Internazionale: protagonisti della settimana nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo.

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MUBADALA 

Una delle piattaforme nel Mediterraneo

La parola Mubadala non dice niente se subito dopo non ci appiccichi “Petroleum”, e a quel punto scatta subito la prima associazione con la terza parola, che è soldi. Paccate di soldi, per l’esattezza 232 miliardi di fondo sovrano ed asset con cui la principale compagnia petrolifera degli Emirati Arabi Uniti si è potuta permettere di fare investimenti clamorosi. Dove? Un po’ dappertutto, ma in particolare nel giacimento offshore di Tamar, nel Mediterraneo. E di chi è quel giacimento? Coniglio dal cilindro e applausi al mago: di Israele. 

È proprio così: se da un lato ci sono un mondo arabo ed un mondo ebraico che si picchiano come fabbri dall’altro ci sono gli stessi che fanno affari e che non permettono al Corano ed alla Torah di mettersi fra l’uomo e il business.

Un mese fa la Mubadala aveva firmato un’intesa con Tamar per acquisire una quota del 22% del giacimento. Lo “scivolo” che aveva agevolato l’accordo era stata la normalizzazione dei rapporti fra EAU e Israele di inizio 2020. 

E Tel Aviv (O Gerusalemme, in queste cose Israele è bipolare come il Movimento 5 Stelle, ha vertici veri e vertici in pectore) ha in mente grandi cose. Il Paese di Giuda sta lanciando la più grande gara d’appalto del pianeta per rilasciare concessioni sulle acque intorno ai sui principali giacimenti di gas. Sono Tamar, Leviathan, Tanin e Karish. In questo modo lo stato incassa soldi dal rilascio e si assicura riserve con la quota concessione, riserve che ci pensano altri a portare alla luce. 

Una delle sedi della Mubadala

Il problema era che Israele doveva attirare l’interesse delle più grandi compagnie petrolifere mondiali, quelle riunite sotto l’acronimo Ioc. Chi lo dice? Nikolay Kozhanov, professore associato di ricerca presso il Gulf Studies Center dell’Università del Qatar e analista di Al Jazeera. Insomma, serviva un “passo avanti” da parte di qualche gruppo che superasse l’imbarazzo di mettersi in affari con il “nemico storico” e mettesse in conto anche il malmosto delle frange arabe più estreme del Paese dove ha sede sociale e assume maestranze.

Ma non solo: serviva anche che, una volta perfezionato l’accordo, le milizie inviate a sorveglianza degli stabilimenti non entrassero in frizione. Mettere nella stessa garitta di una torre piezometrica di sondaggio un fante dell’Idf e una guardia giurata che prega verso la Mecca di questi tempi è come dare calci a una tigre col mal di denti. Perciò i vertici di Mubadala hanno dato una disposizione precisa a tutti i loro dipendenti: si pregherà ma rivolgendo ad est solo il volto, senza innalzare le mani con i palmi in alto, per non “sfruculiare” qualche giovialone in vena di battute e non innescare discussioni o roba deteriore.

E se servirà Mammona per vedere un arabo e un ebreo che lavorano assieme senza darsele poco cale. Perché la pace è un effetto talmente bello che strologare sulla sua causa è da scemi.

Gasati di pace.

BAHANA DUGURI

Abubakar Shekau

Due premesse smart: la Nigeria non la prenderemo mai a modello di democrazia ed efficacia, non in questo millennio almeno. Poi il tizio di cui parliamo è di fatto un sodale dell’Isis, nel senso che Daesh (l’Isis come lo chiamano da quelle parti) ha appoggiato il governo per conto del quale il tizio ha operato in circostanza. Precisato questo e fatta la tara etica alla faccenda procediamo.

In un rapporto sulla situazione dello scorso 21 maggio, che lì i servizi chiamano Sitrep, Bahana Duguri ha informato il responsabile dei servizi nigeriani Modu Sulum che dopo un blitz ben congegnato è stato ucciso il leader assoluto di Boko Haram, Abubakar Shekau, e leader occidentali datemi un amen che voi ci state provando da anni, e invano. 

