Processo Valle del Sacco: «Il latte non venne ritirato dopo la scoperta dei veleni»

La seconda udienza del processo per I veleni nella Valle del Sacco. Il direttore della Centrale del Latte rivela che il prodotto non venne ritirato nemmeno dopo la scoperta del Beta Hch. I dubbi sulla paratia.

I controlli scattarono nell’estate 2004 subito dopo che i laboratori della Centrale del Latte di Roma segnalarono la presenza di beta-esacloricicloesano (beta-HCH) nel latte in arrivo dalla Valle del Sacco. ma le quantità di isomero rinvenute nelle confezioni «erano sotto i limiti di legge e la legge non mi imponeva di allertare l’opinione pubblica né l’autorità sanitaria competente. Abbiamo valutato che non ci fosse un rischio per la salute pubblica».

Nell’aula del Tribunale di Velletri, a deporre è Giuseppe Zulli, direttore dello stabilimento della Centrale del Latte di Roma nel periodo che va dal 1999 al 2007. È imputato nel processo per reati ambientali nella Valle del Sacco.

L’ex direttore è stato ascoltato stamattina nella seconda udienza dedicata all’esame degli imputati. Con lui è stato ascoltato Giovanni Paravani, accusato nella sua veste di legale rappresentante del Consorzio Servizi Colleferro (Csc). È il titolare dello scarico finale del collettore generale delle cosiddette acque bianche. Da lì, stando all’accusa, è derivata la contaminazione del Fiume sacco con il beta-HCH cioè il micidiale sottoprodotto del pesticida lindano.

Nessuna confezione venne ritirata

Nessuna confezione di latte fu, dunque, ritirata dal mercato né l’autorità sanitaria competente fu avvertita dalla dirigenza della società romana che riceveva il latte dalle cooperative di tutto l’hinterland laziale. Compresa la Cooperativa Produttori Latte Casilina, quella del “giro 37“, sospeso non appena individuato come responsabile della contaminazione.

In base al sistema di autocontrollo Haccp “fissato dal direttore di stabilimento e dall’assicurazione qualità, con validazione del servizio veterinario – ha spiegato Giuseppe Zulliogni carico di latte veniva quotidianamente controllato con analisi immediate” che puntavano ad accertare la genuinità del prodotto. «Solo se questo risultava conforme, il camion poteva scaricare».

Per legge, poi, «una volta l’anno si procedeva ad analisi più complesse, che noi effettuavamo semestralmente facendo prelievi di campioni. Questi venivano inviati ad un laboratorio certificato del gruppo Parmalat, che dopo uno, due o tre mesi ci anticipava i risultati via email e ci inviava il certificato cartaceo».

Così scattò l’allarme

Di beta-HCH alla Centrale del Latte di Roma si comincia a parlare nel luglio del 2004, quando, all’indirizzo di Giuseppe Zulli arrivano i risultati delle analisi dei campionamenti del dicembre 2003, in ritardo di qualche mese. Quasi contestualmente, arrivano anche quelli del giugno 2004.

È a quel punto che Zulli racconta di aver contestato solo telefonicamente il ritardo negli esiti delle analisi, mettendo poi in moto la macchina che avrebbe portato alla sospensione del “giro 37” e all’analisi del rischio “con cui abbiamo visto che nelle confezioni dove c’era questo latte si era abbondantemente al di sotto dei limiti di legge” rispetto al contaminante, per effetto della “diluizione involontaria” del latte contaminato con il resto del prodotto miscelato in stabilimento. Per questo, “abbiamo ritenuto che non ci fosse un rischio per la salute pubblica.

«Marchetti, della cooperativa Casilina, ci chiese una mano per capire dove stava il problema – aggiunge Zulli – e da lì hanno cominciato a fare analisi a gruppi di 10-15 produttori per volta, finché non si è risaliti a Rossetti».

Nemmeno il responsabile sospettava

Escluso il Rossetti, “Marchetti chiese di essere reintegrato. Dopo aver fatto di nuovo le analisi, a settembre-ottobre abbiamo ricominciato a ritirare il suo latte».

