I candidati ed il problema della cornice

Il problema ora per centrosinistra e centrodestra è la cornice. Senza la quale è impossibile parlare di candidature. Le scelte per Camera e Senato passano per la Regione Lazio. Ecco perché

Il problema è la cornice. Ed è dannatamente complesso, sia per il centrodestra e sia per il centrosinistra. Tanto alle elezioni Politiche e tanto alle Regionali. Per capire come finiranno le elezioni bisogna partire da qui: dalla cornice che dovrà contenere il quadro. Cioè dagli accordi che si faranno e dentro i quali ci saranno i nomi dei candidati.

La scelta del presidente della Repubblica di fissare la data delle elezioni a così stretta scadenza ha spiazzato tutti. Anche chi invocava elezioni subito. Perché non ci sono cornici già fabbricate e già pronte a contenere il quadro delle candidature.

I falegnami del centrodestra

Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Matteo Salvini © Imagoeconomica, Stefano Carofei

Perché la logica vuole che Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia con l’Udc e Cambiamo vadano a comporre una cornice. Ma di che forma, quali dimensioni e con quali limiti non è per niente chiaro. Come stanno dimostrando gli incontri di questi giorni. Giorgia Meloni ha in mano la forza dei sondaggi e si trova al bivio di un percorso che ha iniziato a costruire da anni: non ha voglia di perdere tempo tra cene su terrazze panoramiche o in parchi da fiaba, tantomeno assistere a spettacoli con incantatori di cobra. A Silvio Berlusconi lo ha detto con chiarezza disarmante.

La leader di Fratelli d’Italia gli ha detto nella sostanza “Ti abbiamo rispettato quando stavamo al 2% e ti rispettiamo anche adesso. Ma ora pretendiamo rispetto noi dal momento che stiamo al 20%. Vogliamo patti chiari e subito: non per le elezioni ma per dopo. Altrimenti ognuno per conto suo”.

La manovra di Lega e Forza Italia è chiara. Giocare divisi per colpire uniti. Sullo stesso bersaglio: Fratelli d’Italia. Così la proposta per tentare di intortare Giorgia Meloni è: “Chi prende più voti è il primo Partito ed ha il diritto di calare il primo nome. Ma la scelta del Presidente del Consiglio si fa sommando le volontà dei Partiti”. Che tradotto significa: noi siamo due, tu sei una e quindi decidiamo noi. Il ciaone dei Fratelli è pronto ad essere notificato.

L’altra ipotesi è allora si decide sommando i voti dei Partiti: significa che Giorgia Meloni per reclamare l’investitura dovrebbe passare per il placet dei due alleati. Il ciaone è sempre pronto.

La tattica della divisione

Giorgia Meloni e Francesco Lollobrigida (Foto: Carlo Lannutti / Imagoeconomica)

La tattica è quella di presentarsi divisi, come se Forza Italia e Lega fossero due realtà distinte. Sul piano della forma è così. La sostanza dice altro. L’obiettivo di Matteo Salvini e Silvio Berlusconi non è quello di vincere le elezioni: lo danno per assodato; l’obiettivo vero è non farle vincere a Giorgia Meloni. Che a quel punto pretenderebbe di governare e ne avrebbe ogni diritto.

A dimostrare la teoria del gatto e della volpe è il tentativo di coinvolgere nella discussione anche le Regioni. In modo da avere altre cose sulle quali poter rivendicare o poter fare concessioni. E le Regioni Lazio e Sicilia sono centrali in questa strategia. È per questo che la Lega sta sollecitando Fratelli d’Italia a schierare come candidato governatore Francesco Lollobrigida, espertissimo capogruppo a Montecitorio e già assessore nella giunta Poverini; il quale non ci pensa proprio: “Abbiamo già dato, con l’amministrazione per ora abbiamo chiuso; ora è il tempo della politica”. Nel tascapane hanno pronto in realtà il nome del direttore leghista del Tg2 Pasquale Sangiuliano. E sollecitare Meloni sul nome vincente di Lollobrigida serve solo a dividere e logorare.

Esattamente come in Sicilia. Dove Lega e Forza Italia si dicono pronti a chiudere il patto con FdI per le Regionali: sul nome di Raffaele Stancanelli. Solo che Giorgia Meloni ha lì il suo Nello Musumeci. Come a dire: siamo pronti a seguirti ma il nome lo decidiamo noi.

