Zingaretti tra le ferite di Genova

La tappa di Nicola Zingaretti a Genova. Nella tana di Beppe Grillo. per presentare il suo progetto di rifondazione del Pd. Con gli sfollati del Ponte Morandi. E con i giovani che cercano risposte dalla politica

Nella tana del lupo. Lì da dove è partita l’onda populista: sotto forma di risata, dissacrante, ribelle come può essere solo una rivoluzione inventata da un comico.  Nicola Zingaretti inizia da  Genova il suo tour ufficiale per conquistare la segreteria nazionale del Pd. È una delle capitali perdute dalla sinistra, è la città di Beppe Grillo l’inventore della ribellione che a colpi di vaffa ha delegittimato tutti ed è arrivata a Palazzo Chigi ma solo per rinnegare tutte le sue mille identità: dall’Ilva che non chiude più al Tap che non si blocca, fino al terzo valico che ora si deve fare e addirittura arrivare con i binari fino al porto.

Le ferite di Genova

In zia dal cuore ferito di Genova il tour di Nicola Zingaretti. Nel pomeriggio va nelle zone colpite dal crollo di ponte Morandi, incontra una delegazione di sfollati dalla zona rossa ed un gruppo di commercianti della zona arancione della Valpolcevera.

In serata è ai Giardini Luzzati e spiega «Ho scelto di partire da Genova perché non si devono spegnere i riflettori su quanto avvenuto ma anche su una condizione sociale e umana di tantissime persone che hanno subito quel crollo. E su una comunità che continua a rimanere ferita, è insoddisfatta del presente e merita di ottenere risposte».

Attraversa i territori simbolo dell’Italia, parla con i militanti come facevano i Segretari ai tempi delle foto in bianco e nero quando c’era la questione morale e le Br sparavano ai sindacalisti Cgil che avevano deciso di stare con lo Stato.

Ad assistere alla presentazione della sua candidatura c’è l’ex ministro della Difesa Roberta Pinotti che per lui ha abiurato alla sua fede renziana. C’è il deputato europeo Brando Benifei con al segretario Pd di Genova Alberto Pandolfo.

Parla di riscossa, Nicola Zingaretti. «’Piazza grande’ – ha spiegato parlando del format che fa da contenitore ai temi della sua campagna elettorale – è l’inizio della riscossa, un’idea di comunità che non si chiude in se stessa. Anche per questo ho intitolato il documento che ho presentato ieri alla direzione del partito ‘Una proposta per l’Italia: prima le persone’».

Pd Partito con un leader e non del leader

Il governatore del Lazio vuole un Pd che sia capace di offrire un alternativa «quando questo Governo non sarà in grado di mantenere le promesse con cui ha illuso i cittadini». Un Partito Democratico che si candida ad essere «il principale antagonista a questo governo. E cambiare significa tre cose: offrire e costruire una nuova piattaforma economica e sociale che io chiamo l’economia giusta; mettere in campo subito un’altra idea dell’Europa, non picconarla come fa la Lega ma costruire l’ Europa che ci serve».

Cosa intende per ‘cambiamento’ Zingaretti lo dice con una frase che forse è la più affilata della sera: «dobbiamo cambiare questo Pd che da partito con un leader è diventato partito del leader».  Perché c’è stato un tempo in cui il ‘leaderismo’ ed il ‘culto della personalità’ erano vietati nel Partito: «Se c’è solo il capo, arriva il Salvini di turno che entra come il coltello nel burro – ha aggiunto Zingaretti – una storia collettiva non può ridursi alla storia di un individuo perché quando non c’é una comunità é difficile che qualcuno voglia entrarvi».

No al Renzi sull’uscio

Il caos che regna sovrano tra le fila renziane ha portato in mattinata al primo sondaggio nel quale Nicola Zingaretti è oltre il 50%. Cioè nell’area in cui si è Segretario Nazionale già la sera del 3 marzo al termine delle Primarie. (leggi qui Zingaretti supera il 50%. E il governatore porta il Pd al pub)

Ma c’è un convitato di pietra. Matteo Renzi, per usare le parole di Romano Prodi, “non può restare sull’uscio“. Il timore è che dopo le Primarie annunci la nascita di un suo partito. Maurizio Martina lo definisce “un errore“. E Nicola Zingaretti se la prende con «l’ossessione a disarticolare, colpire, denigrare la nostra comunit໓.

Tutto il Pd oggi ha dato l’impressione di rivolgersi all’ex premier, a quel Renzi con un piede dentro ed uno fuori dal Partito. E che in mezzo al guado piace a nessuno. Soprattutto ai suoi. Ma lui, se non vince, non ci trova gusto. Il fondatore dell’Ulivo gli manda a dire «Credo che lui debba decidersi o sta fuori o dentro alla politica, non può stare in mezzo all’uscio». Il fondatore dell’Ulivo usa anche la sua sottile perfidia ricordando che Renzi – oggi sostenitore del fronte europeista contro i popolisti e i sovranisti – una volta tolse la bandiera Ue dal proprio studio di palazzo Chigi per protestare contro Bruxelles. «Le due bandiere non sono incompatibili, per le elezioni italiane si metta quella italiana, per le elezioni europee si metta quella europea. Sono queste le nostre due bandiere, soltanto una volta sono state tolte quelle europee con mia grandissima rabbia».

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