Internazionale: protagonisti della settimana XXVII nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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MANOJ MUKUND NARAVANE

Manoj Mukund Naravane

È in tour praticamente da due anni, come i Kiss, e come loro ha uno scopo rock: ricordare al mondo libero che un pezzo di quella libertà di cui gode porta il turbante ed è stata conquistata in punta di kukri, lo spaventoso pugnale ad ansa larga capace di tagliare una testa come se fosse una canna palustre.

E se c’è una parte del pianeta in cui la libertà conquistata in divisa si sostanzia come frutto dell’azione corale dei popoli quella è Cassino. Che perciò il generale M.M. Naravane, comandante in capo dell’esercito indiano, sia arrivato nella Città Martire ad onorare le truppe impegnate nella campagna d’Italia del ’43/’44 è stata cosa non solo buona, ma giustissima. 

Naravane è arrivato in città per incontrare il sindaco Enzo Salera e per scoprire una targa commemorativa nei pressi di uno degli spot più iconici dei cimenti di guerra delle truppe indiane a Cassino: la Collina dell’Impiccato e le zone adiacenti la Rocca Janula, che oggi prendono nicchia urbanistica nella zona di via del Foro.

Ma le truppe indiane impegnate nelle battaglie per la conquista di Montecassino non andarono a spremere sangue e coraggio solo lì, no, loro aprirono strade vere per arrivare a vedere le macerie di Montecassino pavesate dalla più bella delle bandiere: quella del sollievo delle armi tacenti.

In una città dove la mistica del coraggio ha nelle truppe polacche dell’eroe Wladyslaw Anders il naturale e giusto punto di approdo, in un mondo dove l’occidentalismo pare palco obbligato per sostanziare il retropensiero umano lo sforzo immane delle truppe indiane andava rimesso a fulcro. Fu lo sforzo dei fucilieri Gurkha nepalesi, probabilmente i migliori soldati regolari al mondo, dei battaglioni Punjabi, dei fucilieri Rajputa, dei reparti Sikh e dei barbutissimi incursori di montagna MaharattaSforzo che meritava una nuova collocazione nella teca del “grazie ragazzi“, perciò ci ha pensato il generale Naravani. 

Se i polacchi erano gli eroi perfetti da contrapporre ai “vilain” tedeschi per la loro epopea di europei cacciati dalla madrepatria e pronti ad una riscossa cristiana oltre che civica, gli indiani della IV Divisione erano gli ammazzasette ideali per sostanziare quella contrapposizione: duri come il ferro, disarticolati dalla mistica cattolica e tanto amici della morte da saperla dare in cento modi cento.

Furono le truppe indiane a fare da apripista per segnare il tragitto della Cavendish Road, la strada che da Caira avrebbe funto da frombola per lanciare l’ultimo assalto al monte dell’abazia e che avrebbe proiettato gli alleati verso la più grande, sofferta ed iconica vittoria militare delle guerre moderne. Lo fecero rosicchiando tutti i metri maledetti della Roorkee Road, un sentiero battuto a pioggia dai mortai e dal tiro dei nidi delle MG34 dei parà di ferroforgiati da Kurt Student, esercito contro aviazione, tommy a padella contro elmetto da lancio, giallo di sciarpe Mustang contro azzurro Luftwaffe imboscato sotto le mimetiche verdi. 

Naravani, il generale Naravani, è venuto a ricordarci che le nostre risate di oggi poggiano su cinquemila tombe di eroi lontani, e che fra ridere felici per la libertà che abbiamo e sorridere mesti per come l’abbiamo avuta c’era uno spazio, lo spazio esatto che i soldati indiani ebbero nel rimetterci in mano un pezzo delnostro destino.

Jee Shukriya (Grazie).

