[Indimenticabili] Così vinse l’outsider venuto dall’Est (di S.Messina)

Indimenticabili * Gli articoli scritti nella cucina dell'antica arte del giornalismo, condannata alla graduale dissoluzione o alla sopravvivenza a sé stessa: ecco perché c'era un tempo nel quale i quotidiani si vendevano. E oggi non di vendono più. Così scrivevano i narratori di storie

Solo per i buongustai della cucina dell’antica arte del giornalismo, condannata alla graduale dissoluzione o alla sopravvivenza a sé stessa: ecco perché c’era un tempo nel quale i quotidiani si vendevano. E oggi non di vendono più. Così scrivevano i narratori di storie. Soppiantati oggi da praticoni ed orecchianti: incapaci di arrivare mai all’arte degli antichi cantastorie.

 

di Sebastiano MESSINA

per LA REPUBBLICA

*

E se rifiutasse? Il dubbio si fece strada improvvisamente, nei pensieri del cardinale Aloisio Lorscheider, l’uomo che nella sacra penombra della Cappella Sistina aveva appena finito la sua discretissima campagna di persuasione.

«Lo guardai, durante l’ ultimo scrutinio – ricorda il cardinale, nella quiete della sua casa di Porto Alegre – e mi accorsi che man mano che si avvicinava la sua elezione la sua faccia diventava sempre più seria, il suo sguardo sempre più grave: chi l’ avesse visto, avrebbe detto che non sembrava affatto contento di sapere che stava per diventare Papa».

 

Alle cinque della sera del 16 ottobre 1978, quando ormai il Conclave era a un passo dalla fumata bianca, il cardinale brasiliano fissò nella sua memoria il volto del futuro pontefice: un volto carico di preoccupazione, quasi di angoscia. Karol Wojtyla sembrava spaventato.

Aveva cambiato espressione sin dalle prime votazioni, quando gli scrutatori avevano contato prima cinque, poi sette, poi undici schede con il suo nome.

Un nome così nuovo, per qualcuno, che l’acustica deformata della Cappella Sistina provocò una innocente gaffe. «Ma chi è questo Botiglia?» domandò, candidamente, a pranzo, il guatemalteco Mario Casariego.

Il cardinale polacco appariva così angosciato che insieme all’attesa per la sua imminente elezione si era diffuso improvvisamente il timore di una sua rinuncia.

All’arcivescovo di Torino Michele Pellegrino, seduto nello scranno alla sua destra, Wojtyla aveva rivelato tutti i suoi timori già durante il primo giorno di votazioni, dopo che i tre scrutatori avevano letto cinque schede col suo nome: «Prego Dio che mi allontani da questa prova».

«Se Dio la presceglie, Dio la sosterrà» gli aveva risposto, sottovoce, il cardinale piemontese.

 

Ma quell’ incoraggiamento non era bastato. Prima della votazione decisiva, il futuro Papa era stato visto entrare, agitatissimo, nella minuscola stanza dell’ anziano Stefan Wyszynski, il primate di Polonia: «Se ti eleggono, ti prego di non rifiutare» gli aveva detto Wyszynski, adoperando per l’ ultima volta la sua autorità primaziale sul cinquantottenne arcivescovo di Cracovia.

Forse Karol Wojtyla pensava a questa raccomandazione, che suonava quasi come un ordine, mentre il cardinale Lorscheider lo fissava durante l’ ultima votazione.

 

Avevano fatto presto, in fondo. Tutto si stava concludendo entro il terzo giorno di conclave.

Eppure l’ esito era assai diverso da quello che quasi tutti avevano previsto. Il pomeriggio di sabato 14 ottobre, mentre i cardinali si avviavano in silenziosa processione verso la Cappella Sistina ascoltando le armonie solenni del «Veni Creator Spiritus», l’ inno sacro del tempo di Carlo Magno («I nostri sensi illumina/ fervor nei cuori infondici/ rinvigorisci l’ anima/ nei nostri corpi deboli»), tutti sapevano che la battaglia sarebbe stata tra i due favoriti: il conservatore Giuseppe Siri, «precoce arcivescovo di Genova» (nominato a 40 anni, cardinale da un quarto di secolo, primo dell’ ordine dei Preti) e l’innovatore Giovanni Benelli, 54 anni, porporato da appena 15 mesi ma conosciuto da tutti come il potente sostituto alla Segreteria di Stato sotto Paolo VI, prima di essere nominato arcivescovo di Firenze.