Basta anche il diplomino social in geopolitica per capire la portata della cosa: Boko è l’organizzazione terroristica a trazione islamica mattoide più efficiente d’Africa, il che vuol dire più sanguinaria e sfuggente. Il fatto poi che operi in bande defilate e non con la mistica sburona del sedicente esercito l’ha resa ancora più infida. Più infida perché colpisce duro e si dilegua, tanto che i suoi affiliati fra loro si chiamano mamba, come i serpentacci velenosi di quelle parti che dopo il morso aspettano che la preda agonizzi. 

Legionari in partenza per una missione

E Shekau non è un capo regionale o un colonnelluccio di distretto, è il capo. Lui sta, anzi, stava a Boko Haram come Messina Denaro sta alla mafia, per intenderci. Ecco il report che ne annuncia l’uccisione da parte del kill team di Baana: “Abubakar Shekau è stato rintracciato e ucciso nella foresta di Sambisa. La squadra di combattenti dell’Iswap ha circondato lui e i suoi uomini. Poi è seguito uno scontro a fuoco con armi leggere e mortai. Alla fine Shekau ha fatto esplodere una bomba e si è ucciso quando ha compreso che i combattenti dell’Iswap volevano catturarlo vivo”. Chi lo voleva vivo? La Francia soprattutto, che doveva presentare il conto delle uccisioni in Mali di tre suoi legionari e che provvede ad armare i soldati dell’Iswap con i suoi Famas e ad addestrarli senza dare troppo nell’occhio. 

E infatti Bahana Duguri questo è: un ex ufficiale operativo del II Rep Parachutistes della Legione Straniera che, mistica caciarona o meno, opera sotto la bandiera dell’Eliseo. E con il raid e la morte del capo di Boko Haram per mano di un ex sodale Isis e inquadrato nella peggior soldataglia del pianeta viene in mente la stessa soddisfazione di quando hai ammazzato un calabrone con troppo DDT: forse hai esagerato a spruzzare e ti rimane il sospetto di esserti avvelenato con lo stesso mezzo con cui volevi evitare il veleno, ma vuoi mettere quando vedi quel pungiglione che spunta inerte da un addome morto?

Raid li ammazza stecchiti.

FLOP

GREG ABBOTT

Greg Abbott (Foto: Gage Skidmore)

SB8 sta per Senate Bill 8 ed è una legge del Texas che tiene il paese in asse con il paleolitico western che lo caratterizza. E’ la legge, approvata sia alla Camera che al Senato dello stato Usa, con cui si sancisce il divieto ad abortire oltre la sesta settimana di gravidanza. Con una postilla da sudore diaccio dietro la schiena: il divieto è valido e ferreo anche se quella gravidanza è il frutto di uno stupro o di un incesto. Ma una legge americana per essere legge deve avere il calce la firma di un governatore e quello del Texas non si è fatto pregare. 

Anzi lui, Greg Abbott, si è concesso anche il lusso di un sermoncino in punto di etica: “Questo disegno di legge garantisce che ogni bambino non ancora nato che abbia già un battito cardiaco rilevabile sarà salvato dalle devastazioni dell’aborto”. Messa così sembra che a parlare sia un probo, magari un filino radicale nelle sue posizioni ma comunque sinceramente interessato a condurre una battaglia e a vincerla. Decisamente non è così: la cosiddetta legge sul “battito cardiaco” è infatti entrata in vigore in molti stati Usa a trazione repubblicana e per lo più del sud, ma il Texas ha deciso di perfezionare quella che già così è destinata a diventare una grana gigante, per le implicazioni etiche ma soprattutto per le applicazioni in punto di diritto. 

E Abbott, che è avvocato e che illo tempore George Bush aveva accasato alla Corte Suprema, ha deciso di blindare il rinoceronte bianco. Come? Con l’entrata in vigore del SB8 qualunque privato cittadino avrà l’autorità straordinaria di citare in giudizio un procacciatore di aborti, senza che questi sia necessariamente collegato alla paziente. Casomai non si fosse ancora capito stiamo parlando di un sistema di delazione autorizzato, di un ostracismo tignoso che davvero ha rimesso il Grande Paese in asse con la mistica tamarra della guerra a bandoleros di Santana.