TEXAS CENTRAL

Holly Reed

Pensa in grande e sceglie italiano, il che dovrebbe mettercela già di suo nella hit dei pensieri felici, ma non è solo quello: Texas Central ha un altro grande merito, che passa dritto per la sfida che ha raccolto. Quale? Quella di fare una linea ad Alta Velocità ferroviaria in un Paese dove l’Automotive è imperatore e il petrolio è la sua guardia pretoriana: quello che una volta si chiamava Tejas. Progetto ambizioso, primo in assoluto della storia da quelle parti e, il che non guasta, Made in Italy

A metter su i 380 chilometri di linea superveloce fra Dallas e Houston ci penserà infatti la nostra Webuild, ex Salini Impregilo, con un accordo monstre da 16 miliardi di dollari. E Texas Central deve al suo amministratore delegato per l’estero Holly Reed il bingo. Perchè Reed ha raccolto finanziamenti privati per 75 milioni di dollari e con il beneplacito del cda ha commissionato uno studio. Quel report sgrana un rosario rosa che parla la lingua dello sviluppo, a contare che le due città da collegare sono tra le prime cinque economie cittadine di tutti gli Stati Uniti. 

Verranno collegate in 90 minuti, la metà di quanto ci vuole in auto e un’ora in meno del relativo volo. Su quei treni ci saliranno 7 milioni di persone su 13 milioni di bacino di utenza base e genereranno 37 miliardi di dollari nell’economia territoriale, innanzitutto creando 17mila posti di lavoro. Unica fermata intermedia Brazos Valley, dove c’è la più grande università del Texas. 

Ora, ogni report che si rispetti alla fine della sua scarna lista della spesa ha una chiosa, chessò, un mantra, uno slogan, un logo o uno scilinguagnolo sciolto per togliere grevità a tutti quei numeri. 

E sapete cosa ha scritto TC, secondo il Texas Tribune, in calce al suo papello? Questo: “John Kenneth Galbraith diceva una cosa: che ‘L’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia’. Bene, noi a John non saremmo piaciuti“.

Treno dei desideri.

FLOP

IL GOVERNO EGIZIANO

La home della Easy Equipment

Di solito le ragioni dei governi in materia di scorni con la cloaca del capitale sono sacrosante. Tuttavia qualche volta i governi dovrebbero ricordarsi di Giulio Andreotti, che diceva che non basta avere ragione, ma devi trovare pure qualcuno che te la dia. Ecco, Easy Equipment proprio non ce la fa, a dare ragione al governo in carica dell’Egitto. Perché se hai puntato tutto quel che hai su una grande scommessa commerciale anticipando addirittura il covid e poi un consesso di facoceri ti spariglia le carte allora lo stoicismo non ti viene molto facile. 

Chi è Easy Equipment? È una una piccola azienda britannica specializzata in materiale da ristorazione che aveva deciso di comprare un mega stock di frigoriferi da consegnare a diversi ristoranti del Regno Unito. Perché? Perché quando EE aveva ancora in punta di naso l’affare della sua vita il coronavirus aveva appena allentato la morsa nella terra di Albione e l’economia si apprestava a ripartire. Quindi Michael Shah, il ceo dell’azienda, aveva fatto la pensata grossa: se i ristoranti stanno tutti per rimettersi in griglia di partenza ed io fornisco loro i frigoriferi qui i danè voleranno come gli storni a Roma la sera. 

Perciò aveva dato fondo a tutti, ma proprio tutti i soldi racimolabili ed aveva acquistato 10mila frigidaire in Corea del Sud e che dio benedica quegli omini sparagnini e hi tech. In più, il previdente Shah aveva perfezionato accordi per acquisto e consegna con più della metà dei ristoranti in spunta di affare e si era messo comodo ad aspettare che i frigoriferi arrivassero. Ecco, sta ancora aspettando. E non sta più comodo, e il 90% delle commesse gli è saltato sotto il naso come un pagliaccetto beffardo. 

La portacontainer Ever Given (Foto Kees Torn)

Shah se ne sta sui docks del Tamigi. Se ne sta a guardare l’acqua del fiume che si sala e si stempera nell’oceano che tramite l’embolo di Gibilterra bacia il Mediterraneo che tramite Suez pomicia con il Mar Arabico che guarda all’oriente da cui i frigoriferi avrebbero dovuto fare glorioso capolino. Solo che i suoi frigo, il suo affare sono ancora là, a Suez, fermi da tre mesi a bordo della EverGiven che a Suez si incagliò. E che da Suez si è mossa solo nella serata del 7 luglio, cioè un filino tardi per togliere gli incubi dal capo di Shah.

