‘Pezzi di me…’: torna la colonna infame ma versione guida Michelin

Il cuoco che ha tappezzato la piazza con i manifesti per denunciare i ristoratori che non l'hanno pagato. Come nella Colonna Infame di Manzoni. Con due vittime: chi non sa come avere giustizia e chi non può difendersi dalle accuse

Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di Fatto a Latina

L’operar senza regole è il più faticoso e difficile mestiere di questo mondo. (Alessandro Manzoni, Storia della Colonna Infame)

Una colonna a testimonianza dell’infamia, del male fatto agli altri. La funzione della colonna era questo. Poi se era giusta la condanna all’infamia era altra cosa. Alessandro Manzoni la descrive nell’appendice al suo immortale I Promessi Sposi: venne eretta a futura memoria del processo celebrato a carico dei due milanesi sospettati di avere portato la peste; condannati dopo la confessione strappata con le torture.

I manifesti di Piazza del Popolo

Latina sulle colonne di Piazza del Popolo è apparso in decine di manifesti (scritti a mano) il monito di un cuoco. Denuncia, in un italiano ingenuo, tutti gli imprenditori per cui ha lavorato e non lo hanno pagato, non gli hanno dato ragione e ristoro del suo lavoro.

Siamo alla giustizia per berlina, siamo alla Colonna Infame di Manzoni. La gente si ferma: legge, si perde nei dettagli dello scritto con i nomi dei rei in stampatello e sottolineati. E commenta cerca di capire, interpretare. Si fa una idea.

Le due solitudini della colonna

Ma quell’uomo non ha più strumenti per difendere il suo diritto, il suo bisogno, la sua ragione di vita. Certo le cose che dice sono la sua versione ma qui ci sono due solitudini: chi pensa di aver subito torti, e chi presunto autore di torti si vede segnato come untore senza difesa.

Manca in questo la Giustizia, cioè un potere terzo che in tempi rapidi dia ragioni o torti, senza berlina, senza colonne infami.

La lapide della colonna infame

Il vivere civile diventa tale se chi si sente leso posso chiedere ragione, chi è presunto “lesore” possa dire altrimenti.

Re Salomone doveva dare un bimbo conteso tra l’amore di due mamme. Non riusciva a distinguere amore da amore, le donne erano entrambe legate al bimbo. Lui decise di fare il giusto: “Bene il bimbo verrà diviso a metà e ciascuna di voi avrà la sua metà”. Una delle due donne disse al Re: “Signore lo dia a lei, la prego lo dia a lei”.

Salomone capì chi era la vera madre e lo diede a questa donna. Il giudizio fu forse per la legge non perfetto, ma per la giustizia giusto. Ma Salomone aveva prestigio, risolveva in fretta. E nel suo regno non c’erano colonne infami, ma uomini e donne che conoscevano un Re che al bisogno era risposta.

Latina? Abbiamo ancora bisogno della colonna infame. 

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