I sette peccati dell’economia (di C. Trento)

Il professor Carlo Cottarelli protagonista della manifestazione organizzata da Giuseppina Bonaviri. Spiega: «L’Italia paga il fatto di non essere capace di convivere con l’euro. Ma uscire non è pensabile»

Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

L’inizio è da applausi. «È la prima volta che vengo a Frosinone, ma siete famosi per la serie A». Carlo Cottarelli conquista immediatamente la platea. Il direttore dell’Osservatorio dei conti pubblici italiani dell’Università Cattolica di Milano è stato protagonista dell’iniziativa “Una riflessione sull’Italia” . Ad organizzare l’evento Giuseppina Bonaviri, presidente del “Progetto Provincia Area Vasta Smart”.

Pieno il salone di rappresentanza dell’Amministrazione Provinciale. Presenti molti esponenti politici e anche Giovanni Turriziani, presidente di Unindustria Frosinone. Al tavolo dei relatori, oltre a Cottarelli e Bonaviri, anche il rettore dell’Università di Cassino Giovanni Betta e Luigi Vacana, consigliere provinciale.

Giuseppina Bonaviri ha introdotto i lavori spiegando che il «Progetto Area Vasta Smart si è posto come obiettivo immediato quello di essere luogo privilegiato di promozione rispetto alla progettazione più innovativa, una vera e propria piattaforma prototipale replicabile secondo il nuovo modello attuale di sostenibilità».

Poi la scena è stata tutta per Carlo Cottarelli, autore del libro “ I sette peccati capitali dell’economia italiana” .

Nell’opera sostiene che la crisi economica italiana non è il frutto di un destino avverso. Ma scaturisce invece da sette gravissimi errori. I peccati capitali dell’economia italiana: l’evasione fiscale, la corruzione, la troppa burocrazia, la lentezza della giustizia, il crollo demografico, il divario tra nord e sud, l’incapacità di stare nell’euro.

E il suo pensiero lo ha espresso molto chiaramente rilevando: «L’economia italiana è cresciuta poco negli ultimi vent’anni. Ha accelerato un po’ nel 2017, ma hanno accelerato anche tutti gli altri Paesi. Se fosse una corsa ciclistica, sarebbe come rallegrarsi di andare più veloci senza accorgersi di aver iniziato un tratto in discesa. In real tà, anche in discesa il distacco dal gruppo sta aumentando».

Una crisi, quella italiana, che affonda le radici in un periodo lunghissimo.

Ma è negli ultimi venti anni si è acuita per quella che Cottarelli ha definito «la nostra difficoltà a convivere con l’euro».

Naturalmente è un percorso fatto di concatenazioni e combinati disposti.

Ha detto Cottarelli: «L’evasione fiscale è tra l’8 e il 10% del Pil. Se in questi ultimi decenni fossimo riusciti a ridurla di 1/8, oggi avremmo un debito pubblico inferiore alla Germania». Aggiungendo poi che ogni anno il costo per riempire moduli burocratici è di 31 miliardi di euro. E il crollo demografico ha effetti sulla produttività.

Ma è l’euro il tema più importante. Ha argomentato Cottarelli: «Inizialmente il tasso di inflazione dell’euro era stato fissato tra l’1,5 e il 2. Ma la Germania ha fatto la “ furba” portandolo immediatamente a zero e mettendo in campo una politica salariale altamente competitiva. Ciò non toglie però che noi non abbiamo fatto quello che dovevamo. Oggi la via di uscita non è abbandonare l’euro ma cercare di sfruttare le opportunità che offre. Finalmente. Non è facile certo, ma dobbiamo provarci».

Ma cosa ha provato Cottarelli nei giorni nei quali è stato ad un passo dal ricevere l’incarico di formare il governo?

Il professore non si è sottratto alla domanda ed ha risposto: «Un sospiro di sollievo». Spiegando: «C’era bisogno di un governo politico, qualunque altra soluzione avrebbe portato lo spread a 500-600. Non potevo tirarmi indietro, ma non avrei mai avuto la fiducia delle Camere».

Fra le tante citazioni una del film “  tartassati” . Con Aldo Fabrizi che dice: «stiamo facendo il nostro dovere». Mentre Totò risponde: «E le pare una cosa corretta?». Sorrisi in sala, perché alla fine “ I sette peccati capitali dell’economia italiana” sono lo specchio di un Paese alle prese da sempre con problemi radicati, quasi “culturali”.

Mister “spending review” è stato netto: non è semplice cambiare, ma non c’è alternativa.

 

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