La mega nave container è stata a mollo per mesi lì, nel Grande Lago Amaro, uno degli slarghi del Canale, a causa di una disputa legale tra l’Autorità del Canale, cioè il governo egiziano, e i proprietari della nave. A bordo ci sono circa 18.300 container che contengono merci e materiale appartenente a numerose aziende, tra cui IKEA e Lenovo, che però essendo giganti hanno assicurato i carichi per somme gigantesche per un valore stimato tra i 500 e i 600 milioni di euro. 

EasyEquipment è solo una delle decine di piccole aziende che da quel braccio di ferro sono uscite rovinate. L’Egitto voleva un risarcimento di mezzo miliardo, l’armatore giapponese Shoei Kisen Kaisha Ltd gli ha risposto di andare a wasabi e tutto era rimasto fermo e bloccato a bordo, inclusi i 26 marinai indiani membri dell’equipaggio. E mentre nel Regno Unito qualcuno apre un frigo del suo ristorante comprato da un’altra società Michael Shah pensa alla tigna dell’Egitto e piange.

Troppo tardi.

CERBERUS

Steve Reichert

Cerbero era il cane infernale a guardia dell’Ade-Averno-Tartaro-Orco-Inferno greco. E aveva tre teste. Perciò dare quel nome ad una società militare privata che fa affari con il governo Usa, prepara guardie del corpo per i principi del petrolio e istruisce milizie pretoriane di regimi anti democratici a ben vedere è stata cosa giusta.

Una e trina, la Cerberus è innanzitutto il principale contractor del Dipartimento della Difesa del Paese che per difendersi attacca più di tutti, gli Stati Uniti d’America. E secondo il New York Times nel maggio del 2018 la società, fedele alla sua missione danereccia, ha addestrato con tecniche paramilitari un gruppo di soldati dell’Arabia Saudita. 

Bignamino delle tecniche paramilitari approvate dal Dipartimento Usa: interrogatorio con regole di Manuale Kubark della Cia, soppressione di target in ambiente urbano e collettivizzazione. Cos’è la collettivizzazione? A dispetto del burocratese stretto è l’insieme dei modi per far sparire un cadavere ingombrante quando non vuoi lasciarci le tue impronte sopra; nel novero delle regolette citate nei manuali di questi sciroccati compaiono cose amene come l’immersione nell’acido, la pasturazione di specie carnivore in ambiente antropizzato (maiali e, per il Sudafrica, tassi del miele e cani boerboel) e il depezzamento con strumenti da “separazione meccanica”. 

Il gruppetto di sauditi ha frequentato il corso da maggio 2018 fino a luglio, lo ha fatto con successo, badge di privilegio per le aree di training e consulenza del Tier First Group, un’altra società privata sub appaltatrice con sede a Crawfordsville, in Arizona, fondata dal marine in pensione Steve Reichert.

I quattro, perché quattro erano, hanno ricevuto il diplomino con il calce gli accrediti del Dipartimento di Stati Usa e diligenti diligenti se ne sono tornati in Arabia Saudita a far cose. Cose come ammazzare e fare a pezzi, tre mesi dopo il doposcuola macellaio negli Usa, il giornalista Usa del Washington Post Jamal Khashoggi sulla cui morte gli Usa hanno fatto il diavolo a quattro. 

E magari lo hanno fatto o senza sapere o sapendo benissimo che il kill team che ha ucciso e smembrato un loro concittadino – perché proprio dei suoi esatti membri già condannati ma mai conosciuti si tratta – si è addestrato a smembrarlo in quella stessa patria che per il suo concittadino latra di giustizia un tanto al chilo.

Interpellata da Reuters, la Cerberus ha laconicamente riposto in nota: “No comment“. Più loquace, bontà sue, il portavoce del Dipartimento di Stato Ned Price, che ha detto: “Non possiamo commentare nessuna delle attività di rilascio di licenze autorizzate all’esportazione di procedure di difesa“. A noi è bastato quell’autorizzate. E a pensarci bene è bastato anche a chi ha ucciso Khashoggi.

Macelleria meregana.

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