Via al congresso Pd: il silenzio di chi doveva parlare, le parole di chi doveva tacere

Via alla fase congressuale del Pd. Martina e Minniti non sciolgono la riserva. Lo faranno domani. Pronta la manovra contro Zingaretti. Che punta sul voto popolare

Il grande silenzio di quelli che dovevano parlare. Le parole devastanti di quelli che dovevano tacere. L’Assemblea Nazionale del Partito Democratico va esattamente come doveva: nella maniera più imprevista e imprevedibile.

Quella di oggi all’Ergife di Roma è stata la rappresentazione del Pd che si appresta ad essere archiviato, l’ultima scena di un Partito folle che invece di innalzare i suoi leader li ha spinti verso l’esilio: Prodi professore universitario in Cina, Letta altrettanto apprezzato ma in Francia, Bersani disconosciuto.

A otto mesi dalla sconfitta del 4 marzo è partito oggi ufficialmente il Congresso del Pd. Maurizio Martina si è dimesso, l’Assemblea nazionale si è sciolta e la Direzione dem ha nominato la Commissione congresso (l’organismo che reggerà il partito di qui all’elezione del nuovo Segretario).

 

Il silenzio degli eloquenti

Matteo Renzi non c’è. In un Partito serio, il leader che, nel bene e nel male, ha retto le sorti in una fase cruciale per il Paese, avrebbe tracciato il proprio bilancio: rivendicato i propri meriti, ammesso le sconfitte, magari fatto anche autocritica come accadeva ai bei tempi. Invece Renzi non va all’Ergife.

Non c’è nemmeno Carlo Calenda, il meno legato almeno passato, il più proiettato al futuro: visionario come Renzi ma armato di una solidità industriale, gradito per la sua concretezza anche al mondo delle imprese. Hanno parlato tanto in queste settimane, tentato di organizzare caminetti e cene: ora non c’è.

 

La data che non c’è

Non è l’unica follia di un Partito epilettico. La stagione congressuale è partita. Ma quando si vota? Non è chiaro. In giornata è stata raggiunta un’intesa: a decidere sarà proprio la Commissione per il Congresso, lì sono rappresentate tutte le componenti Dem.

L’unica data certa è martedì: si vedranno i componenti della Commissione. Finalmente dovranno individuare il giorno del voto. Ci sono tre possibilità: il 17 febbraio, oppure il 24 dello stesso mese, altrimenti il 3 marzo.

Per un po’ il Pd continuerà a guardarsi l’ombelico ed a discutere su un tema che appassiona meno di niente i suoi iscritti.

«Fosse per me le primarie si dovrebbero fare a inizio febbraio, ma non decido io» ha detto l’ex premier Paolo Gentiloni.

Non si può fare, non c’è il tempo necessario: a spiegarlo è il presidente Matteo Orfini. In Direzione dice che prima della metà di febbraio non ci si riesce.

 

Chi si candida?

Niente data e nemmeno niente candidati. Da un punto di vista formale i candidati sono ancora cinque: un big e quattro outsider. Il big è Nicola Zingaretti, gli altri sono l’ex portavoce di Renzi Matteo Richetti, l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano (che ha parlato a lungo con il governatore del Lazio). E poi Francesco Boccia ed il giovane Dario Corallo.

Tutto qui? Per ora si. Non hanno rotto gli indugi né l’ex ministro degli Interni Marco Minniti né il segretario uscente Maurizio Martina.

Puntuale, però, è arrivato il secondo appello a Marco Minniti: tutti i giornali lo avevano annunciato due giorni fa. Oggi Matteo Ricci ha diffuso un appello di oltre 500 sindaci per Minniti, una raccolta firme organizzata da Luca Lotti.

 

Il copione di Marco

Tutto come da copione. L’appello recita «Serve una guida forte e autorevole, per un’opposizione netta e per un’alternativa riformista e di popolo».

