Legislatori abusivi alle prese con la Costituzione

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Achille Migliorelli

 

di ACHILLE MIGLIORELLI
(già dirigente provinciale Partito Comunista Italiano
e già sindaco di San Giorgio a Liri)

 

Ritengo utile ricordare, nell’iniziare questo intervento in opposizione alla conferma della legge di revisione costituzionale del Senato, che la Costituzione italiana del 1948, nata dalla Resistenza, si basa sul riconoscimento del pluralismo politico, sul dissenso e sul conflitto, nonché sui controlli ed il bilanciamento tra i poteri del Parlamento, del Governo e del Presidente della Repubblica. E’ questa la ragione per cui non è tollerabile il prevalere di una Istituzione sull’altra.

Per raggiungere questo imprescindibile obiettivo, la revisione della Costituzione richiede lo svolgimento di un procedimento aggravato, il quale assicuri la più ampia convergenza delle forze politiche.

Questa necessaria premessa permette di fare chiarezza in ordine alle modalità ed alle procedure con cui è avvenuta l’approvazione della legge costituzionale di cui si discute. Tale esigenza di chiarezza consiglia di fare talune riflessioni in vista del referendum confermativo d’autunno.

1.- Il governo non sarebbe dovuto intervenire né nella formulazione del disegno di legge, né nella discussione che ne è seguita, né nel dare indicazione di voto ai deputati e senatori.

Mi piace ricordare due interventi su questo aspetto: il primo, pronunciato il 6 marzo 1947 nell’Assemblea Costituente dall’On.le Lelio Basso. Ebbene, l’illustre parlamentare ebbe a dire: “Noi crediamo profondamente in una democrazia così intesa, e noi ci batteremo per questa democrazia. Ma se altri gruppi avvalendosi, come dicevo in principio, di esigue ed effimere maggioranze, volessero far trionfare dei principi di parte, volessero darci una Costituzione che non rispecchiasse quella che è la profonda aspirazione della grande maggioranza degli italiani, che amano come noi la libertà e come noi amano la giustizia sociale, se volessero fare una Costituzione di parte, allora avrete scritto sulla sabbia la vostra Costituzione ed il vento disperderà la vostra inutile fatica”.

E, nell’aprile del 1994, in una lettera al Sindaco di Bologna, Giuseppe Dossetti, altro prestigioso protagonista in seno all’Assemblea Costituente, scrisse: “Si tratta di impedire a una maggioranza, che non ha ricevuto alcun mandato al riguardo, di mutare la Costituzione: si arrogherebbe un compito che solo una nuova Assemblea Costituente, programmaticamente eletta per questo e a sistema proporzionale, potrebbe assolvere come veramente rappresentativa di tutto il nostro popolo. Altrimenti sarebbe un autentico colpo di Stato”.

Non mi soffermo sulla legittimazione di questo Parlamento e di questa maggioranza – raccogliticcia e formata da una accozzaglia di trasformisti, preoccupati solo di salvaguardare la carica di parlamentari –, scaturita da una legge elettorale dichiarata incostituzionale. Sarebbe assai facile dimostrare quanto attuali e sacrosante siano le considerazioni di Dossetti. Nello stesso tempo, non posso non ricordare le parole di Piero Calamandrei, il quale ebbe a dire che, in occasione della discussione sulla Costituzione, i banchi del Governo sarebbero dovuti rimanere vuoti.

Nel nostro caso, invece, il disegno di legge reca le firme di Renzi, Presidente del Consiglio, e della Boschi, Ministro per le riforme costituzionali. Inoltre, dal Governo sono stati utilizzati tutti i mezzi – regolamentari e non – per impedire il necessario confronto e le eventuali intese sui punti più controversi (elezione diretta dei senatori; chiarezza intorno alla composizione ed alle funzioni del nuovo Senato; definizione del procedimento legislativo; precisazione dei rapporti tra lo Stato e gli Enti territoriali; disciplina degli organi di garanzia; emanazione dello statuto delle opposizioni, etc.).

2.- Non è dato comprendere come un Parlamento delegittimato, in quanto eletto con una legge elettorale bocciata dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 1 del 2014, ed un Governo “abusivo” abbiano deciso di rivedere 47 articoli della Costituzione e di stravolgere il sistema politico-istituzionale. Ricordo a chi se ne fosse dimenticato che il risultato elettorale del 2013 è stato permesso e favorito proprio da una legge elettorale, che ha attribuito alla coalizione di centrosinistra un premio di maggioranza drogato e che il Parlamento eletto operava in regime di “prorogatio”, idoneo a consentire la sola ordinaria amministrazione e non certamente un procedimento di revisione costituzionale. Ciò significa che, varata una nuova legge elettorale e assicurati gli indispensabili interventi di natura economica, si sarebbe dovuto andare a nuove elezioni.

3.- Il referendum – anche se definito confermativo – ha, comunque, valore oppositivo, in quanto richiesto da un quinto dei parlamentari, che in ciascuna Camera si sono opposti alla emanazione della legge di revisione della Costituzione. Non ha, allora, ragione di esistere il ricatto plebiscitario che Renzi e la Boschi pretendono di attribuirgli. Affermano, infatti, ambedue i (ri)costituenti che simul stabunt, simul cadent. E prefigurano uguale sorte anche per il Governo e per la legislatura.

Un appassionato “No” deve riempire le piazze e, in autunno, le urne. Sarà, così, possibile preparare una risposta alla disaffezione verso la politica ed al populismo, perché nasca una politica nuova e bella, capace di battere il trasformismo di Verdini e la supina accettazione dei ricatti e dell’arroganza del piccolo duce di Rignano.

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