Assassinio sull’omnibus 3

Il 1° febbraio del 1893 veniva ucciso l’ex direttore del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo. Il primo delitto di mafia dell’Italia unita. A quel fatto di sangue è dedicato l'ultimo libro dato alle stampe da Fernando Riccardi. Eccone un'anticipazione.

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Primo febbraio 1893: in un tiepido pomeriggio invernale il commendatore Emanuele Notarbartolo, marchese di San Giovanni, Nené per gli amici, era fermo alla stazione di Sciara. E assieme al bottaio Antonino Piazza, aspettava il treno per Palermo.

Per percorrere la cinquantina di chilometri del tragitto ci volevano un paio d’ore ed anche di più, tempo che solitamente impiegava leggendo il giornale oppure schiacciando un pisolino. Alle 4.51, con una ventina di minuti di ritardo, l’omnibus 3 fece il suo rumoroso ingresso nella stazione lanciando nel cielo spirali dense di fumo nero. Notarbartolo salì in carrozza e andò a sedersi in prima classe, sistemando con cura sul vano bagagli la carabina, fedele compagna dalla quale non si separava mai, specialmente quando si metteva in viaggio.

Su quello stesso treno ma alla stazione di Causo, era salito un altro suo servitore, Gioacchino Campisi, che si era sistemato in terza classe dove fu raggiunto dal bottaio.

Il viaggio del mistero

Emanuele Notarbartolo

Quel convoglio, che viaggiava sulla linea Messina-Catania-Palermo, era composto dalla locomotiva, dal tender e da ventidue vagoni dislocati nel seguente ordine: un carro merci, due carri bestiame, due carri scorta, un terzo carro bestiame, altri due carri scorta, un altro carro bestiame, una vettura cellulare con detenuti e carabinieri, il bagagliaio, la vettura postale, una vettura viaggiatori di seconda classe, una vettura di prima classe, due vetture di terza classe, un’altra vettura di prima classe, un’altra di seconda, due di terza, una vettura intercomunicante di prima e di seconda classe e infine una vettura di terza classe.

Notarbartolo viaggiava nella vettura di prima classe contraddistinta dalla lettera C che era la quattordicesima e che si trovava più vicina alla coda che alla testa del treno. Treno che quel giorno era pieno di viaggiatori. Nella vettura che precedeva quella del nostro era seduto il brigadiere dei Reali Carabinieri Emilio Ruggiero, comandante della stazione di Altavilla. In quella successiva invece viaggiavano 28 carabinieri che si recavano a Palermo.

Discreto movimento anche in prima classe: sistemati in tre carrozze diverse, c’erano l’architetto Gaetano Sindona e gli ingegneri Enrico Avesani e Domenico Fallieri, tutti funzionari delle Ferrovie Sicule, l’imprenditore Giovanni Raineri, un corpulento commerciante di armi di Palermo, i deputati Girolamo Coffaro e Giovanni Pottino e infine il barone Alessi di San Giovanni.

Il commendatore non è sull’omnibus

La linea ferroviaria

Verso le 19.30 il treno entrò nella stazione di Palermo. I viaggiatori scesero e i due contadini si avvicinarono a passo svelto verso la signora Marianna Merlo e la figlia Teresa, che aspettavano l’arrivo del commendatore. Il quale, però, non scese dal vagone. Una cosa strana che spinse la donna a chiedere a Campisi di recarsi sul treno per vedere se il marito si trovava ancora lì. E invece niente: Notarbartolo non c’era. Forse avrà preso il treno successivo”, pensarono con apprensione le donne. Speranza subito vanificata dalla risposta dei due: “No, signora, il commendatore è salito su quel treno dirigendosi verso i posti di prima classe mentre noi siamo andati a sederci in terza. E da lì non ci siamo più mossi fino all’arrivo qui a Palermo”. La preoccupazione cominciava a salire.

Le donne tornarono a casa per vedere se fosse andato direttamente lì, magari dopo essere sceso non visto dal treno. O magari, per una qualsiasi ragione, era sceso in una stazione intermedia. Cosa improbabile: il commendatore era una persona precisa e poi sapeva che la moglie e le figlie sarebbero venute a prenderlo a Palermo. E infatti la visita a casa si rivelò inutile.

Allora decisero di tornare in stazione e di aspettare il treno delle 21.10. Ma ancora una volta niente: tra quei passeggeri il commendatore Notarbartolo non c’era. A questo punto la signora Marianna, con il terrore che iniziava a manifestarsi ben visibile sul volto, pensò di parlarne in famiglia e di denunciare la scomparsa alle autorità di pubblica sicurezza. Anche perché tornava subito alla mente quanto era accaduto qualche anno prima: il 12 aprile del 1882, mentre rientrava a Palermo dalla tenuta della Mendolilla, sulle sponde del fiume Torto, nel comune di Caccamo, fu sequestrato da alcuni briganti travestiti da militari e rilasciato dopo una prigionia di sei giorni, con la famiglia costretta a pagare un ingente riscatto.