Il manuale della comunicazione prevede che Minniti annunci domani la sua candidatura: in tempo per i telegiornali dell’ora di pranzo. Oppure, variabile nobile, durante la sua  partecipazione a In mezz’ora di Lucia Annunziata

Le previsioni dicono che annuncerà la candidatura ma non il ticket con Teresa Bellanova. A Minniti l’ipotesi non è piaciuta l’offerta dei renziani: il ticket con la ‘renzianissima’ Bellanova per garantire il sostegno compatto dell’area. Una contaminazione che Minniti ha ben volentieri rifiutato. “La cosa al momento è congelata“, fanno sapere.

Però potrebbe esserci una lista collegata alla candidatura Minniti: la cosa era stata accennata a Salsomaggiore da Andrea Marcucci. Matteo Renzi, da parte sua, si tiene fuori.

 

L’appello di Zingaretti

Nicola Zingaretti continua a macinare strada. Non si Fia. Teme che alla fine facciano scattare la manovra a tenaglia per stroncarlo nella votazione in Assemblea Nazionale. Meglio allora chiudere subito la partita: alle Primarie.

«Faccio un appello a tutti quelli che vogliono il cambiamento: segnatevi in agenda la data delle primarie e venite a votare», ha detto a margine dell’Assemblea. Il Governatore ha lanciato una proposta: «Facciamo partecipare tutti, eliminando anche quell’euro previsto per poter votare perchè per votare non bisogna pagare ma basta fare una sottoscrizione. Se diamo il messaggio che insieme cambiamo pagina ci sarà una straordinaria risposta anche da chi si è sentito tradito da M5s e Lega. Tutti ai gazebo».

Nicola Zingaretti ha promesso una riforma radicale del Pd. Una rifondazione che rigeneri il Partito e lo riapra a tutti quelli che nell’ultimo periodo ne sono fuggiti, lom spalanchi a tutti quelli che se ne sono tenuti a distanza.

«Non si deve tornare indietro commettendo gli errori del passato ma nemmeno stare fermi. Dobbiamo costruire una nuova strada che chiami la parte migliore a combattere. C’è la possiamo fare, mi auguro che le regole punteranno alla massima partecipazione di persone al Congresso».

 

Standing ovation per Martina

Una standing ovation dell’assemblea ha salutato Maurizio Martina che lascia la segreteria «orgoglioso – dice – del lavoro fatto. Passi cruciali sono ancora da compiere. Questo percorso ha solo cercato di dare alcuni segnali di premessa per un lavoro di ricostruzione» come è stato con la manifestazione i piazza del Popolo, «la prima che ha dato un segnale di reazione e che ha dimostrato come questo partito sia essenziale per l’alternativa alla destra».

Martina ha invitato a mettere in campo una nuova stagione di unità. Chiede un congresso che sia in grado di stupire l’Italia per la sua concretezza e capacità di creare unità vera.

 

L’urlo di Katia

Al silenzio di chi doveva parlare ha fatto da contraltare il rumore di chi si pensava avrebbe taciuto. È il caso di Katia Tarasconi, delegata 45enne dell’Emilia Romagna: rappresenta quel mondo che soffre il distacco tra la base ed i vertici, ha difficoltà a dire agli iscritti dove sta andando il Pd o almeno dove vorrebbe andare.

Frusta i big: «Ritiratevi tutti. Siete accecati dalle vostre divisioni e ambizioni per non capire che la gente non ci segue più. Abbiamo bisogno di persone nuove, pensanti e non riconducibili a nessuna corrente. Il Pd deve essere libero e non ostaggio di qualcuno. Noi dovremmo essere il Partito della gente e invece vedo già qua dentro un cordone che divide l’assemblea: quelli importanti separati da tutti gli altri. Non va bene, dobbiamo essere tutti insieme».

Un urlo nel deserto dell’Ergife. Fatto mentre la sala si sta svuotando, mentre i delegati si preparano ad andare via, sono voltati di spalle.

Esempio plastico di un Pd che non sa ascoltare.

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