E l’Agenzia delle Entrate disse: ci abbiamo ripensato, ridacci i soldi

Il caso della legge cambiata per strada. E ora le imprese che hanno investito rischiano di vedersi revocati gli 'sconti' sulle imposte da pagare. In provincia di Frosinone rischia il 70%. I casi limite

Giovanni Giuliani

Giornalista malato di calcio e di storie

Maledetta burocrazia, maledetta rigidità. Tantissime piccole e medie imprese ciociare rischiano di  non vedersi riconosciuto il credito di imposta per ricerca e sviluppo (R&S): in pratica, lo ‘sconto’ sulle tasse con il quale lo Stato restituisce alle imprese una parte delle somme investite per migliorare i loro prodotti, snellire i processi per realizzarli. L’allarme lo ha lanciato il direttore di Federlazio Frosinone, Roberto Battisti. 

 Prima di  entrare nel tema bisogna capire cosa è il credito di imposta per ricerca e sviluppo: è un’agevolazione a favore delle imprese; lo Stato stimola le imprese ad vestire in ricerca e sviluppo per realizzare prodotti più competitivi di quelli dei principali avversari. In che modo stimola ad investire? Trasforma una parte dei soldi spesi in ricerca considerandoli un credito che l’impresa sconta sulle imposte. Esempio pratico: ho speso mille euro per fare ricerca innovativa, supponendo che l’agevolazione sia del 50% l’azienda ha diritto a 500 euro di credito da scontare sulle prossime imposte.

Il credito d’imposta per lo sviluppo e la ricerca è una delle cinque agevolazioni fiscali del piano nazionale Industria 4.0, introdotto dal Governo di Matteo Renzi con Decreto Legge n. 145 del 2013 e successivamente attuato con il Decreto 190/2015 del Ministero delle Finanze.

I controlli dell’Agenzia

Foto: Imagoeconomica / Benvegnù Guaitoli

L’Agenzia delle Entrate sta portando avanti i controlli. Sta verificando se davvero le aziende che hanno scontato una parte delle tasse usando il Credito d’Imposta avevano investito i soldi in Ricerca e Sviluppo. Quale è il problema?

L’Agenzia non riconosce alcune spese che le aziende avevano calcolato come relative a ricerca e sviluppo. «Questo perché – dice il direttore Federlazio Frosinone, Roberto Battisti ragiona sulla rigida documentazione. Spesso le Pmi fanno interventi di ricerca e sviluppo poco codificati che costituiscono un avanzamento tecnologico di un’azienda». 

Dove sta il problema? La legge è stata pensata per le grandi aziende. Ma l’ossatura delle imprese sul territorio è fatta da piccole, medie e micro attività. Ed i loro interventi non sempre possono seguire l’iter codificato per le grandi. Ma all’Agenzia delle Entrate non possono tenere conto della nostrana ‘arte di arrangiarsi’: per loro carta canta e legge è legge.

 «Nei casi dubbi – osserva Battisti – sarebbe necessario un confronto con le aziende alla presenza di esperti del Ministero, anche perché a causa di questa eccessiva rigidità oltre al danno si rischia la beffa». 

Ridammi lo sconto

Si possono creare dei casi limite in cui l’Agenzia non riconosce gli investimenti. Ritiene che le spese portate in detrazione non siano proprio per Ricerca & Sviluppo. In quei casi l’azienda si vede così costretta a ridare indietro il credito di imposta con il rischio anche di una multa

Facciamo un esempio. Un’azienda X ha assunto due ingegneri per fare ricerca spendendo in un anno 100mila euro: se l’Agenzia delle Entrate non riconosce l’investimento come ricerca e sviluppo (ad esempio perché ritiene che i due ingegneri sia stati assunti ma messi a fare gli uscieri) l’impresa X è costretta a rinunciare a circa 100mila euro di sconto sulle tasse (e quindi dovrà pagare le tasse che aveva defalcato). A ciò si aggiungono le sanzioni e gli interessi.

Perché così rigidi

Per capire da cosa derivi questa eccessiva rigidità bisogna tornare indietro nel tempo. Il provvedimento sul credito di imposta per ricerca e sviluppo concepito all’inizio era  meno ingessato rispetto alle modifiche sorte nel tempo. Con gli anni sono cambiati alcuni parametri. Di fatto la norma – lamentano le aziende –  è diventata sempre meno chiara.