In assenza di una cornice non si può parlare di candidati, di divisione dei seggi, di chi verrà confermato e chi verrà spostato. E chi verrà scaricato: perché il taglio di 350 seggi deciso dal referendum farà anche molte vittime politiche.

La definizione della cornice e la sua forma verranno decise mercoledì quando si incontreranno Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi.

La cornice del centrosinistra

Matteo Renzi e Carlo Calenda (Foto Paolo Lo Debole / Imagoeconomica)

Una situazione analoga a quella che sta vivendo il centrosinistra. Il primo problema è la cornice. Anche qui. Perché la totale incapacità politica dimostrata mercoledì da Giuseppe Conte ha fatto perdere le staffe anche agli ultimi che erano orientati per un dialogo con il Movimento 5 Stelle.

Il congedo ai grillini apre un ponte per il dialogo con Carlo Calenda. Che però a questo punto si sta facendo due conti. Legati alla legge elettorale con cui si andrà a votare. Potrebbe trovare più conveniente creare un’alleanza centrista ed insediare i seggi contendibili al Pd, soprattutto su Roma e nel Lazio.

I renziani di Italia Viva hanno ben chiaro che con questa legge sono già estinti se non si aggregano.

E inoltre Giuseppe Conte sta cercando pontieri che lo aiutino a ricostruire una linea di contatto con Enrico Letta. Qualcuno capace di convincerlo che mercoledì non è successo poi granché e l’affondamento del Governo è stato solo un gioco finito male.

Qualsiasi contatto autorizzerebbe Calenda e Renzi ad assumere rotte distanti anni luce.

Appesi a Nicola

Roberta Lombardi e Nicola Zingaretti (Foto Francesco Benvenuti © Imagoeconomica)

In assenza di una cornice è impossibile anche per il centrosinistra parlare di candidature. Ed anche in questo caso la questione si intreccia con le Regionali. In particolare quelle del Lazio. Dove nei giorni scorsi c’era stato un primo corpo a corpo tra Area Dem (del ministro Dario Franceschini e del Segretario Regionale Bruno Astorre) con l’area di Claudio Mancini (il deputato romano originario di Picinisco ha espresso il sindaco Roberto Gualtieri) e quella di Goffredo Bettini (sulle cui frequenze è sintonizzato Nicola Zingaretti).

Le Primarie ora sono un concetto di fantapolitica. In settimana c’è stata una cena alla quale hanno partecipato i colonnelli di Mancini e Bettini: hanno fatto il punto; presente l’ex presidente della Provincia di Roma Enrico Gasbarra. Ha confermato la sua disponibilità ad essere candidato per il dopo Zingaretti. Soprattutto se non c’è il rischio di passare per le Primarie dove il risultato sarebbe per nulla scontato.

Molto dipenderà dalla scelta che farà Nicola Zingaretti. Chi gli è vicino assicura che intende dimettersi da Governatore del Lazio un secondo dopo avere firmato la candidatura al Senato. Il che manderebbe la Regione al voto entro 90 giorni: al massimo entro novembre. Troppo pochi per organizzare un dibattito interno tra le componenti e trovare una quadra sulla candidatura. Per questo c’è chi sta sollecitando affinché le dimissioni vengano rassegnate almeno un minuto dopo l’avvenuta elezione a Palazzo Madama che renderebbe incompatibile Zingaretti imponendogli di scegliere dove rimanere. Il che sposterebbe le elezioni al massimo entro dicembre.

Vertice regionale a stretto giro

Bettini, Astorre, Mancini

I più pragmatici vorrebbero invece che Zingaretti attendesse la formale comunicazione dell’incompatibilità. Considerati i tempi di convocazione delle Camere, la costituzione delle Commissioni, la riunione delle prime sedute, le elezioni nel Lazio slitterebbero alla loro naturale scadenza di marzo 2023.

Nel frattempo assumerebbe le funzioni il vice presidente Daniele Leodori.

A tutti i protagonisti è chiaro che l’unica soluzione sta in una cornice da portare già confezionata al Segretario nazionale Enrico Letta. Mettendo a sistema sia le candidature nel Lazio e quella a governatore della Regione.

Bruno Astorre sa che in questa fase non c’è tempo da attendere. Ed un chiarimento, formale o informale fa poca differenza, è inevitabile. Avverrà in tempi brevi. Perché senza cornice non si può parlare del quadro.

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