Inchiesta chiusa: ecco i responsabili morali del maxi buco Unicas

Dodici pagine, con le quali ricostruire cosa è accaduto. E individuare i responsabili. Sono quelle che compongono la Relazione Conclusiva firmata dalla Commissione d’Indagine nominata dall’università di Cassino. Un team di investigatori incaricato di fare chiarezza sul debito da 40 milioni di euro nei conti dell’ateneo rivelato da Alessioporcu.it il 17 febbraio scorso (leggi qui). I risultati dell’inchiesta interna sono stati consegnati al magnifico rettore Giovanni Betta.

 

QUATTRO INVESTIGATORI
A portare avanti le indagini sono stati quattro funzionari, nominati con decreto del direttore generale il 21 febbraio. Gli è stato attribuito il potere di interrogare il personale (in termine tecnico ‘intervistare‘ poiché gli interrogatori sono competenza esclusiva della magistratura). E di acquisire bilanci, decreti, verbali, determine ed ogni tipo di documentazione necessaria per capire chi e come ha ritardato i pagamenti dei contributi Inps ai circa 600 dipendenti dell’Ateneo, determinando quel debito. In tutto 31 milioni di contributi più 9 di interessi e sanzioni.

Chi sono i tre funzionari. Il primo è il dottor Roberto Lugli. Nel periodo 2011 – 2012 è stato responsabile del settore Personale Docente. E dal 2012 è responsabile del settore Coordinamento dell’Area Ingegneristica. Viene giudicato un funzionario molto esperto: a 27 anni era già responsabile dell’ufficio Economato e Patrimonio a UniMacerata.

Il dottor Biagio Pascarella è il responsabile del settore Servizi agli Studenti.

L’ingegnere Giuseppe Riccio è il coordinatore dell’area dipartimentale di Economia e Giurisprudenza, responsabile delle procedure amministrative-contabili e delle procedure per la didattica di area Economico-Giuridica.

Del team fa parte a pieno titolo la dottoressa Patrizia Del Greco. A lei è stato affidato il compito di prendere rigorosamente nota di tutto, verificare il rispetto delle procedure e redigere il verbale.

 

RESPONSABILITA’ PRECISE
La Commissione ne è venuta a capo. Al termine di settimane trascorse tra ricognizioni di documenti ed ‘interviste’ di colleghi, ha individuato “specifiche e nitide responsabilità morali“.

Nero su bianco, ha scritto i nomi di chi ha operato negli uffici evitando di pagare i contributi.

Ha ricostruito tutto. Chi prendeva le decisioni, chi doveva applicarle, chi doveva semplicemente trascrivere i numeri, chi doveva pigiare il bottone per fare i pagamenti. La Commissione ha anche raccolto elementi con cui stabilire chi era del tutto consapevole di ciò che faceva e chi invece se n’è reso conto solo a giochi fatti.

I livelli erano due: uno ‘politico’ ed uno ‘tecnico’. Quello politico è quello che prende le decisioni strategiche (ad esempio: bisogna fare il Campus o è più urgente fare la pista di atletica). Il livello tecnico è quello che elabora le cifre in modo da realizzare l’indirizzo politico.

Al livello Tecnico, la Commissione ha individuato le responsabilità morali del debito nell’Ufficio Fiscale e nell’Ufficio Bilancio e Contabilità Economico Patrimoniale.

Ma gli ordini partivano dal livello Politico. La Commissione individua «Specifiche e nitide responsabilità morali di chi è stato organo di vertice».

Testuale. Compreso il chi in corsivo.

Insomma: c’è chi ha ordinato di non pagare i contributi. E chi non ha pigiato il bottone per mettere in pagamento il modello F24.

chi ha ordinato di non pagare, in realtà non ha detto ‘Non pagare‘. Ma si è limitato a dire ‘Sai tu come dei fare: gli obiettivi li conosci‘.