Sulla carta, il settantaduenne Siri – alfiere della controriforma al Concilio, sostenuto da molti italiani e appoggiato dai tedeschi – era il favorito numero uno. Al punto che il prudente Wyszynski, alla vigilia del Conclave, aveva confidato al segretario del cardinale italiano di non avere dubbi: «E’ fatta: lei sarà il segretario del prossimo Papa».

Si sbagliava. Siri commise un errore forse fatale, rilasciando un’intervista a un giornalista della “Gazzetta del Popolo”, Gianni Licheri, proprio il giorno prima dell’inizio del Conclave. Un’intervista dalla quale traspariva, insieme alla sua ambizione, tutta la sua ostilità per la democratizzazione della Chiesa: «Io non so assolutamente cosa sia la collegialità episcopale».

Qualcuno si incaricò di recapitare a tutti i cardinali quell’intervista, seppellendo così le sue impazienti speranze. «Siri – spiega il cardinale Salvatore Pappalardo, ripensando a quei giorni – era un uomo che scolpiva le sue parole. Quando aveva finito, aggiungeva sempre: “Dixi”. Come per dire: ecco come la penso, adesso vedete voi».

 

Ancora più esplicito è il cardinale Lorscheider: «Diciamo la verità: l’arcivescovo di Genova non era benvoluto. Era quasi impossibile che uscisse il suo nome». Di sicuro non lo votò nessuno dei due. Pappalardo e Lorscheider, infatti, erano tra i quindici grandi elettori che la sera dell’11 ottobre si erano dati appuntamento al Seminario Francese per rispondere all’offensiva finale dei conservatori pro-Siri. E il gruppo dei “conciliari” aveva deciso di puntare su Benelli.

Il primo scrutinio confermò la presenza di due gruppi contrapposti. Una trentina di voti per Benelli, altrettanti per Siri. A seguire, una manciata di voti dispersi. Per le successive quattro votazioni continuò il testa a testa tra i due italiani, ai quali si aggiunse a un certo punto il presidente della Cei, Ugo Poletti. Con quanti voti? Questo non si è mai saputo con certezza, perché le schede e i fogli con i risultati vengono bruciati immediatamente, insieme agli appunti dei presenti, e i cardinali hanno l’obbligo di mantenere il segreto assoluto sulle votazioni.

Si sa, però, che i due candidati più forti superarono a turno la maggioranza assoluta (56 voti) ma non quella dei due terzi (75) richiesta per l’ elezione. E presto si capì che nessuno dei due l’avrebbe mai raggiunta: avevano toccato entrambi il tetto dei loro consensi.

«Naturalmente erano riflessioni che ognuno faceva nella sua mente” – avverte il cardinale Lorscheiderperché nel Conclave, contrariamente a quello che molti pensano, non c’è nessuna discussione, nessun dibattito. Si prega e si vota, si prega e si vota. Solo per votare ci vuole tanto tempo, perché dopo aver scritto il nome sulla scheda ogni cardinale doveva andare sull’ altare della Cappella Sistina e pronunciare il giuramento: “Chiamo a testimone Cristo Signore, che mi giudicherà, che il mio voto è dato a colui che, secondo Dio, ritengo debba essere eletto”. Moltiplichi questo rito per 111 e capirà perché ci volevano due ore per conoscere un risultato. Poi, ogni tanto, c’ era il pranzo o la cena: la ricreazione».

 

Fu proprio durante la “ricreazione” della domenica sera, dopo quattro votazioni a vuoto, che prese quota la candidatura Wojtyla: abbastanza anticomunista per piacere ai conservatori, abbastanza innovatore per conquistare i «conciliari».

