Tra regnicoli e papalini: una provincia, due identità

Cosa è la Ciociaria? La fusione a freddo di due realtà distinte. E molto distanti tra loro. Il ruolo del Liri. E la divisione tra 'regnicoli' e 'papalini'

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Qualche anno fa si tenne ad Arce un convegno molto interessante dal titolo “Quid est Ciociaria?” cui presero parte alcuni apprezzati studiosi della provincia di Frosinone. Lo scopo era di dare una risposta esauriente ai molti interrogativi che rendono la materia assai controversa. Cos’è la Ciociaria? Quali i suoi limiti territoriali? Quando è nata la denominazione? E il ruolo delle ciocie? E l’influenza del fascismo? Esistono ciociari del nord e ciociari del sud? Si possono chiamare ciociari quelli che abitano a Sora o a Cassino?

Dopo una serie di documentate relazioni e un vivace dibattito, non si è riusciti a trovare un punto d’incontro. E, francamente, c’era da aspettarselo.

Senza risposta

Anche perché, al riguardo, non può esistere alcuna convergenza. Cosa che anche quel convegno ribadì a chiare note. E ciò non tanto per l’ostinazione di chi continua tetragono a configurare scenari surreali e fantasiosi quanto per la realtà storica che contraddistingue da sempre la provincia di Frosinone.

Un comprensorio che abbraccia nel suo grembo due grosse entità distinte e distanti tra loro che soltanto a causa di una decisione d’imperio si sono ritrovate a dormire, non proprio pacificamente, nello stesso talamo nuziale.

A nord, infatti, abbiamo i “papalini”, mentre a sud si trovano i “regnicoli”. I primi, ossia coloro che risiedono al di là del Liri, da Ceprano in su, verso Frosinone, si sentono gli impettiti alfieri dell’identità ciociara, orgogliosi di essere tali e di sbandierarlo ai quattro venti. Gli altri, invece, quelli che abitano dall’altra parte del fiume e che fino al 1927, anno di nascita della provincia di Frosinone, appartenevano a Caserta e alla Terra di Lavoro, proprio non vogliono saperne di essere chiamati ciociari.

L’indizio del fiume

Il fiume Liri attraversa Sora (Foto © Stefano Colucci)

Il punto centrale di tutto il discorso sta proprio lì, in quel Liri di dantesca memoria che, nello scorrere dei secoli, ha acquisito un ruolo ben più importante della sua stessa connotazione fisica. Quel corso d’acqua, infatti, ha costituito per tanti secoli l’antico confine tra due stati limitrofi. La storica inglese Georgina Masson ha osservato che quella del fiume Liri è la linea di demarcazione più longeva dell’intero continente europeo. E oggi continua a rappresentare, in maniera indelebile, l’ermetica cerniera fra la porzione centrale della Penisola e il meridione.

Una barriera naturale, dunque, ma, anche storica, culturale, economica, sociale, linguistica, di costume, che la nascita della provincia di Frosinone non è riuscita ad abbattere mettendo insieme territori fin troppo disomogenei. Una semplice operazione di “collage” studiata a tavolino non poteva eliminare le evidenti contraddizioni. Ecco perché non può esserci, e non ci sarà mai, un punto di incontro.

E sbaglia di grosso chi si limita a considerare la cosa alla stregua di una rancorosa contesa campanilistica. La questione, invece, è molto seria. Qui è in gioco l’identità di una provincia, di un territorio compresso e quasi schiacciato tra Roma e Napoli che ancora non riesce a svilupparsi in tutta la sua pienezza.

I danni del fascismo

Milizie fasciste

Il governo fascista, plasmando la provincia di Frosinone, è andato ad infrangere gli equilibri sociali, economici e culturali esistenti, compiendo una asettica operazione di mero assemblaggio. Grazie poi all’assiduo impegno del regime il “concetto” di Ciociaria iniziò a prendere forma, uscendo dalle nebbie indistinte nelle quali era stato relegato.