 

LA FALLA DELLA PROCEDURA CSA
Ma come hanno fatto a non pagare 31 milioni di contributi Inps, senza che nessuno se ne accorgesse?
Come è stato possibile che si scavasse quel debito?

Per capirlo bisogna partire proprio da quest’ultima parola: debito. Quello scoperto nei conti dell’ateneo di Cassino e del Lazio Meridionale è un debito e non un buco. Qual è la differenza. Si ha un buco nei conti quando si fa una spesa non prevista e la si tiene nascosta; nessuno sa niente e non viene previsto di dover saldare quel conto. Ma nel caso dei 31 milioni (più 9 di interessi e sanzioni) di Cassino, l’Università sapeva benissimo di dover pagare i contributi Inps. Ma non lo ha fatto, spostando in avanti il pagamento.

Come funzionava? La falla si chiama Procedura Csa, dove le tre lettere stanno per (Carriere e Stipendi di Ateneo). E’ l’applicazione informatica che si occupa della gestione giuridica ed economica del personale universitario. Nata nel 1990 come risposta al decentramento amministrativo degli atenei, dal 2005 annovera tra i suoi utenti ben 60 Università e 14 Osservatori, per un totale di circa 140.000 cedolini mensili.

Nei mesi in cui l’Università aveva i soldi disponibili procedeva regolarmente al pagamento di stipendi e contributi. Quando c’erano le ditte da pagare per la costruzione del Campus bisognava inventarsi qualcosa. La Commissione ricostruisce che ogni mese l’ufficio Sedac (Segreteria Elaborazione Dati Contabili) provvedeva all’elaborazione degli stipendi. Subito dopo, procedeva al pagamento accreditando il ‘netto in busta‘ direttamente sul conto corrente di ciascun dipendente.

A questo punto iniziava un lavoro di quadratura. Se ne occupava l’Ufficio Trattamento Economico. Lì dentro si procedeva a far quadrare la situazione con i vari capitoli del Bilancio per poter sistemare tutte le ritenute: Inpadp – Inps, Fisco, extra erario, Irap, Tesoro.

Fatta la quadratura, la pratica va ad un impiegato Sedac dotato di ‘responsabilità speciale‘ per l’elaborazione del modello F24 cioè quello con cui vengono pagate le tasse.

Ma prima di pigiare il bottone ed autorizzare la liquidazione dell’F24 occorreva un’autorizzazione. Il sistema prevede che qualcuno dicesse ‘pagate‘ o ‘non pagate‘. Guardando dal basso e risalendo verso l’alto la catena di comando, è il dirigente d’area che deve impartire quell’ordine. Al vertice della catena di comando c’erano il direttore generale Raffaele Simeone. oppure il dirigente f.f. (il facente funzioni, cioè colui che ha la piena delega a sostituirlo)  Antonio D’Ambrosio.

Tra i due i rapporti non sono idilliaci. Il personale intervistato dalla Commissione riferisce che spesso sentivano discutere Simeone e D’Ambrosio. Discutevano sulle procedure. Qualcuno ha messo a verbale d’avere sentito sbattere i pugni sul tavolo: erano i pugni di Simeone che a quel punto urlava «Io sono il direttore generale, sono il dirigente dell’area e si fa come dico io!»

A questo punto potevano accadere tre cose: 1. se i soldi c’erano si procedeva al pagamento 2. se i soldi c’erano solo in parte si pagava soltanto una parte dell’F24 3. Se i soldi non c’erano, semplicemente non si pagava.

La procedura Csa non prevede che il mese successivo, per poter elaborare le nuove buste paga, il personale debba inserire gli estremi di pagamento del mese precedente. Il compito di quell’applicazione è solo elaborare. Ma se non paghi, non fa niente: non ti blocca, non ti impedisce di andare avanti. Anche se sei una Pubblica Amministrazione, pure se sei un’Università.

 

NESSUNO DENUNCIA
E CHI DEVE NON SA

Tutto sarebbe saltato fuori se qualcuno avesse messo nero su bianco le discussioni tra i vertici amministrativi dell’ateneo. Ma nessuno lo ha fatto.

