sacro silenzio del rigore decisivo. Restarsene a casa no eh! 

A differenza della poverina che persevera a voler capire il fuorigioco, la tipa numero due non ha filtri. E qui bisogna respirare profondamente e mantenere la calma. Lei non si annoia ma commenta, commenta tutto. Dai capelli di uno al naso di un altro, dalle magliette infangate a quello che ha sputato sull’erba, che schifo!. 

Nell’ultimo quarto d’ora cambia tattica. Inizia la raffica delle domande: “Ma l’erba è vera o finta?”; “Quelli con la maglietta nera e blu che squadra sono?”; “Ma Boateng non giocava all’Inter?”; “La Sampdoria che città è che non mi ricordo mai?”. Momento di pausa. Sembra aver finito, ma dopo reidratata la lingua ricomincia la manfrina con quelli che si buttano per terra per un nonnulla “Ma lo fanno a posta?”. 

Pochi minuti dal fischio dell’arbitro, la tensione è alle stelle, quell’1 a 1 proprio non basta. Domandone titanico: “Chi è quel signore che cammina avanti e indietro?” L’allenatore. “E chi è quello con la maglietta diversa dagli altri?” L’arbitro. “E se adesso vi fanno un gol che succede?” 

Novantaduesimo, tiro da fuori area, difensore va liscio, attaccante avversario sfiora casualmente, dentro. Sei fuori dal campionato. Sipario. 
È in quel preciso momento che benedici la compagna coi bigodini del tuo collega di lavoro, attaccata alle puntate de “Il Segreto” e rispettive repliche. 
Il rigido protocollo composto da “frittatone di cipolle, familiare di Peroni e rutto libero” di fantozziana memoria non può e non deve essere derogato. 

Noi, uomini e donne, ebbene sì anche donne, che il calcio lo amiamo, siamo fatti così. No disturb. Noi, uomini e donne palpitanti, che durante i Mondiali indossiamo come una talare la maglietta di flanella autografata da Spillo Altobelli e al posto dell’elmo di Scipio una parrucca tricolore.