Sansoni ai gazebo e la fine di un’epoca nel Pd (di F. Ducato)

Il segnale della svolta nel Pd di Anagni sta tutto in un'immagine. Quella del ritorno del dottor Sansoni alle urne per le primarie. Cosa significa. Perché se ne era allontanato. Cosa accadrà.

Franco Ducato

Conte del Piglio (ma non) in Purezza

In politica le immagini sono importanti. E, molto spesso, marcano il senso di un passaggio più di tanti discorsi ufficiali. Non c’è immagine più forte della stretta di mano tra il francese Francois Mitterrand ed il tedesco Helmut Kohl nel 1984 a Verdun per simboleggiare la pace tra due paesi 70 anni dopo la prima guerra mondiale. Il grande Pci finisce con l’immagine del malore che coglie Enrico Berlinguer sul palco a Padova la sera del 7 giugno 1984. Ed a proposito di quella tragedia non si può non ricordare l’immagine di Giorgio Almirante che entra a Botteghe Oscure, per rendere omaggio a chi era stato un avversario, mai un nemico. La fine della prima repubblica è tutta nella bava alla bocca di Arnaldo Forlani, chiamato a testimoniare durante il processo a Cusani, il 17 dicembre del 1993. L’inizio della seconda è tutto nella dichiarazione di Silvio Berlusconi a Casalecchio la sera del 23 novembre del 1993: “Se dovessi votare il 5 dicembre per il sindaco di Roma, non avrei dubbi: Gianfranco Fini”. 

Ad Anagni, mutatis mutandis, domenica scorsa è successo qualcosa del genere. Quando, nello stupore generale, ai gazebo allestiti per scegliere il neo segretario del Partito Democratico si è presentato il dottor Baldassarre Sansoni, Sandro per gli amici. Si, proprio quel Sansoni. Il protagonista, nel 2009, di una sfortunata campagna elettorale che lo aveva visto perdente contro Carlo Noto. Una sconfitta maturata anche perché, avevano giurato in molti, qualcuno, dentro quel Pd, aveva remato contro. Qualcuno che aveva cercato fino allo spasimo di imporre la propria candidatura. Arrendendosi alla fine a Sansoni, ma rimanendo fermo sulle sue posizioni.

La storia poi è andata come tutti sanno. E tutti ricordano che da quel momento in poi Sansoni si è elegantemente defilato dalla vita politica locale. Apparendo di rado, e mai con una precisa finalità politica. Quasi a marcare un distacco.

Per questo il ritorno di Sandro, domenica scorsa, è in qualche modo un simbolo. Che ha stupito più di qualcuno. C’è chi giura di averlo visto sorridere in modo beffardo. Ma forse è solo una svista. Non lo è invece il fatto che, e lo hanno detto in tanti, a votare sono andate persone che da tempo non si vedevano.

Il numero finale è, di per sé, significativo. I 532 elettori che hanno votato ad Anagni possono essere considerati tanti o pochi, dipende dalle circostanze. Ma certamente sono molti di più dei 31 tesserati che lo scorso ottobre avevano votato per il congresso regionale. Un deserto. Il punto forse più basso del partito ad Anagni. Certo, le due cose non si possono paragonare. Ma la sensazione l’hanno avvertita tutti.

I 532 voti di Anagni, e soprattutto i circa 350 voti andati a Zingaretti, certificano che in città si vuole voltare pagina rispetto ad una stagione. Che si vuole andare oltre un partito definito a suo tempo “ostaggio dei gruppi familiari”.

Per farlo, la strada sembra già segnata. Una fase di tesseramento, in tempi rapidi. Per arrivare poi ad un congresso locale che possa mettere fine alla stagione del commissariamento. Il nome che si fa è quello di Luigi Vecchi. Un giovane (30 anni), su cui però non tutti sembrano essere d’accordo. Cosa che potrebbe creare lacerazioni e resistenze. Bisognerà vedere se, per il Pd, prevarrà la logica del rinnovamento o quella della continuità.

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