Se facciamo come gli struzzi non vedremo la salvezza nella tempesta

Passiamo il nostro tempo a preoccuparci e a diffidare del mondo, ma non riusciamo più a fare come i discepoli sul mare di Tiberiade. Abbiamo paura di fidarci.

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

subito, Gesù parlò loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!»

Mt 14,27

La paura…  la sentiamo sempre più vicina, rischia di toglierci ogni orizzonte di speranza. Le notizie che i media ci rovesciano addosso quotidianamente ci fanno percepire un mondo ostile, in cui veniamo spinti a creare muri, barriere di difesa. Che ci aiutino a vivere nella nostra comfort zone, come la chiamano gli anglosassoni, quel luogo in cui ce ne stiamo tranquilli.

Ma abbiamo la consapevolezza che una tale tranquillità non può essere mai raggiunta. L’importante è stare sereni, tranquilli, ripetiamo ossessivamente a noi stessi, infilando la testa nell’ennesimo buco sotto la sabbia che scaviamo ogni giorno.

Non c’è alcun elisir di lunga vita

Eppure, se ci fermiamo a ragionare un po’ capiamo subito che una condizione di questo genere non riguarda un essere umano che voglia essere tale. Anzi la normalità sta nell’inquietudine, nello stare attenti, nel non farsi infinocchiare dal primo imbonitore che voglia venderci l’elisir di lunga vita. Donizetti ne fa l’oggetto della sua arte musicale ridicolizzando la nostra voglia di credere a tutto quello che ci promette tranquillità.

Se poi alla paura aggiungiamo l’ignoranza di quello che accade, dei fenomeni che accadono attorno a noi, ecco che si sviluppa quell’insieme di fattori che porta all’odio vicendevole. Ed allo scontro, alla violenza non soltanto verbale, espressa in tutti i modi possibili. Fa parte della nostra vita: come per i discepoli nel mare di Tiberiade avvertiamo la tempesta. La sua pericolosità, i rischi che si celano dietro ogni onda, soprattutto se ci rendiamo conto che il vento non ci è favorevole.

Non pietà, ma timore di un’invasione

Crisi economiche, sanitarie, migratorie, geopolitiche hanno accompagnato gli anni che seguono l’attentato delle Torri gemelle. Prima del quale erano stati tanti i segni premonitori che non avevamo voluto vedere, pur di starcene nella nostra tranquillità, nella comfort zone.

Foto: © Vasilis Ververidis / Dreamstime.com

Vediamo centinaia di uomini, donne, bambini morire annegare nel Mediterraneo e li percepiamo come una forza di invasione pronta a sottrarci salotti e idromassaggi. Vediamo missili che colpiscono in ogni dove, con gente che rimane sotto le macerie e continuiamo a discutere come se assistessimo ad una partita di calcio.

Non vediamo la salvezza che ci viene offerta nella tempesta. Come per i discepoli quell’uomo che cammina sulle acque. Che trova cioè soluzioni diverse a quelle cui siamo abituati. È oggetto di discussione: è un fantasma, no è il nostro maestro.

Fidarsi di Gesù per saperlo emulare

La paura li vince, gridano, non sanno fare altro. E Gesù, ancora una volta si offre loro come la soluzione: sono io, non abbiate paura, non fatevi vincere dai vostri egoismi. Fate quello che io farei in questo momento, organizzate l’accoglienza, trovate strade nuove per la pace, impegnatevi nel guarire il pianeta. Sono io, non temete. E Pietro non teme: ma per comportarsi come Gesù, per camminare sulle acque, c’è bisogno di fidarsi di lui.

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Per farlo Pietro, e ciascuno di noi con lui, deve affidarsi a Gesù. Rinunciando a tutte le elucubrazioni su di chi sia la colpa dell’immigrazione, della guerra, del disastro climatico, della pandemia. Se pensiamo ai complotti affondiamo, se ragioniamo sulle responsabilità affondiamo. Se invece ci rendiamo disponibili allo spirito allora cammineremo anche sull’acqua, cambiando le regole del nostro vivere, inventandoci un mondo diverso, migliore.

In cui costruire la pace, lo sviluppo dei popoli, il rispetto delle persone, tutte, indipendentemente dal colore della loro pelle e dai soldi che hanno in tasca.

Così cammineremo sull’acqua.