In sostanza cosa fa l’Agenzia delle Entrate? Essendo cambiati i parametri, applica retroattivamente norme che nel periodo in cui erano stati maturati i crediti di imposta non c’erano. Tornando all’esempio degli ingegneri: li assumo a gennaio, poi a giugno cambia la norma e dice che gli ingegneri non rientrano nel Credito d’imposta; l‘Agenzia delle Entrate non tiene conto del fatto che li ho assunti a gennaio ma dice ‘guarda che non si può fare‘, senza considerare ‘da quando non si può fare‘.

Si prende spunto da un passaggio, in particolare, inserito in un comunicazione della Commissione europea nel quale si fa riferimento al cosiddetto “Manuale di Frascati”. Un Manuale che declina, in pratica, cosa è e cosa non è Ricerca e Sviluppo nei Paesi membri dell’Ocse ( Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico).

Parlano inglese

Secondo le aziende oggetto degli approfondimenti di questi mesi si tratta di un mero documento statistico per classificare le attività di R&S. L’Agenzia delle Entrate lo utilizza come elemento di controllo per le sue valutazioni.  Oltretutto quel Manuale- fanno ancora notare le aziende coinvolte in questa vicenda –  è in lingua inglese e non vi è una traduzione ufficiale in italiano.

Per capire il caos attorno alla materia si può portare un altro esempio. Quello di due aziende della provincia di Frosinone con progetti similari su un software. A quello presentato nel 2016 dalla prima impresa l’Agenzia delle Entrate diede parere positivo. Quello presentato ai giorni nostri da un’altra azienda, di fatto simile, vede la stessa Agenzia delle Entrate non riconoscere il credito di imposta per ricerca e sviluppo.

 In questo stato di incertezza ci sono due pronunce importanti da menzionare. La decisione del Tribunale di Aosta del 6 maggio scorso che evidenzia l’inapplicabilità retroattiva di requisiti, entrati solo in tempi recenti nella modus operandi dell’Agenzia delle Entrate, che vengono utilizzati in maniera indiscriminata nei controlli di qualsiasi annualità.

 E poi il pronunciamento della Commissione Tributaria di Vicenza del 9 luglio scorso; in pratica dice che l’Agenzia delle Entrate non ha competenze sotto il profilo tecnico per stabilire cosa è e cosa non è sviluppo. Lo deve stabilire il Ministero dello Sviluppo Economico.

Tutti giù per terra

     Stime ufficiose dicono che il 70/80% di Pmi ciociare che avevano i requisiti per il credito di imposta rischiano di restituirlo. E il danno ancora una volte è doppio.. Perché le aziende che si stanno scontrando con i problemi burocratici difficilmente si rimettano in gioco in futuro con altri provvedimenti del genere.

     Da non sottovalutare il problema sulle tempistiche. Ci sono casi di imprese che hanno avuto  accesso al credito di imposta R&S che hanno fatto progetti con il mondo delle Università: ad una in particolare nel 2019  è stato chiesto un approfondimento nella documentazione. L’azienda ha prodotto la documentazione ma tutt’oggi non ci  sono  stati riscontri. Nessuno che gli dica se va bene o no. E gli riconosca il credito.

Un problema quello che sta caratterizzando le piccole e medie imprese ciociare che in altre zone  italiane  è già tristemente conosciuto. L’esempio più eclatante è quello relativo alla Regione Marche e alla Provincia di Ancona con effetti davvero critici.

Partendo da tutte queste considerazioni Federlazio Frosinone chiede un approccio meno burocratico e più concreto su sviluppo e ricerca.

 «Per questo – ribadisce il direttore Federlazio Frosinone, Roberto Battisti –  c’è  la necessità di attivare un tavolo tra Agenzia delle Entrate ed imprese con il supporto del  Ministero dello Sviluppo economico. Per approfondire in maniera concreta gli aspetti tecnici. L’obiettivo, nel pieno rispetto  delle regole, é che l’attività di ricerca e sviluppo non venga bloccata sul nascere da una situazione come questa».

 Altrimenti come riparte davvero un territorio?

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