Cinque Stelle appesi a Renzi. Il solo collante del Conte bis è la paura delle urne

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Il nuovo partito dell’ex rottamatore mette i pentastellati spalle al muro e il presidente del consiglio rimprovera al Pd di Zingaretti di non averlo avvertito di quello che poteva succedere. Intanto il centrodestra si ricompatta e Matteo Salvini attende sulla riva del fiume.

Quando, poco più di un mese fa, Matteo Salvini ha aperto la crisi, aveva un obiettivo chiaro: mettere nel sacco il premier Giuseppe Conte e il capo politico dei Cinque Stelle Luigi Di Maio. E ci sarebbe riuscito se non fossero prontamente intervenuti Matteo Renzi e Beppe Grillo. Sono stati questi ultimi due a rovesciare la situazione, cambiando radicalmente impostazione e dicendo alle truppe che era venuto il momento di unire le forze con il nemico per fermare i “barbari” leghisti alle porte.

Giorgia Meloni Matteo Salvini Giovanni Toti © Sara Minelli / Imagoeconomica

Il Partito Democratico, guidato da Nicola Zingaretti, si è messo in moto con tutte le sue correnti e alla fine nel sacco è finito Matteo Salvini, relegato all’opposizione. Il Capitano però non si è perso d’animo e ha capito due cose. La prima è che l’unico modo per compensare l’assenza nel Palazzo era quello di aumentare la presenza nelle piazze. La prova di forza di Pontida è un esempio fortissimo. La seconda è l’unità del centrodestra, che a questo punto già c’è. Indipendentemente da come evolverà la situazione all’interno di Forza Italia. Il Carroccio è trainante, i Fratelli d’Italia sono in crescita e Giovanni Toti non ha altra scelta che quella di stare nella coalizione.

Bisognerà vedere se in Forza Italia qualcuno cederà alle sirene renziane, ma in ogni caso si tratterebbe di un fenomeno limitato. In campo c’è un centrodestra a trazione sovranista, populista e conservatrice.

Giuseppe Conte

Dicevamo della crisi, iniziata ad agosto. Alla fine della fiera, dopo aver avviato l’iter per la formazione di un governo giallorosso, Matteo Renzi è uscito dal Pd. Adesso, con 25 deputati e 15 senatori, ha un potere di vita e di morte politica sull’esecutivo e sulla maggioranza. Una spada di Damocle su Giuseppe Conte, che infatti è andato su tutte le furie. Accusando sostanzialmente il Pd, perché avrebbe dovuto dirgli quali erano le opzioni sul campo. Ma è il Movimento Cinque Stelle quello che torna sotto attacco. Perché adesso la base e gli attivisti pentastellati non possono far finta di non sapere che il Governo dipende dai voti renziani. Senza i quali non c’è.

Esiste però un elemento comune ai protagonisti di quella che lo stesso Matteo Renzi ha definito una manovra di Palazzo. Quell’elemento è il terrore del voto. Non vogliono andare alle urne né i Cinque Stelle né Italia Viva di Matteo Renzi. A questo punto non vuole neppure Nicola Zingaretti, perché un arretramento dovuto alla scissione di Renzi lo metterebbe in enormi difficoltà.

Ma fino a quando potrà durare una maggioranza che si fonda sul no alle elezioni anticipate? E’ questa la mina vagante sul governo giallorosso, che ha una sola strada per cercare di ribaltare la “narrazione”: stupire sul fronte economico. Altrimenti l’onda leghista prima o poi arriverà.

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