L’ingiusto dolore per la morte di un figlio… (di P. Alviti)

Non esiste una parola, nel vocabolario italiano, per definire il genitore privato del figlio. Un dolore talmente grande da non essere naturale. Al quale la Parola fornisce un aiuto ed una via.

Pietro Alviti

Insegnante e Giornalista

Donna, ecco tuo figlio, figlio ecco tua madre

Questi ultimi giorni ci hanno rattristato profondamente: le due sorelline uccise dal padre, i due ragazzi di Ceccano morti in un incidente stradale.

Sono, purtroppo, esperienze che appartengono alla vita: ne conosciamo tante simili che ci turbano, lasciandoci attoniti.

Siamo abituati al fatto che siano i figli a seppellire i padri, non il contrario.

La nostra lingua non ha nemmeno la parola per definire un genitore privato dei figli: sì, c’è l’espressione “orbato” ma è preso dall’essere privato di un occhio. C’è “vedovo”, c’è “orfano”, non c’è definizione per chi perde un figlio.

Anche Maria di Nazaret perde suo figlio, condannato al supplizio atroce della croce, pur essendo del tutto innocente: la peggiore delle morti, senza poter trovare una giustificazione, un motivo che sempre cerchiamo di dare a questi eventi per cercare un barlume di senso. Ma quale significato possiamo trovare alla sofferenza dei bambini, alla morte dei giovani, alle tragedie di questi giorni?.

Non c’è senso, non è giusto; il nostro mondo, la nostra vita non è giusta: siamo noi che dobbiamo “giustificarla” e la Parola ci aiuta.

Sulla croce Gesù dice 7 parole, parla 7 volte, secondo il racconto dei vangeli. Sono parole di straordinaria umanità, di dolore, di disperazione, di perdono.

Una di queste parole è rivolta alla madre, disperata, sconvolta dal dolore per quel figlio, il suo unico figlio per il quale era disposta a dare la vita fin dall’inizio, come tutte le madri. E quel figlio, dalla croce, le dice, indicando il ragazzo che stava lì con lei, Donna, ecco tuo figlio.

La morte, il dolore, la sofferenza, l’ingiustizia si trasformano così in progetto di vita: madre mia, la tua maternità non finisce con me, tu puoi estenderla a tutti, a tutti coloro che vogliono essere figli tuoi.

Uno straordinario cambiamento di prospettiva che ci spinge, come sempre, a modificare completamente il nostro ragionamento. Maria perde suo figlio ma ne acquista tantissimi altri che hanno bisogno dell’amore che non può più riversare sul suo Gesù.

E’ l’esempio di Maria che dobbiamo seguire, ampliare all’infinito il nostro essere padri e madri, prenderci cura dei figli, di coloro che hanno bisogno del nostro aiuto.

E quei figli ci riconosceranno come padri e come madri, creatori di umanità: Figlio, ecco tua madre e da quel momento Giovanni la prese nella sua casa.

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