Quel settore dell’Università, emerge dalla relazione finale della Commissione, era una specie di monarchia. Con un viceré che sbatteva i pugni sul tavolo, un vice del viceré che non osava saltare la linea dinastica, diventandone parte. E su tutti un monarca assoluto: «chi è stato organo di vertice».

Assoluto al punto che nemmeno il pro rettore al Bilancio, l’economista Raffaele Trequattrini poteva mettere il naso nei conti. La Commissione scopre che la delega affidata al Pro Rettore gli consente solo di fare l’economista’ e nulla di più: cioè esprime le sue opinioni sulle strategie, traccia la rotta economico finanziaria. Ma non ha poteri di controllo sul Sedac e sul Csa. Quelli sono prerogativa di chi decide.

Un paradosso tale che la Commissione – a conclusione della sua attività – segnala ora al rettore l’opportunità di rivedere la politica di assegnazione delle password con cui accedere ai conti ed ai bilanci. Ma anche al Sedac ed al Csa, al Servizio Area 2 (Bilancio), alle banche dati di interazione ministeriale.

Il delegato del rettore, con competenza specifica sul Bilancio, non aveva quelle chiavi d’accesso. Poteva fare il teorico. E poco più.

 

IL FALSO IN BILANCIO
E LE REVERSALI D’INCASSO

Ma il ritardato pagamento dei contributi Inps rischia di essere una sciocchezza, rispetto al vero problema che sta emergendo dai conti.

E’ un altro, il vero problema che sta emergendo dalle indagini penali coordinate dal sostituto procuratore della Repubblica di Cassino Marina Marra e condotte dai finanzieri del colonnello Massimiliano Fortino.

Perché l’università ha messo in moto tutta questa giostra?

Fino ad oggi si era pensato che servisse solo per pagare i lavori del Campus universitario. In pochi anni l’ateneo si è dotato di infrastrutture d’eccellenza: al punto da attirare studenti dall’estero. Le ditte hanno lavorato bene e rispettato i tempi, sono state pagate in maniera puntuale. Il sospetto finora è stato che per pagare le imprese di costruzioni, l’università avesse messo da parte i contributi Inps. Come se si fosse creata un canale di fido parallelo e interno, senza passare per le banche. (leggi qui).

Il sospetto della dottoressa Marina Marra e del colonnello Massimiliano Fortino adesso è un altro. E’ che tutto quel meccanismo servisse per nascondere la reale situazione dei conti universitari.

L’analisi dei bilanci degli ultimi anni sta facendo emergere che l’ateneo spende più di quanto incassa. Un debito strutturale. Nascosto a lungo.

In che modo? L’attenzione è concentrata sugli F24 dei mesi in cui i contributi venivano regolarmente pagati.

Cosa c’è di strano? I finanzieri hanno notato che spesso all’operazione di pagamento ne seguiva una contestuale. Cioè, subito dopo avere pagato i contributi, veniva emessa una Reversale d’incasso. E’ il documento emesso da un’amministrazione pubblica con il quale si autorizza un cassiere, a riscuotere da una persona o da un ente una somma determinata.

La somma indicata nella Reversale d’Incasso era esattamente dello stesso importo dell’F24.

In questo modo, da una parte i soldi uscivano. E dall’altra figurava che entravano.

Ma – è questo il sospetto – in realtà non entrava niente. Quell’operazione – si sta indagando – sarebbe servita solo per pareggiare sulla carta l’uscita con un’entrata di pari importo. In questo modo si evitava di far lievitare il debito.

E come si giustificavano i soldi non entrati? Semplice: parcheggiando la somma nel capitolo di bilancio chiamato ‘Residui Attivi‘ . Cioè somme che l’Università deve riscuotere ma che il debitore tarda a pagare.

Sono stati i residui attivi a tenere a galla i conti dell’Università?

E non finisce qui (to be continued)

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