Zappalà, la vita come un’Alfa con il carburatore a doppio corpo

Vita e ricordi di Stefano Zappalà, l'unico pontino riuscito a diventare parlamentare Europeo. E da lì a riformare le professioni in tutta Europa. Una vita vissuta come un'Alfa 169. Ma di quelle con il carburatore a doppio corpo.

Lidano Grassucci
Lidano Grassucci

Direttore Responsabile di LatinaQuotidiano.it

Ho acceso il telefono, come si fa la mattina. La domenica mi piace dormire, sono nato d’aprile. La mattina viene banale, pensi che sia tutto capitato, nulla è da accadere.

Un messaggio mi dice “E’ morto Stefano Zappalà”. Impietrisco, perché, nel bene e nel male le nostre vite si sono incrociate, e anche a passi paralleli. Ricordo quando venne in redazione, lavoravo a Latina Oggi, e mi disse: «voglio fare il deputato europeo». Sorrisi: ma il collegio europeo va da Massa Carrara a Minturno, le Marche… Lui di rimando «Ci riesco».

Chiese aiuto a tutti, diceva «uno di Latina in Europa». Era tra i fondatori di Forza Italia, eravamo diventati amici nell’incontro dovuto al mio lavoro. Lui era consigliere regionale insieme a Titta Giorgi e Sese Caldarini, due setini e lui era l’unico “straniero”. Li chiamavo Qui, Quo e Qua perché avevano fatto un patto, ed erano di partiti diversi: quando di parlava di Latina erano come una testuggine romana.

Era ingegnere, uno pratico, non dal pensiero sottile alla Caldarini, non popolare e popolano alla Giorgi, era razionale, metodico. Era siciliano, di Siracusa, di cui conservava l’idea della gerarchia sociale, della forma, del rispetto. Persona complessa, carattere con tanti spigoli, talvolta chiuso in un io molto forte.

Ho lavorato con lui per quasi tre anni all’assessorato al Turismo della Regione Lazio, avevamo idee diverse spesso, avevamo modi diversi di lavoro, distanti per generazioni, per sensibilità, ma una esperienza di lavoro bella, forte, creativa. Ci vedevamo in ufficio ogni giorno per parlare di lavoro, ma prima di tutto di politica, spesso per scontrarci. Mi diceva, quando scherzava per la mia testardaggine, che ero di Crocemoschitto, una frazione di Sezze che non è la mia, per dirmi che era capoccione, forestico, ma lui non era da meno. Poi sapeva dei sezzesi e ci giocava sopra. Io naturalmente mi incazzavo: “sono de le ostarie”.

Ora posso confessare che la mia soggezione nei suoi confronti era dovuta al fatto che mia insegnate di lingue al liceo era Ida Panusa, la moglie, che si faceva chiamare, come si usava allora “professoressa Zappalà”, io in inglese ero un somaro patentato. E la cosa rimane.

Ma passammo pomeriggi interi a parlare delle tartarughe, dei cani, dei mici che popolavano la sua casa piena di cose della sua vita. L’ultima volta mi fece vedere le tartarughe appena nate e sorrideva, quasi fossero un poco figlie di questa sua vita che era, invece, piena di ricordi, di raccordi con le cose del passato.

Era di carattere non facile e orgoglioso di una legge europea, la direttiva Zappalà, che ha riformato le professioni nell’Unione. Era come una medaglia.

Ammirava Corona, Muzio nomi che vi dicono poco, ma sono stati il pezzo più innovativo della Democrazia Cristiana della ricostruzione e della costruzione di una città da un piccolo agglomerato di case che era Latina.

Da quella Dc prese un poco il senso di aristocratica superiorità, si sentiva un poco più alto, più saggio.

Mi disse un giorno: «sai perché mi stai simpatico? Perché sei stato con me uguale quando ho vinto e quando ho perduto. In pochi hanno condiviso la seconda sorte». Gli feci fare un programma a Tele Etere quando aveva perso ogni incarico e le elezioni europee, non lo dimenticò mai.

Veniva da Latina centro, dove viveva, a San Michele con una Fiat 500 perfettamente restaurata, perché amava le macchine (aprì con amici la prima concessionaria Maserati al tempo di De Tomaso e della Biturbo). Era un alfista, che per chi capisce, capisce che è uno che di auto se ne intende. E di Alfa parlammo tanto, avevamo tutti e due una 169, ma la mia era una 2000 la sua 2400 con il doppio scarico, e la cosa mi rodeva.

Ma è la vita che ti unisce e ti distanzia, ti fa ritrovare e lasciare. Ogni tanto gli idioti in servizio permanente effettivo mi dicono “hai lavorato con Zappalà” come fosse un demerito, una offesa. Sì l’ho fatto, lo rifarei (come ogni cosa della mia vita) perché eravamo amici, come tutti gli amici litiganti, perché mi chiese la mia professione ed io feci del mio meglio per quel che sapevo, perché era intelligente. Non mi chiese mai per chi votavo, ogni tanto dell’intesa con Titta Giorgi era geloso, poi diceva …“sezzesi”.

Ti saluto Stefano, non ho detto in questo pezzo di cose pubbliche, perché la tua mancanza per me non sarà una cosa pubblica ma mia, privata.

Saluto Ida, dal somaro in inglese quale fui, sono e resto. Buon viaggio Stefano con un’Alfa carburatore doppio corpo e tu puoi capire che musica è.

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