L’ esperto segretario di Stato di Paolo VI, il francese Jean Villot, l’aveva previsto cinque mesi prima: «Lei, eminenza, è l’unico che possa raggiungere i due terzi in Conclave», gli aveva detto durante il pranzo organizzato in Vaticano per festeggiare i suoi 58 anni, nell’appartamento di monsignor Andrzej Deskur.

L’ arcivescovo di Cracovia godeva anche dell’invisibile appoggio dell’Opus Dei: il 18 agosto, prima di entrare nel Conclave che avrebbe eletto il suo predecessore, era andato nella cripta di Santa Maria della Pace a pregare sulla tomba di Jose Maria Escriva de Balaguer, il fondatore del potente Ordine che poi sarebbe stato elevato, sotto il suo pontificato, a «prelatura personale del pontefice».

 

Ma il vero regista della sua elezione fu l’ arcivescovo di Vienna, Franz Koenig, un uomo dalla statura imponente. Fu lui ad avvicinare Wyzynski, dicendogli: «Forse la Polonia ha un suo candidato».

L’ anziano cardinale equivocò: «Ma se io lasciassi il mio Paese sarebbe un trionfo per i comunisti». Koenig, imbarazzato, si spiegò meglio: «C’è anche un’altra persona…». L’ altra persona era l’ arcivescovo di Cracovia.

Tra l’ aperitivo e il caffè di domenica sera, Koenig parlò con i cardinali tedeschi, con i francesi, con gli spagnoli e con gli americani, lasciando cadere nel discorso, con elegante leggerezza, il nome del suo candidato.

A convincere i sudamericani e i “conciliari” – durante il pranzo del lunedì – ci pensò Lorscheider.

 

Il cardinale polacco aveva ricevuto cinque voti già nella quarta votazione, l’ultima del primo giorno. Poi le schede erano salite a sette, quindi a undici. Ma le cose cambiarono con il settimo scrutinio, quando raccolse quasi la metà dei voti, o forse più.

Fu allora che le ultime resistenze caddero. «Non ci furono conciliaboli» assicura Pappalardo.

«Semplicemente, parlò il risultato della votazione. Nella Chiesa non c’ è uno scontro tra maggioranza e opposizione: ognuno ha le sue idee, certo, ma a poco a poco si fa strada una posizione più forte e allora si cerca di arrivare a una comunione, a una convergenza. Così anche quelli che hanno votato per un altro dicono: beh, se è questo il nome giusto, allora facciamolo uscire con forza».

 

Andò proprio così. Nell’ottava votazione, l’ultima, Wojtyla raddoppiò i suoi voti e raccolse una maggioranza schiacciante: 99 voti su 111.

Quando l’ applauso smise di risuonare tra gli affreschi della Cappella Sistina, il Camerlengo Villot si avvicinò al Papa eletto, ancora curvo con lo sguardo grave, e toccandolo sulla spalla pronunciò la formula canonica: «Acceptasne eletionem de te canofice factam in Summum Pontificem?». Allora il nuovo Papa alzò lo sguardo: «Obbedendo nella fede a Cristo mio Signore, abbandonandomi alla dolcissima Madre di Cristo e della Chiesa, consapevole delle grandi difficoltà, accetto».

«Quo nomine vis vocari?».

«Per la mia devozione a Paolo VI, e per l’ affetto per Giovanni Paolo I, mi chiamerò Giovanni Paolo II».

 

Erano le 17,40. Venti minuti più tardi, prima ancora che la fumata bianca annunciasse al mondo l’ elezione, il nuovo pontefice con la veste talare bianca ricevette l’ omaggio dei cardinali che lo avevano eletto.

Quando venne il turno del cardinale Casariego, gli sussurrò all’ orecchio una battuta che tutti capirono: «Così ora lei sa chi è Botiglia!».

Il cardinale sorrise, diventando rosso come il suo zucchetto. Avremmo imparato tutti, e in fretta, chi era Karol Wojtyla.

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