Renzi non partecipa al suo funerale politico. Pd a Martina

Matteo Renzi non si presenta alla Direzione Pd. Una sola frase per dimettersi. Nardella lo difende. Il Partito a Martina: "Governiamolo insieme". Orlando: "Pronto a sciogliere la corrente ma gli altri?". Renzi come Mao

Matteo Renzi non partecipa al suo funerale politico. Il Segretario Pd è assente alla prima direzione Pd del post Renzi. Quella che deve prendere atto della sconfitta maturata nelle urne di tutta l’Italia una settimana fa. E quella che deve stabilire se è fallito anche il renzismo come modello politico di gestione del Partito.

LA LETTERA DI DIMISSIONI

All’appuntamento sono presenti tutti i Big, da Paolo Gentiloni all’esordiente Carlo Calenda (seduto in prima fila proprio di fianco al premier e a Maria Elena Boschi). In tanti, tranne Dario Franceschini e Michele Emiliano, prendono la parola, compresi Graziano Delrio e Andrea Orlando.

La Direzione si conclude intorno alle ore 20. Sì alla relazione del reggente: nessun contrario e 7 astenuti.

Era iniziata con la lettura della dimissioni del Segretario. La lettera era stata affidata al presidente del Partito, Matteo Orfini.

«Caro presidente, preso atto dei risultati elettorali rassegno le mie dimissioni da segretario del Pd».

Lapidario. Una sola frase. Senza degnare né l’assemblea né il popolo Pd di un’analisi della sconfitta. O di quella che un tempo si chiamava ‘autocritica’. In realtà è tutto rinviato: Matteo Renzi ha invitato il presidente Matteo Orfini a convocare l’Assemblea Nazionale ed avviare gli adempimenti previsti dallo Statuto per individuare il nuovo Segretario. Davanti all’assemblea – assicura – spiegherà le ragioni delle sue dimissioni.

Come ha spiegato Matteo Orfini, con le dimissioni del segretario «il presidente ha un mese di tempo per convocare l’Assemblea nazionale», salvo slittamenti dovuti alle consultazioni al Quirinale. L’Assemblea verificherà la possibilità di eleggere un segretario, altrimenti partirà la stagione congressuale.

IL TIMONE PASSA A MARTINA

Tocca al vice segretario Maurizio Martina prendere in mano il timone. Rassicura la Direzione

«La Segreteria si presenta dimissionaria a questo appuntamento. Ma io credo sia importante che continui a lavorare insieme a me in queste settimane che ci separano dall’Assemblea. Con il vostro contributo cercherò di guidare il Partito nei delicati passaggi interni e istituzionali a cui sarà chiamato. Lo farò con il massimo della collegialità e con il pieno coinvolgimento di tutti, maggioranza e minoranze, individuando subito insieme un luogo di coordinamento condiviso. Chiedo unità».

È la parola magica. Unità non si pronunciava ormai da tempo, così come concertazione, collegialità: parole che sembravano ormai rottamate. Invece le urne hanno detto che c’era ancora spazio per loro.

Introduce così una sorta di ‘caminetto’ rispetto al quale solo l’area Emiliano (astenuta in Direzione) potrebbe avere una posizione ‘ostile’. La linea del vice segretario ha avuto il via libera dei big, da Zingaretti (“bene Martina”) a Delrio (“siamo riuniti non per cercare un nuovo capo ma una nuova direzione”) fino a un silente Franceschini.

Maurizio Martina prosegue nel solco della tradizione perduta.  Lancia la prima sfida:

«L’Assemblea nazionale di aprile anziché avviare il congresso e le primarie dovrebbe dar vita a una Commissione di progetto per una fase costituente e riorganizzativa”.

Quindi chiarisce la posizione del Pd: “l’opposizione”. E si rivolge alle forze che hanno vinto le elezioni:

«Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità».

