Il senso della morte di Emanuele (di A.Porcu)

A Manuel piaceva la vita. Soprattutto quella all’aria aperta: nei boschi intorno ad Alatri. Ci andava spesso e quasi sempre con la mimetica verde e marrone che lo faceva sentire libero nella natura. Si portava il fucile, la mattina all’alba: a caccia di tordi e beccacce. O con la canna da pesca. Era abilissimo Emanuele, una volta era riuscito a prendere all’amo una carpa che non entrava nella telecamera del telefonino per quanto era grande. Non aveva paura di niente: nemmeno dei serpenti: un giorno ne aveva preso uno in mano bloccandogli la testa tra le dita,  quasi a volergli dimostrare d’essere lui il più forte. Non sembrava che avesse appena vent’anni, Emanuele Morganti.

Per togliergli la vita ci si sono dovuti mettere in tre, o di più. I carabinieri di Alatri stanno cercando di capirlo e forse nelle prossime ore ci riusciranno. Ma una cosa è certa. Volevano ucciderlo.

Non è una rissa finita male, non è una maledetta fatalità dopo uno spintone o uno schiaffo. No: qui hanno colpito per uccidere. Perché se colpisci una persona sull’osso del collo, con un paletto o una chiave inglese, così forte da spezzarglielo, lo sanno pure i bambini che o lo uccidi o se gli va bene lo rendi paralitico. Se poi continui a colpire sulla testa, fino a rompere le ossa del cranio, allora non c’è dubbio. Vuoi ammazzare.

Se sia andata così lo stabilirà Vittorio Misiti, uno dei più esperti tra i magistrati in servizio nella procura di Frosinone. Viene dalla vecchia scuola, quella dove non conta solo il codice ma soprattutto l’elemento umano: nelle ventiquattrore tra le 4 di sabato mattina e le 4 della domenica nessuno si è fermato nemmeno per un panino. Tutti a cercare chi e perché aveva massacrato Emanuele.

Le prime indiscrezioni dicono sia stato per un cocktail, preso dal bancone del Mirò Music Club pensando fosse stato servito a lui. E invece era di un ragazzo albanese. Che non ha gradito l’errore e allora sono arrivati alle mani. Se sia stato per questo o per un altro motivo, la differenza è poca.

La differenza è nessuna. Perché nessun motivo può essere valido per ammazzare un ragazzo a vent’anni. Nessuna ragione può giustificare quel letto che ora resterà vuoto per sempre. Nè quella mimetica che da oggi rimarrà per sempre nell’armadio. O quella canna che non catturerà più nessun pesce. Niente può valere tutti i sogni che hai a vent’anni e che non potrai vivere, le lacrime che non verserai per gli errori che non avrai il tempo di compiere, i sorrisi che non potrai regalare a chi poteva volerti bene in tutti gli anni davanti a te.

Odio senza ragione.

C’è troppo odio nelle nostre vite. Odio nelle parole che vomitiamo sulle tastiere sfogandoci davanti ad un pezzo di plastica illuminato. Odio nelle cose che diciamo a quelli che incontriamo, appena voltano le spalle. Non sappiamo più dire le cose in faccia, ascoltare, metterci in discussione. Siamo sempre più animali che si nutrono dell’odio che cresce nella loro solitudine. Per ricordarci che possiamo dire parole come ‘grazie‘, ‘scusa‘, ‘per favore‘, si è dovuto scomodare Papa Francesco.

Solo animali così possono essere capaci di ammazzare Manuel a vent’anni.

Ma non sono riusciti ad ucciderlo nemmeno se ora lui non è più. I suoi genitori sono riusciti a dargli la vita un’altra volta: donando gli organi che al loro ragazzo ora non servono più. Sconfiggendo l’egoismo che gli avrebbe dato il diritto di tenerselo tutto per il loro dolore.

Uccidendo quell’egoismo, i genitori di Emanuele Morganti, hanno regalato il sorriso a tanti altri figli di persone a loro sconosciute. Tra qualche ora verranno operate e nasceranno pure loro a una nuova vita. Da una, ne hanno generato tante. Senza nemmeno voler sapere chi fossero e chi saranno da domani.

Padre Massimiliano Kolbe, porgendo il braccio al capitano medico delle SS che stava per iniettargli l’acido fenico con cui sarebbe stato ucciso, stremato dai patimenti ebbe ancora la forza di dirgli «Lei non ha capito niente della vita capitano… l’odio non serve a niente. Solo l’amore crea. Ave Maria…»

Graze, papà e mamma di Emanuele, per avere risposto con l’amore all’odio che vi ha portato via un figlio. La sua vita aveva un senso. Così avete dato un senso pure alla sua morte. Che altrimenti non ne avrebbe mai avuti.

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