Internazionale: protagonisti della settimana XXXII nel mondo

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

Piero Cima-Sognai

Ne elegantia abutere

Internazionale. I protagonisti della settimana sulle pagine degli Esteri. Per capire meglio cosa accade nel mondo

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PEGASUS

Nella mitologia era un cavallo alato, nella realtà che analizziamo oggi è un purosangue dello spionaggio. Il software Pegasus è stato messo a punto dalla società israeliana Nso e venduto a tanti di quei paesi, anche in odor di birbaccioneria, che dopo un po’ è scoppiato l’inevitabile scandalo del suo utilizzo massivo anche per scopi non proprio solari.

Lo scandalo lo aveva fatto scoppiare un consorzio di testate giornalistiche internazionali che ha come capofila il britannico Guardian. Tutto questo lascerebbe supporre che il nome Pegasus sia più adatto a stare nella casella dei Flop, ma non è così. E non lo è per una serie di motivi che prendono polpa da una realtà inattaccabile: i software per spiare fanno il loro lavoro, cioè spiano.

Foto: Mikhail Nilov / Pexels

E il diritto a sbirciare dal buco della serratura degli spot di potere è garantito da esigenze di sicurezza che ci mettono più di quanto non si creda a sconfinare nelle tiritere solenni sulle libertà elementari violate. È il caso Snowden che ce lo ricorda.

E Pegasus, che funziona in maniera egregia come tutte le cose israeliane, è andato a ruba: lo hanno comprato praticamente tutti, perfino paesi arabi che di Israele sulla carta non dovrebbero voler sentire neanche l’odore.

In più Pegasus ha fatto una cosa buona, anzi, ottima, anche se in paradosso: come tutte le cose che posseggono un effetto cartina tornasole ha dato la cifra esatta di quanto i Paesi spiino gli altri. Di quello e di quanto la loro indignazione sia direttamente proporzionale al grado con cui essi stessi si macchiano del peccato che denunciano. Un esempio? Nello scandalo della sorveglianza dei cellulari vip con l’infido malware di Giuda ci è finito il volpino Marocco, che pare abbia usato Pegasus niente meno che per spiare Emmanuel Macron.

Rabat ha smentito, ma il dato è un altro. E’ quello per cui l’offesissima Francia, che per lo spionaggio di Monsieur le President aveva appaltato la denuncia dei servizi marocchini al giornale satirico Le Canard Enchainé, nel 2017 aveva essa stessa commissionato ad Israele un software spione per pucciare nel Pakistan.

Fermi ché qui ci facciamo reggere: Pakistan il cui presidente figurerebbe a sua volta nell’elenco dei 50mila nomi di diplomatici, giornalisti e governanti messi in tacca di mira dallo scandalo Pegasus. Ma che a sua volta è implicato in uno scandalo di spionaggio sul Kashmir indiano.

Un altro esempio e ci facciamo l’Aulin della staffa? Fra i compratori di Pegasus vi sarebbero anche Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Ungheria. Quest’ultima spiata dal software ma spiona a sua volta con tecnologia Usa di alcune grosse società di calcestruzzo che da tempo fanno gola al fratello del premier Orban.

Senza farla troppo lunga il sunto è uno, ed è breve: quando c’è un’orgia è difficile capire chi abbia spento per primo la luce, ma è facile capire che a luci spente camminare rasenti al muro conviene a tutti. Ma nessuno urli se succede quel che deve succedere, perché la porta l’hanno varcata tutti.

Travi, pagliuzze e malware.

MANUEL OBRADOR

MANUEL OBRADOR FOTO: DAVID AGREN

Al di là delle colpe di oggi di Diaz Canel e di quelle di ieri del castrismo spinto, il “bloqueo” (cioè l’embargo) nei confronti di Cuba resta un’aberrazione. Lo resta per due motivi di fondo: il primo è generale ed è quello per il quale affamare un Paese, anche il più trucido dei Paesi, non è civile. Non lo è perché un paese è sempre di più della barbarie dei suoi uomini di potere e dei suoi momenti di buio, anche se fosse la Germania Nazista.

Il secondo è più contingentato sull’isola caraibica: Cuba è “solo” uno stato che sta sulle balle agli Usa e che pratica un socialismo spinto e poliziesco a 80 miglia dalla Florida, ma tutto sommato di “canagliate” tipo la Serbia di Milosevic o l’Uganda di Idi Amin non ne ha fatte poi così tante.

Quando perciò due grandi navi hanno preso il largo dal porto di Vera Cruz qualche giorno fa alla volta dell’Habana, cariche di generi di prima necessità per i cubani sfasciati da crisi e tensioni sociali, molti hanno riconsiderato la figura di Manuel Obrador. Il presidente del Messico non è certo immune da “tare”: nel suo Paese ha combinato abbastanza guai da meritarsi la patente di governante disaccorto e di falso moralizzatore. Tuttavia l’invio di due navi della Marina Militare a Cuba con viveri e forniture mediche come segno di solidarietà ha un po’ resettato i pregressi del nostro.

E il governo messicano non ha avuto remore nell’affermare che quell’azione è stata concertata “alla faccia del bloqueo”, cioè alla faccia dell’embargo, vale a dire alla faccia di Zio Sam e degli Usa. Le due navi portano bombole di ossigeno, siringhe, aghi, mascherine, benzina e diesel, latte in polvere, olio, scatolette di tonno, fagioli e riso. E Obrador, che in tema di embargo a Cuba non è un oppositore dell’ultima ora, ha detto una cosa chiarissima ad un mondo che a Cuba ci va solo a sciantose ma al quale delle sorti di Cuba frega pochissimo.

