Niente di nuovo a parte Daniel (di E. Ferazzoli)

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L'ultima partita disputata dal Frosinone ha mostrato fin dove può arrivare questa squadra. Mettendo a nudo il motivo che ha spinto a decidere per il ritiro: la necessità di amalgamare. Perché è l'animo, non il cielo, a dover cambiare. Anche se restano le irragionevoli costanti

Elisa Ferazzoli

Giornalista in fase di definizione

È inutile cambiar sede se l’animo è malato.

Il Frosinone contro l’Empoli non vince. Va in vantaggio due volte e per due volte si fa recuperare. Non prima di essersi fatto sorpassare con l’ennesimo goal messo a segno appena rientrati dagli spogliatoi.

Anche le statistiche della gara parlano chiaro. Le conclusioni in porta degli ospiti sono il doppio di quelle dei ciociari. Il 3-3 è in sostanza un miracolo che nasce, finalmente, da un pizzico di fortuna e dalla classe indiscussa di un giocatore che quella fascia da capitano ce l’ha attaccata al cuore prima che sul braccio.

La prima vera esultanza dello Stirpe è un urlo liberatorio che arriva dopo 9 giornate fatte di incredulità, senso di impotenza e vergogna. Arriva col goal numero 74 di Daniel Ciofani. Una rete che lo trasforma nel miglior marcatore di tutti i tempi del Frosinone.

 

Non è così che tutti immaginavano questa Serie A. Non era questa la serie A che il presidente aveva promesso ai suoi tifosi quando aveva dichiarato esplicitamente, nella conferenza di inizio stagione, di voler fare un campionato diverso da quello del 2015/2016. Un concetto rafforzato dall’annuncio, sempre in quella circostanza, di lasciare la presidenza in caso di retrocessione.

 

L’animo devi mutare non il cielo.

 Perché nasce il dubbio che il ritiro prolungato nella Capitale non sia da solo la soluzione giusta per insegnare ai giallo azzurri la nostalgia di quell’amore vasto e infinito chiamato Frosinone.

Un po’ di amalgama in più si è vista (leggi qui Angelo Massimino dal paradiso disse a Stirpe: «Compra Amalgama»). Per il resto però nulla è cambiato.

La gran parte della gara è un dejà-vu. È una squadra che “si concede” per 15’ per poi rallentare, che retrocede nella propria metà campo, che mostra poche idee di gioco, che è distratta e vittima dei suoi stessi errori. Nelle 9 gare disputate, tutti i giocatori o quasi sono colpevoli di aver commesso sbagli grossolani e al limite del ridicolo. Per non parlare dei goal incassati nei primi 5’ minuti della ripresa.

“Sembra quasi oramai una costante, bisognerebbe forse riuscire a saltare i primi tre minuti ed entrare tre minuti dopo. Perché veramente è paradossale prendere goal sempre, appena si rientra dagli spogliatoi dopo due minuti e su una disattenzione” ha detto Longo al termine della gara.

 

Le irragionevoli costanti

Eppure di costanti irragionevoli in questa panchina ce ne sono molte.

È discutibile che ci si ostini a voler adottare una difesa a tre quando è evidente, dagli errori commessi da chiunque si sia assunto finora questo ingrato compito di ricoprire quei ruoli, che nessun giocatore si trovi a proprio agio con questo modulo. 24 reti in nove gare è un dato oggettivo che non può essere letto soltanto come frutto di continue distrazioni.

 

È paradossale ed indicativo che dopo un ritiro in cui si sta dando “la possibilità di fare gruppo, di stare insieme, conoscersi meglio e quindi migliorare le prestazioni” nessuno corra ad abbracciare il proprio allenatore: né al primo, né al secondo e nemmeno ad un terzo goal che ribalta il risultato. Non è forse anche l’allenatore parte di quel gruppo che si sta cercando di costruire?

 

E non è forse un’analisi superficiale fermarsi alla constatazione di un dato oggettivo e cioè che “quei giocatori non stiano facendo vedere le cose che hanno messo in mostra in altre piazze” senza prendere in considerazione il peso che la leadership di Longo esercita su questo gruppo e sul suo rendimento?

 

Se è vero che “bisogna muoversi perché il campionato non ci aspetta” e altrettanto certo che anche solo ipotizzare la possibilità che non vi sia più tempo a gennaio per rimediare agli errori commessi nella campagna acquisti non fa che affossare una fiducia e un entusiasmo nei tifosi e nell’ambiente, già allo stremo delle forze.

Perché quando sul 3-3 la Nord ha intonato “Fino alla fine dai Frosinone” quel ritornello non è partito in crescendo come sempre. È risuonato vuoto, freddo e distante. È svanito in un attimo lasciando il posto ad un interrogativo.

Chissà se faccia più male smettere di sperare o sperare che tutto finisca al più presto.

 

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