APPLAUSI A ZINGARETTI

Il vicesegretario non nasconde la sconfitta. Non accumula altra polvere sotto al tappeto delle contraddizioni che hanno portato a fondo il Partito. Per Maurizio Martina la sconfitta di domenica è “inequivocabile“. Chiede un applauso per Nicola Zingaretti l’unico vincitore di domenica, l’uomo che è riuscito, il primo nella storia della Regione Lazio, ad ottenere il secondo mandato. «Un risultato molto significativo».

È al futuro che si deve guardare. Martina lo dice con chiarezza.  «Solo noi possiamo essere l’alternativa popolare ai populisti. Abbiamo seimila circoli, realizziamo seimila assemblee aperte tra venerdì, sabato e domenica prossimi. Io inizierò dal circolo Pd di Fuorigrotta a Napoli».

I primi puntini vengono messi sulle i. Lunedì scorso, nell’annunciare le dimissioni, Matteo Renzi aveva insinuato che la sconfitta fosse del Capo dello Stato che gli aveva detto no alle elezioni quando era al culmine della gloria. Ora Martina ribadisce invece la stima e la fiducia nella persona e nell’operato di Sergio Mattarella.

L’ULTIMO SFREGIO

Matteo Renzi intanto brucia la Direzione. Lo fa anticipando tutti i temi. Invece di andarli a dire guardando negli occhi il Partito ha dettato tutto ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera al quale ha concesso questa mattina un’intervista.

Ribadisce il no ad alleanze con gli “estremisti”. Detta la rotta al Partito: ribadisce la linea dell’opposizione.

E se fosse rimasto qualcosa da dire, il segretario dimissionario scrive pure una enews, a ridosso della direzione Pd del pomeriggio. Nei fatti, suona la tromba di guerra: non molla, sarà battaglia.

Nella enews Matteo Renzi risponde ad un elettore ammalato di sla.

Caro Paolo, io non mollo. Mi dimetto da segretario del PD come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri. E quando penso che in Italia ci sono persone come te, innamorate della vita e talmente coraggiose da non aver paura di sfidare malattie devastanti, ti dico che sono orgoglioso di averti conosciuto. E di lottare insieme a te. Abbiamo perso una battaglia, caro Paolo, ma non abbiamo perso la voglia di lottare per un mondo più giusto. Lo faremo insieme, con il nostro sorriso e con la nostra libertà. Io non mollo, ma soprattutto non mollare tu!

LA CARTOLINA DI DELRIO

«Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori – ha detto Graziano Delrio nel suo intervento – Noi staremo dove ci hanno messo gli elettori: all’opposizione. Un’opposizione seria, responsabile, costruttiva (…) Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto».

LA DIFESA DI NARDELLA

A tentare la difesa d’ufficio del Segretario dimissionario è il suo successore al Comune di Firenze.

«La Direzione non può essere un processo al segretario ma un’occasione di analisi per far ripartire il Pd», ha detto il sindaco Dario Nardella.

«Chi dice che dobbiamo sostenere un  governo 5 Stelle ricordi che Grillo ha detto che loro sono un po’ di  destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro. Si adattano a quello  che hanno intorno», in una parola «hanno una matrice populista».

Per Dario Nardella «Entreranno in crisi quando saranno costretti a fare delle scelte».

NO A STRATEGIE MAOISTE

Allo scorso congresso, uno dei due avversari di Matteo Renzi fu il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Ora, nel corso della Direzione mette in chiaro le cose: «Evitiamo strategie maoiste. Non possiamo fare a meno di quel che ha rappresentato Renzi, ma nemmeno pensare che mentre si cerca di riorganizzare il Partito c’è chi da fuori spara sul Partito, secondo una metodologia inaugurata da Mao Tse-tung».

La posizione di Orlando è chiara: «Noi non possiamo che essere alternativi ad un governo della Lega o  del M5S. Sono 7 anni che abbiamo senso di responsabilità. Oggi per  senso di responsabilità staremo all’opposizione».

