Tutti artisti, scrittori o fenomeni (Il caffè di Monia)

Tutti scrittori. Che però si pubblicano da soli i libri. E spesso se li comprano anche. Fin qui ci sta. Il problema è che poi ci frantumano ogni giorno, per ricordarci che sono "...e anche scrittore", si citano si parlano addosso, si organizzano convegni nei quali parlare di loro stessi... Basta.

Monia Lauroni
Monia Lauroni

Scrivere per descrivere

L’avvicinarsi della bella stagione mi porta a fondamentali riflessioni. Che so, lo stravolgimento meteorologico dell’universo, la lotta tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco durante la stagione dell’amore, l’idea di un mondo reale le cui parti più piccole esistono oggettivamente nello stesso senso in cui esistono le pietre o gli alberi. E poi risvegliarsi al canto degli augelli nella stagione che cede alla vaghezza mi fa sentire tanto D’Annunzio.

Nulla di male chè tanto oggi sono tutti artisti e scrittori. Presso “me stesso”, ma tutti fenomeni. Tutta colpa di Duchamp. Sì, è colpa sua. Perché lui è un artista se espone un bidet e non lo sono io che ho dovuto cambiare un sifone? Cos’ha che non va il mio sifone? Ma avete mai visto un sifone? Le sue curvature, la sua vita nascosta e misteriosa. Lo so non capirete mai, perchè io sono un’artista e voi no. Poiché l’arte oggi ha bisogno di una narrazione per potersi reggere in piedi, allo sconosciuto signor Sifone ho pensato di inventare una degna storia.

Potrei iniziare con “Tutti i sifoni della mia vita”, oppure “Ode al Sifone”. Ed eccomi qua, da oggi per cortesia chiamatemi Artista – Scrittrice.

Sono ovunque. Si aggirano per le strade, sulla metro, nei centri commerciali, in spiaggia, nei parchi. Non è possibile identificarli ma sono tanti e crescono, diventano sempre più numerosi. Impiegato….e scrittore, parrucchiere….e scrittore, idraulico….e scrittore, insegnante….e scrittore. Sono tutti scrittori. Gli “.…e scrittore”, raccontano storie, esperienze personali troppo vere per essere vere, capita sempre tutto a loro. Ormai scrivono praticamente tutti.

Una mattina si svegliano e decidono da soli che il mondo è ingiusto, che loro sono incompresi, che la loro idea è geniale ma l’editoria è tutta corrotta, e si riscattano con l’auto-pubblicazione. Tirano fuori così il loro best-seller, alto dalle cinque alle dieci dita. Con tutta probabilità non ne scriveranno altri, perché si sono sparati tutte le cartucce in un colpo solo. Aprono una pagina e si definiscono subito Scrittori, sfrangendo gli zebedei con auto-citazioni quotidiane estratte dall’opera prima.

Lo promuovono per giorni, mesi, anni. Sui social smetteranno di avere una faccia, perché come profilo metteranno a vita la copertina del libro. Avviano un mercato nero di finte recensioni e si scaricano l’ebook da soli, cercando di convincerti che è in cima alla classifica Amazon da due anni. Ti coinvolgono in chat, gruppi, sottogruppi. Ogni tanto inventano qualche stratagemma e ti mandano un link. Ci caschi, lo apri e salta fuori il maledetto libro.

C’è anche chi dopo dieci anni non ha ancora trovato un editore. I motivi sono due: o gli editori sono in netto svantaggio numerico rispetto al pullulare dei tanti scrittori della domenica o, secondo loro, il mondo è sempre più ignorante e crudele.

Sempre più spesso l’arte confina con la burla e l’azzardo e ha bisogno di far parlare di sé inventandosi situazioni paradossali che nulla hanno a che fare con quei cardini del pensiero estetico che ci hanno condotti fin qui.

Tanto vale non solo per l’arte espressa in lettere, virgole ed endecasillabi, ma anche per gli artisti in camice e pennello. Artisti multitasking sensibili all’involuzione della razza umana che vengono colti all’improvviso da disturbi dell’umore e della personalità. Nei secoli ci sono stati altri momenti di decadenza e di scarse idee. Oggi viviamo un nuovo Rococò, con la differenza che nel Settecento sapevano dipingere. O i pittori, o almeno i loro assistenti.

L’onnipresenza di banalità, cattivo gusto e provocazioni gratuite si mascherano dietro l’etichetta concettuale, senza la quale in molti casi apparirebbero per quello che sono: bancarotta estetica e intellettuale. Violenza e mortificazione della carne, nevrosi sadiche, accozzaglia eteroclita, disperazione, il brutto senza bellezza, la città inabitabile, silenzio, la gloria impossibile, la cura inutile.

È qui che subentra il personaggio il cui mestiere consiste nel lucrare sulle speranze dei novelli Picasso. L’artista ingenuo verrà persino illuso di essere stato scelto per i suoi meriti, salvo poi leggere in grassetto la quota dovuta, le spese a suo carico e l’Iban su cui effettuare il versamento.

Un po’ me li immagino, gli stramaghi della penna, che con stacanovismo da ingegnere, si siedono alla scrivania e compilano fogli su fogli, manoscritti su manoscritti. Sono artisti, sono proficui, sono ammirevoli. E’ solo che se bastasse andare a capo per sembrare dei poeti maledetti, saremmo tutti dei piccoli Baudelaire. Se bastasse mettere. Ogni. Mezza Parola. Un punto. Per sembrare più perentori. Dimenticando l’uso delle subordinate. Saremmo tutti dei grandi scrittori.

Il Vate, lo Scrittore è un cane senza padrone, non ama la scrittura come i lettori pensano, ma sa di non avere altra scelta che quella di scrivere per non lasciarsi andare. Ha una tarantola dentro che gli solletica l’anima e in qualunque posto deve vomitare qualcosa per non impazzire. Poi si quieta e sorride, come appena uscito da un attacco di panico e non ha idea di aver creato, forse, qualcosa di buono, non lo sa e non lo saprebbe mai se qualcuno, per caso, non si imbattesse nelle sue parole.

Perdere occasioni è mestiere di sopravvivenza. Non chiedete loro di parlare di soldi, di notorietà, di contest e premi letterari, non sanno dare un prezzo ai pensieri e si affidano a chi riesce in qualche modo a contenerli, per amore o per rispetto.

Uno scrittore non ha bisogno di tutto ciò, sa di abitare l’eterno anche se muore domattina. e questo gli basta, allo scrittore. Il resto è chiacchiera.

Quindi, cari artRisti, riuscireste ad essere “artisti” senza di continuo raccontarcelo? Non è per invidia, fastidio o odio nei vostri confronti. È che tanto non riusciremo a capire. E’ che non siamo tutti artisti, non siamo tutti scrittori. E non siamo tutti fenomeni.

Ora scusate, il “lavoro” chiama. Corro a cercare le parole adatte per scrivere la storia del mio Sifone. E se con tutto questo fossi riuscita ad annoiarvi, per dirla alla Manzoni: “non s’è fatto apposta”.