E che tra l’altro intaserà le aule dei tribunali dello Stato con falangi di ricorrenti, vittime presunte, testimoni e querelanti, innescando una ridda spaventosa di collegati e facendo massa critica del peggio degli Usa retrò e bipolari. Perché l’America è grande e funzionale solo in seconda serata o in streaming, perché negli Usa la Cintura della Ruggine nel 2020 ha prodotto centinaia di processi per incesto e migliaia di faldoni per stupri su minori. E se a 15 anni in grembo ci porti il figlio di tuo padre beone avere il tempo per decidere se chiamarlo figlio, fratello o non chiamarlo mai è un atto di civiltà che la mistica profetica di Abbott ha sfregiato.

Caudillo meregano.

IL NEPAL

Le montagne del Nepal

Sia chiaro, essere un paese tritato dal covid non è certo viatico per entrare nei Flop di questa rubrica, specie se sei il Nepal che per fronteggiare il coronavirus ha più o meno gli stessi mezzi di una bocciofila media occidentale. Quello del Paese con Kathmandu capitale è infatti caso scuola per il recente Global Healt Summit di Roma, dove Mario Draghi e Ursula von der Leyen hanno strologato sulla dimensione planetaria, etica e interventista della lotta alla pandemia. 

Scritto e sottolineato millemila volte questo però, è il caso di analizzare qualche dato che forse mette il Nepal di fronte alle sue responsabilità di Paese con un esecutivo un filino “pokerista”. E se sul tavolo verde ci getti le fiches della salute dei tuoi cittadini poi fare il bonzo ti viene male. Partiamo dai dati: il Sukraraj Tropical and Infectious Disease Hospital nella capitale nepalese è ormai pieno come un uovo di malati gravi, ed è così pieno “che in alcuni casi due pazienti condividono un letto”. Lo dice Inside Nepal, che è un po’ la Reuters di quota 8000. 

Gli operatori sanitari in prima linea hanno descritto la situazione come “quasi apocalittica”. Perché? Perché loro devono affrontare la carenza di posti letto e soprattutto di ossigeno, e perché la campagna vaccinale nel Paese è roba da operetta.

Fin qui nulla quaestio e poche colpe. E veniamo a Bomba: il Nepal confina con India, Cina e Tibet, dove le ultime due nazioni fanno confine unico dato che Pechino il Tibet se lo è mangiato a colazione da tempo. Ma il Nepal è anche un’altra cosa, è il paradiso degli scalatori perché è un po’ la “pedana” della preda più ambita dai medesimi: il massiccio dell’Himalaya e le iconiche quote degli ottomila che lo costellano. 

Scalatori sulle montagne del Nepal

Ecco perché fin da marzo il governo ha rilasciato praticamente a tutto il mondo come se non ci fosse un domani permessi a pagamento per scalare (circa 3000 dollari Usa per una squadra media). E questo lo ha fatto esattamente quando tutto il mondo diceva di andarci cauti con i passaggi di valico che avrebbero potuto portare nel Paese contagi dalla vicina India e portarne nella vicinissima Cina. Tanto sfacciato era stato il silenzio delle autorità di Kathmandu in merito alle richieste di Delhi e Pechino che la Cina alla fine si era stancata ed aveva fatto quello che sa fare meglio, cioè la Cina. 

L’esercito aveva costruito un vero “muro” sulle cime che guardavano al versante mandarino dell’Himalaya per evitare che scalatori paganti il Nepal e guide pagate dal Nepal gli riportassero il covid in casa. Ma non era bastato, perché i confini dopo i seimila sono solo roba da parole crociate. Perciò a metà aprile sul versante nepalese si erano creati già 19 cluster, tutti rigorosamente a matrice montagnarda, con le guide che, facendo ritorno nelle valli, avevano infettato interi villaggi.

Nell’economia del Nepal il settore alpinistico è un po’ come l’automotive da noi, ma se averlo voluto tenere in piedi ha portato il Paese allo stremo di oggi, allora forse era meglio restarsene tutti per un po’ in pianura.

Quieti con le quote, raga.

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