Il mito del “ciociaro forte, valente e coraggioso”, discendente diretto di quei Romani che avevano dominato il mondo, cominciò ad imperversare alla grande. Venne agevolato da una politica diretta a far risaltare la fede fascista della nuova provincia. Serviva da contraltare degli atteggiamenti tiepidi o addirittura avversi che provenivano dal casertano. Non è un mistero che Mussolini, creando la provincia di Frosinone, volle soprattutto punire Caserta, covo pullulante di riottosi antifascisti. Non a caso Caserta fu l’unica tra le province ad essere cancellata dalla carta geografica d’Italia.

Fu proprio da quel fatidico 1927 che la nuova provincia diventò “ciociara”, senza esclusione alcuna. La costruzione artificiosa, però, continuava a rimanere tale.

Il nodo del dopoguerra

L’Italia secondo la proposta di Morassut e Ranucci

Caduto il fascismo, superato il periodo del dopoguerra e della ricostruzione, puntualmente, i nodi sono venuti al pettine. La “vexata quaestio” è tornata di grande attualità. E non saranno di certo quelli che, agitati da una fervida fantasia, continuano, un giorno sì e l’altro pure, a trattare la Ciociaria alla stregua di un elastico che si può tirare più giù o più su a seconda dei propri convincimenti, a trovare la quadratura del cerchio.

Stando così le cose, a meno che non sopraggiungano radicali mutamenti di carattere amministrativo difficilmente si riuscirà a trovare il bandolo della matassa. Uno di questi potrebbe essere la proposta di legge costituzionale sulla riduzione delle regioni. Venne presentata qualche anno fa dai parlamentari piddini Morassut e Ranucci: tanto fece discutere.

E così quell’atavica contraddizione continuerà a rimanere in piedi ad onta di chi proprio non vuole vedere la realtà di una provincia così profondamente divisa nel suo interno.

I contrafforti di Landolfi

Tommaso Landolfi e Aldo Palazzeschi nel 1961 al premio Settembrini (Foto Adelphi Edizioni)

A tutti costoro voglio suggerire la gradevole lettura di un racconto di Tommaso Landolfi, il grande scrittore di Pico, tra i più importanti della letteratura italiana del Novecento, intitolato “I contrafforti di Frosinone” (1960), dove si ricostruisce un interminabile viaggio fatto in corriera da Roma al suo paesino.

Fra poco dunque raggiungeremo Ceprano sul Liri (il Verde di Dante)… Ma Ceprano era stazione confinaria al tempo del Borbone di benedetta memoria, e qui pertanto il Regno di Napoli ci apre le sue braccia, con il calore della sua aria, il suo verde un che più intenso, la sua terra più ardente, la sua lingua più vivace. Siamo insomma a casa nostra….

Senza dubbio il mio paese (Pico, nda), che era sempre stato nella provincia di Caserta, è attualmente nella provincia di Frosinone. Ma che perciò? Né la sua lingua, prima che il triste evento si producesse, né le sue tradizioni ebbero mai nulla a che vedere con ciò che ancora qualche vecchio chiama ‘lo stato romano’: di qua Longobardi, Normanni, Angioini, di là papi e loro accoliti; di qua una lingua di tipo napoletano-abbruzzese; di là una specie di romanesco suburbano; a non tener conto poi di tutto il resto.

Si intenda, comunque: io non sto ponendo qui una questione più o meno personale, ma prendendo le parti di tutti quei paesi e di tutti quelli che un dissennato potere ha strappato o allontanato dal loro centro naturale… Per finire io vorrei ancora che i miei sia pur benevoli detrattori, coloro che si divertono a qualificare me o altri miei compagni d’esilio ciociari, rispondessero a questa semplice domanda: che colpa, daccapo, ha un pover’uomo se, amministrativamente parlando, il suo paese appartiene alla provincia di Frosinone? Un po’ di lealtà vi si chiede, amici miei, e soprattutto un po’ di carità”.

Più chiaro di così…

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