Chiarissima e bella, una cosa che spazza via le nuvole dell’ipocrisia planetaria sull’isola: “La verità è che, se si vuole aiutare Cuba, la prima cosa da fare è sospendere il blocco economico e commerciale, come stanno richiedendo la maggior parte dei Paesi del mondo. Sarebbe un gesto veramente umanitario. Nessun Paese al mondo dovrebbe essere circondato e bloccato”.

Messico e nuvole.

FLOP

LA FONDAZIONE MANDELA

Nelson Mandela

La casa di Nelson Mandela a Johannesburg è il posto dove Mandela, da studente universitario, affrontò l’apartheid e trasformò le cicatrici che faceva al suo popolo in appigli per scalare la vetta della dignità umana. Non l’avremmo voluta mettere così in iperbole, ma ci serviva un raffronto elegiaco per sturbarvi ancora di più nel darvi la notizia. E la notizia è che la casa di Nelson Mandela a Jozi, questo il nome con cui in Sudafrica è chiamata Johannesburg, diventerà un hotel di lusso.

Avete capito bene: non più un museo, non un luogo che preservi lo spirito di Madiba e delle sue lotte giganti, ma una location per turisti impaccati di danè che tornati a magione potranno dire ai loro compagni di tartinaggio cose chic. Cose del tipo che hanno dormito dove il Great Baba della Libertà aveva trasformato un’utopia annegata nel sangue in una realtà che il mondo vuole mettere a mollo nella sciampagna.

In questi giorni è partito il restyling dell’immobile, che si trova nel sobborgo di Houghton. Restyling annunciato lo scorso 18 luglio in occasione del Mandela Day. All’inizio si era pensato ad un museo, tuttavia queste sono scelte che si fanno solo con le magioni di personaggi che davvero hanno fatto la storia, tipo Versace a Miami, per capirci. Tra l’altro anche lui brutalizzato da buonanima con una trasformazione della location in ristorante chiccoso.

A curare il progetto la Nelson Mandela Foundation e il Motsamayi Tourism Group.
Il grand hotel si dovrebbe chiamare Sanctuary Mandela. Lo ha annunciato a The East African un nipote di Madiba: “L’abbiamo chiamato Sanctuary Mandela – ha detto col tono solenne del socio d’impresa che ha trovato una ciambella etica alla sua vigliaccata – perché vogliamo che sia un luogo dove si può visitare per riaccendere il proprio spirito nel riflesso della vita di Mandela“.

E Jerry Mabena, Ceo del Motsamayi Tourism Group, ha reso noti i prezzi per il soggiorno: 4.000 Rand (276 dollari) a notte per una stanza. La stanza più costosa sarà la Presidential Suite, che costa 15.000 Rand, pari a 1.035 dollari. Non è dato sapere se la direzione organizzerà anche dei simpatici safari in minibus a Sharpeville o a Robben Island, ma a questo punto ci aspettiamo di tutto: anche un resort Ghandi.

Apartheid turistico.

PRAYUT CHAN O CHA

Prayuth_Jan-ocha

Lui ha quel nome un po’ così, a metà fra un gipeto e uno starnuto da pelo nasale incarnito, ma è tipo davvero coriaceo. Prayut Chan-o-Cha è il primo ministro di un paese che in questi giorni sta pestando le zucche dei suoi studenti scesi in piazza a manifestare e calpestando i diritti di un popolo che chiede solo di uscire dalla pandemia… gratis.

In che senso gratis? Nel senso che si, la Thailandia i suoi vaccini se li fa pagare, e chi non ha i soldi per farlo diventa vittima di una scriminante clamorosa e barbara. E’ il discrimine fra coloro che hanno il denaro per prenotare ed effettuare l’immunizzazione e coloro che, non avendolo, devono prima accumularlo.

Ma per trovare il denaro serve tempo e lavoro e in un Paese che fonda metà del suo Pil sul turismo e che vive l’ennesima recrudescenza del covid il lavoro è cosa rara per chi è povero. Ergo, in Thailandia chi è povero si vaccina talmente tardi che alimenta una finestra temporale in cui si insinuano nuovi contagi: fino a 24mila al giorno, dicono i report.

Gli studenti del Paese non ci sono stati e sono scesi perciò in piazza. Specie a Bangkok, dove in migliaia hanno chiesto che il vaccino venisse somministrato gratis e più in fretta in un paese che ha 19 milioni di vaccinati su 70 milioni di abitanti. Solo che lo hanno urlato alle orecchie di Parauyt che, come tutti i gipeti, le orecchie ce le ha piccole piccole, tanto piccole che gli è parso di sentire in quelle belle grida di libertà i latrati brutti della sovversione.

Sarà per questo che ha spedito 7000 agenti in tenuta antisommossa a spazzolare schiene, sfondare sterni con le pallottole di gomma ad altezza uomo e sparare via striscioni e gente addosso ai muri con i cannoni ad acqua: un signore insomma.

E siccome il premier thai è uno che non si fa mancare niente gli è arrivata addosso anche la “grana cinese”: in tutti e due i sensi, dicono i bene informati, come guaio e come soldi. Parayut infatti ha stipulato una commessa con Pechino per la somministrazione in regime di monopolio del solo vaccino Sinovac, che contro il covid severo pare sia efficace come una Zigulì.

Il primo ministro si ostina a non accettare le richieste della piazza che gli chiede almeno di comprare un po’ di Pfizer e Moderna, si incazza come una biscia se qualcuno insinua che da Pechino siano partite fior di tangenti per fargli tenere la barra dritta sulla scelta del vaccino-brodino e manda altre centinaia di agenti in piazza. Sempre a picchiar zucche invece di mettere un po’ di sale nella sua.

Bangorco.

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