Fu proprio l’allevatore Paolo Rossetti «a recarsi alla Asl Roma G di Colleferro il 20 dicembre 2004 – ricorda il Pubblico Ministero – lamentando che il suo latte non veniva accettato“. La Asl a quel punto interviene con due campionamenti: il secondo con esito positivo. Comunica a Rossetti che il suo latte «non era idoneo all’alimentazione umana ne’ animale».

Stanti le prescrizioni dell’articolo 13 del dpr 54/97 che obbligano il direttore di uno stabilimento «a dare comunicazione immediata della natura del rischio» al servizio veterinario, il confronto con il veterinario Grande «avvenne successivamente, credo dopo le ferie estive», mentre nessuna comunicazione ufficiale alla Asl rispetto alla contaminazione partì dall’ufficio del direttore dello stabilimento che pure era venuto a conoscenza della presenza di beta-HCH nel latte dei produttori della Cooperativa Casilina, perché «se faccio l’analisi del rischio e stoppo il giro per me il problema è risolto», risponde Zulli agli avvocati di parte civile quando gli chiedono come mai il direttore non si sia domandato se c’era possibilità che l’episodio si ripetesse e che fossero coinvolti altri produttori. E conferma al Pm che anche dopo lo scoppio dell’emergenza Valle del Sacco «la procedura di autocontrollo non venne cambiata».

La paratia mobile

La Pubblica Accusa a questo punto interroga l’altro imputato in calendario per oggi. È il presidente del Csc, allora legale rappresentante del Consorzio, Giovanni Paravani.

Gli domanda della paratia mobile realizzata dalle società Secosvim, Caffaro e Fiat ferroviaria per separare le acque meteoriche e bianche di pertinenza di ciascuna azienda dalle acque del fosso Cupo. la paratia venne realizzata dopo un incidente con il benzene avvenuto negli Anni 90.

Il Pubblico Ministero è convinto che la paratia «veniva lasciata sempre aperta», permettendo il passaggio di acque inquinate nel fosso Cupo e, da qui, al fiume Sacco.

«I lavori per far confluire queste acque in un’unica canala iniziarono tra il ’94 e il ’98– spiega l’imputato – e siccome la Regione Lazio non aveva legiferato in merito seguivamo la legislazione della Lombardia, secondo cui nelle vasche di contenimento si raccolgono i primi 15 minuti di pioggia intensa e persistente dopodiché si alza la paratia e la seconda pioggia va al fosso».

Un meccanismo «automatico, che però veniva gestito anche manualmente dai miei dipendenti» e che «fece collettare» nel vascone messo a disposizione dal Consorzio per le acque meteoriche «neanche un metro e mezzo d’acqua», che poi evaporava lasciando «melma e piante». Tanto che «allo scarico finale di queste acque non ci siamo mai arrivati».

Il Consorzio, chiarisce più volte l’imputato, «si occupava dello scarico finale del depuratore delle acque reflue industriali» e, scadendo l’autorizzazione della provincia di Roma nel maggio 2004, «sollecitai la pratica un anno prima e poi a inizio maggio 2004, mi convocarono e mi dissero che per il rinnovo dovevo portare altra documentazione. Dopo qualche tempo mi chiesero di inserire nella richiesta di autorizzazione alle reflue anche la richiesta per le acque meteoriche e bianche».

Finché il 23 maggio del 2005 – parecchi anni dopo l’incidente con le acque meteoriche – arriva l’autorizzazione con la prescrizione d’urgenza della provincia di Roma per disporre la chiusura della paratia.

Colpa dei sedimenti

Sulle responsabilità della contaminazione Giovanni Paravani, rispondendo agli avvocati di parte civile, è netto: “Il Beta HCH lo hanno trascinato i sedimenti del fiume. Il veicolo saranno stati gli scarichi industriali, che non erano normati prima del 1976. Suppongo che questi isomeri dell’HCH finissero in acqua dalla Bpd di allora, probabilmente attraverso il fosso Cupo e il fosso Mola. La Caffaro non ha mai prodotto pesticidi».

Il processo proseguirà dopo l’estate con l’udienza d’esame del consulente di parte della difesa, fissata per il 23 settembre. Si procederà, poi, con la discussione di pubblico ministero e parti civili il 14 ottobre. E, infine, con la discussione delle difese il 18 novembre. 

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