E il web uccise la propaganda: gli elettori sentitamente ringraziano

Tutti al risparmio. Addio manifesti elettorali, cene solo per pochi, propaganda ridotta all'osso. Ma non le spese. Che si concentrano sul web. Cioè dove non ci sono gli elettori. Ma va tanto di moda...

La Radio si è presa la sua rivincita. Il web si prepara a dare il colpo di grazia. La campagna elettorale per le Politiche e le Regionali 2018 è diversa da tutte le altre. I manifesti sono spariti dalle strade, il dibattito si è spostato dai media tradizionali.

Voltando indietro lo sguardo sembra lontana almeno due ere geologiche la campagna milionaria combattuta nel 2010 per le Regionali da Mario Abbruzzese e Franco Fiorito: gigantografie 6 metri per 3 in ogni Comune, faccioni affissi sui cassoni dei camioncini a girare dovunque, manifesti a tonnellate con squadre impegnate giorno e notte, ristoranti sempre pieni che se non centravi l’elezione il colesterolo lo vincevi di certo.

Niente a che vedere con la campagna del 2005: lì si sfidavano nomi come Anna Teresa Formisano, Antonello Iannarilli, Francesco De Angelis… Si portarono avanti con il lavoro: la campagna più lunga nella storia, con i primi comizi iniziati ad ottobre 2004 ed il voto nella primavera dell’anno successivo. In mezzo un delirio di incontri, cene, camper, gadget.

BENTORNATA RADIO

Quest’anno la Radio è tornata regina. Altro che Video killed the Radio star come cantavano i Buggles nel 1980.

L’intero dibattito per la scelta del candidato di centrodestra da schierare alle Regionali si è sviluppato sulle frequenze radiofoniche. Sono state le trasmissioni del mattino a dettare l’agenda politica per tutto il resto della giornata, con i leader impegnati nel girotondo dei microfoni tra Rtl 102.5 per Non Stop News, Radio Cusano Campus con Ecg, RadioRai con l’intramontabile Radio Anch’io e Radio Capital con Circo Massimo.

La tv si è dovuta adattare: trasformando i palinsesti. Le trasmissioni di approfondimento politico, che avevano ereditato la fascia serale dalla Tribuna Elettorale degli anni Settanta, sono state catapultate al mattino. Prima su tutte è stata La7 che dei talk ha fatto la sua ossatura: meno costo di produzione e più peso. Poi RaiTre.

ADDIO MANIFESTI

I tabelloni per gli spazi elettorali, introdotti per la prima volta con l’Italia Repubblicana, quest’anno sono rimasti spogli. Eppure fino a qualche anno fa il lavoro di attacchinaggio consentiva agli specialisti di camparci fino alle elezioni successive. Tra squadre specializzate ad attaccare, squadre specializzate a staccare, quelle pagate per controllare che almeno un’ora i manifesti rimanessero affissi, creando così un gigantesco caleidoscopio. E talvolta generando anche un vero e proprio racket.

Oggi nulla più. Tutto si è spostato sul web. Costa meno, sai con precisione quanti ti hanno visto, puoi geolocalizzare il messaggio e quindi fare apparire un determinati video solo per gli utenti di una determinata area.

IL CONTO SBAGLIATO

È vero che costerà meno. Ma un piccolo conto va fatto. Tutte le analisi sociologiche ci spiegano che la fascia che ha il ‘rifiuto’ della politica è quella più social. I ragazzi di oggi vengono da un ventennio di Berlusconismo tutto tette, culi e poco merito, il quale era stato preceduto da un decennio di disillusione di chi aveva visto il centrosinistra mancare le sue aspettative. Oggi c’è la fase della repulsione: proprio tra chi è più social.

Nel frattempo, resta ‘scoperta’ la fascia che invece va a votare. È quella composta dai Cinquanta anni in su. Che è stata educata in scuole nelle quali si studiava ancora l’Educazione Civica insieme alla Storia, cenava in case dove al momento del Telegiornale non doveva volare una mosca, dove votare era un dovere morale perché migliaia di persone erano morte per consentirti di poterlo fare.

Ecco: proprio loro, quelli che più vai avanti con gli anni e più votano ma meno usano gli smartphone, adesso sono quelli che non si ritrovano più i manifesti ai muri, gli spot in tv, le pubblicità sui giornali.

E per questo, sentitamente, ringraziano.