Ecco perché il commendatore era solito girare con la carabina a tracollo e la cartucciera. Si trattava di un altro sequestro?

La denuncia della scomparsa

La prefettura di Palermo

Il pensiero dei familiari correva veloce proprio in quella direzione. Subito si mobilitarono il barone Pepè Merlo, cognato di Notarbartolo, e il cugino Alessandro Minneci, che si recarono alla stazione.

Prima di tutto andarono a chiedere informazioni al capostazione di servizio, Aristide La Porta: telegrafarono a tutte le stazioni intermedie tra Sciara e Palermo ma non ebbero che risposte negative. Quel ferroviere, però, conservava in tasca un telegramma dove si diceva che era stato ritrovato un cadavere sul ponte di Curreri, vicino alla stazione di Trabia, cosa che si guardò bene dal riferire al barone. 

Riuscito vano il tentativo, i due si recarono in prefettura dove furono accolti dal prefetto Vincenzo Colmayer il quale, resosi conto della gravità della cosa (Notarbartolo era una persona molto nota e non solo in Sicilia), senza frapporre indugio, convocò nel suo ufficio il questore Eugenio Ballabio che si presentò a rapporto in compagnia dell’ispettore capo Nestore Peruzy e del delegato di polizia della stazione  Giacomo Furia.

Le indagini partono dal treno

Ballabio era un milanese che considerava il soggiorno in Sicilia come una severa punizione: pur non essendo uno sprovveduto, era solito condurre le indagini con una certa lentezza, frutto dell’apatia congenita che colpiva gran parte dei settentrionali costretti a lavorare nella parte meridionale dell’Italia unita. Questa volta, sollecitato da sua eccellenza il prefetto, messa da parte l’indolenza, aveva cominciato a muoversi con un’energia che i suoi collaboratori non credevano appartenergli. Il che, però, non lo portò a velocizzare i passi: il treno dove aveva viaggiato Notarbartolo, fermo su di un binario morto della stazione palermitana, fu ispezionato soltanto la mattina seguente.

Entrando in una delle tre carrozze di prima classe furono subito notate vistose macchie di sangue sul tappeto, sui cuscini, sui divani, sulla tappezzeria e sulle tendine, nonostante qualcuno avesse tentato di eliminarne le tracce strofinando con un panno. E poi ancora la retìna portabagagli rotta, una gran confusione e i segni palesi di una violenta colluttazione.

Della qualcosa il questore chiese spiegazione al conduttore, Giuseppe Carollo che, prontamente convocato, affermò di non essersi accorto di niente. Da tenere presente che Carollo, “frenatore e conduttore alle carrozze”, era stato incaricato dal conduttore capo Giuseppe Patti, di controllare i biglietti dei passeggeri, incombenza che solitamente non era di sua competenza.

Riferì che a Termini Imerese erano salite due persone, il cui viso era quasi completamente celato da cappelli scuri a falde larghe, che si erano accomodati nello scompartimento di prima classe. Ormai s’iniziava a sospettare che era accaduto qualcosa di terribile che andava ben oltre il rapimento.

Il cadavere nel fosso

Il titolo del Corriere della Sera

Ma torniamo al tardo pomeriggio del 1° febbraio. Santa Sorge “viaggiando insieme al figlio diciassettenne (Salvatore, nda) scese alla stazione di Trabia procedendo a piedi lungo la linea verso San Nicola, dove il treno non si fermava”. Giunta nei pressi del ponte sul torrente Curreri, notò vicino ai binari quello che a prima vista sembrava un voluminoso fagotto.

Incuriosita si avvicinò e vide una persona chinata su quella strana cosa: era Giuseppe Sanfilippo, una guardia campestre delle ferrovie in servizio alla stazione di Altavilla, del quale riconobbe la voce. Fu quest’ultimo a dirle che quell’oggetto informe, in realtà, era un cadavere straziato da parecchi colpi di pugnale (l’autopsia individuò numerose ferite da arma di punta e di taglio al torace, alla coscia destra e al braccio sinistro, con le coltellate che avevano leso il pericardio, i ventricoli del cuore e i polmoni), intriso di sangue, con indosso un vestito elegante dal cui taschino spuntava un fazzoletto con la lettera N finemente ricamata, dal quale erano stati asportati i documenti.

Quel corpo, con la testa rivolta verso la stazione di Trabia e i piedi in direzione di Palermo, rinvenuto al km 29 della linea ferroviaria, tra San Nicola e Altavilla, poco dopo l’uscita della galleria, apparteneva al commendatore Emanuele Notarbartolo, anche se la cosa fu accertata soltanto in un secondo momento.

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