Il ministro si dice pronto a sciogliere la corrente. Ma si domanda se anche gli altri siano pronti a farlo per l’Unità del Partito: «Serve  chiarezza nel metodo che decidiamo. Evitiamo il fatto di ridurre tutto a un tema di contrapposizione di leadership e correnti. Io sono  disposto a sciogliere l’area che ha fatto riferimento a me, chi e  disposto a fare lo stesso? Facciamolo, ma troviamo sedi in cui si  rimescola la discussione».

Andrea Orlando risponde a chi chiede alla sua area una assunzione di responsabilità: a sua volta chiede qualche garanzia.

Poi ha messo il dito nella piaga. «L’ultima Direzione ha prodotto un vulnus sulle liste, alcuni rapporti tra noi sono definitivamente saltati, ci vorrà tempo per ricostruire  -ha spiegato il ministro della Giustizia-. Non ci deve essere una  ‘damnatio memoriae’, ma ci sono stati dei parlamentari, anche  presidenti di commissione, non candidati senza sapere perchè. Credo  che il primo atto del reggente dovrebbe essere un colpo di telefono a  queste persone, un atto di civiltà, un modo di recuperare un  rapporto».

I DUBBI DI EMILIANO

L’altro avversario al Congresso era stato il governatore della Puglia Michele Emiliano. «Orfini è un artista nel cambiare le regole a seconda delle opportunità di vittoria che ha la sua parte – ha detto entrando nella sede del Pd – siccome la sua parte ora ha possibilità di vittoria più contenute rispetto alle precedenti primarie, probabilmente ora vuole cambiare le regole, ma io penso sia impossibile, nel Pd, fare a meno delle primarie, anche perché il nuovo segretario deve avere la stessa legittimazione del segretario uscente: sarebbe un segretario di serie B se eletto in modo diverso».

IL VIA LIBERA DI ZINGARETTI

Nicola Zingaretti apprezza la relazione di Maurizio Martina «Bene la relazione di Martina. È di questo che abbiamo bisogno: unità, confronto e innovazione. Servirà al Pd e aiuterà l’Italia».

Lo ha dichiarato durante un’assemblea alla sezione Pd di Ponte Milvio in occasione della festa di ringraziamento del più giovane candidato del Pd nelle liste regionali.

RICHETTI, DOPO DATA PRIMARIE DECIDO

Trea i possibili candidati alla Segreteria c’è Matteo Richetti. La sua posizione la chiarisce partecipando alla trasmissione Otto e mezzo su La7.

«Abbiamo deciso che a seguito delle  dimissioni del segretario, l’assemblea viene convocata per decidere se e quando eleggere un nuovo segretario. Fino ad allora, Martina resta  reggente. E poi, abbiamo discusso e ci siamo confrontati, perché era  doveroso farlo dopo la sconfitta alle elezioni. Le parole d’ordine non è solo ‘unità’ ma anche ‘rigenerazione’, che è necessaria».

La scadenza naturale del Congresso sarebbe tra 4 anni. Ma per Richetti è necessaria una fase particolare che tenga conto del momento particolare.

«L’assemblea convocata a metà di  aprile deciderà se mantenere o anticipare questa scadenza. A mio  avviso, è successa una cosa talmente enorme che giustifica una fase  straordinaria».

Lilli Gruber gli domanda se sarà anche lui tra i candidati alla Segreteria: «Quando decidiamo il  giorno delle primarie, risponderò a questa domanda».

Il periodo di Renzi alla guida del Pd ha determinato molte scissioni. Ora è il tempo della ricomposizione? I fuoriusciti rientreranno? «Adesso non è la priorità».

LA VOTAZIONE FINALE

I renziani, defilati, non hanno preso la parola in Direzione, apprezzando però il fatto che sia passata la linea ‘opposizione’ dettata da Renzi. Adesso, il test sui prossimi equilibri interni sarà l’elezione dei capigruppo parlamentari.

La votazione finale arriva intorno alle ore 20. La Direzione del Pd approva un Ordine del Giorno che riassume la relazione del vice segretario Maurizio Martina: nessun voto contrario e sette astenuti. Come ai bei tempi.