Il tunnel della morte

La tragedia di Cannavinelle a Mignano Montelungo. Una delle più gravi nella storia d'Italia. L'esplosione di 60 chili di antonite all'interno del tunnel che si stava realizzando per il nuovo impianto idroelettrico. Furono 42 le vittime: di età tra 21 e 48 anni.

Fernando Riccardi

Historia magistra vitae

Mignano Montelungo, piccolo paese in provincia di Caserta: devastato dalle bombe dell’ultima guerra. Ad un tiro di schioppo da Montecassino e, quindi, nell’epicentro delle ostilità. La sua sorte, come quella di tanti altri comuni adagiati nelle vicinanze, era segnata. Lì, sulle balze brulle del monte Lungo, nel dicembre del 1943, i giovani soldati del Raggruppamento Motorizzato, il primo nucleo del Regio Esercito passato con gli Alleati, sacrificarono le loro vite nel tentativo di strappare quelle alture ai tedeschi. Ma anche per dimostrare che il fante italiano, se motivato e ben diretto, era capace d’imprese eroiche.

Il generale Vincenzo D’Apino a Monte Lungo nel periodo 8-16 dicembre 1943

Dopo aspri combattimenti i soldati del generale Vincenzo Dapino, il 16 dicembre, conquistarono la vetta del monte. Drammatico il bilancio: 80 morti, 160 dispersi e 190 feriti. Questi giovanissimi soldati riposano nelle candide tombe marmoree del sacrario militare realizzato dopo la fine della guerra.

La conclusione delle ostilità significò anche per Mignano l’inizio della titanica opera di ricostruzione. Si trattava di ripristinare tutto quello che la bufera bellica aveva spazzato via: edifici pubblici e di culto, strade, ponti, piazze, abitazioni.

La ricostruzione

La prima opera fu la ricostruzione della chiesa di Santa Maria Grande, nel cuore del paese. Per molto tempo questo grandioso tempio rimase da solo in piedi, in mezzo ad un polveroso ammasso di macerie. Pian piano, però, l’operosità dell’uomo riuscì a compiere l’ennesimo miracolo e, accanto alla chiesa, iniziarono a prendere forma altri edifici.

Una fase dei lavori di scavo

La vita riprendeva a scorrere seguendo il suo normale ritmo e con essa si apriva la grande stagione dei lavori pubblici, indispensabili per tornare a far camminare una nazione segnata dalle ferite della guerra. Il che significava anche occupazione e, quindi, portare a casa uno stipendio dignitoso. La qualcosa assumeva grande importanza in un contesto così precario e desolato. Ecco perché, quando a Mignano e dintorni si seppe che l’impresa Farsura di Milano avrebbe dovuto realizzare in loco un’importante opera pubblica per conto della Società Meridionale per l’Elettricità, tutti, ma proprio tutti, si sentirono più sollevati.

Si trattava di scavare un tunnel nelle viscere del monte Cesima per realizzare un acquedotto che avrebbe alimentato la futura centrale idroelettrica Enel di Montelungo. La galleria, lunga 4 chilometri e 600 metri, andava da Roccapipirozzi, frazione del comune molisano di Sesto Campano, fino a Cannavinelle, località di Mignano Montelungo.

Il progetto

La centrale idroelettrica Enel di Montelungo – spiega il progetto – è un impianto di produzione di energia che utilizza le acque del fiume Volturno, sbarrato in località Colle Torcino in territorio di Capriati a Volturno. Le restituisce nel fiume Garigliano dopo aver alimentato anche la centrale di Montemaggiore.

I lavori iniziano nel novembre del 1949 e vanno avanti senza intoppi nel rispetto dei tempi stabiliti. Sono suddivisi in tre macro-lotti. Il primo consisteva nello scavo e nella posa in opera di tubi di cemento armato costruiti sul posto dall’Opera di Presa alla finestra di Roccapipirozzi. Invece il secondo interessava l’area dalla finestra di Roccapipirozzi alla finestra di Cannavinelle: consisteva nella realizzazione di una galleria con scavo di roccia sotto il monte Cesima ed erano proprio quelli affidati all’impresa Angelo Farsura di Milano. 

Il terzo va dalla finestra di Cannavinelle alla finestra Pozzo Piezometrico: consisteva nella realizzazione di una galleria con scavo di roccia sotto i monti Montelungo e Peschito. L’intera galleria- compreso il tratto artificiale – ha un diametro interno di 4,20 metri ed una lunghezza di 14,640 chilometri.

La tragedia del tunnel

Tutto procede secondo il programma. Tanto che nel 1951 le squadre di operai che lavoravano nei due versanti del tunnel s’incontrarono e festeggiarono al di sotto del monte.

Il 25 marzo del 1952, quando mancavano pochi mesi all’ultimazione dell’opera e alla consegna dei lavori, improvvisa e inaspettata, la tragedia. Alle ore 11.16 di quell’infausto giorno, all’interno della galleria, mentre gli operai del turno mattutino si trovavano al lavoro, scoppiò una violenta e assordante esplosione. In men che non si dica quel tunnel acquistò le sembianze di un girone infernale. E, cosa ben peggiore, diventò la tomba per tante persone, senza contare il numero dei feriti, più o meno gravi, che riuscirono a portare a casa la pelle.

I soccorsi, coordinati sul posto dal sindaco di Mignano Arduino Albanese, si misero in moto immediatamente. Si fece a gara, con straordinaria abnegazione, tra soldati, poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco e gli stessi operai del cantiere, per cercare di prestare aiuto a quei poveretti, ma ben presto ci si accorse che c’era ben poco da fare.

Una delle più gravi di sempre

La tragedia fu una delle più gravi che il nostro Paese ricordi, seconda soltanto a quella che si verificò nel luglio del 1916 nella miniera di Casteltermini, in provincia di Agrigento, dove per una esplosione di grisou, persero la vita 89 minatori.

Una delle vedove (Foto: Archivio Storico Enel Napoli)

La dimensione del disastro iniziò a dipanarsi in tutta la sua imponenza quando le squadre dei soccorritori, usando un trenino, iniziarono a deporre le salme di quegli sventurati, ricomposte alla meglio, nel piazzale antistante l’ingresso della galleria. Piazzale che, poco alla volta, si riempì di familiari, parenti, conoscenti e amici che cercavano notizie dei loro cari. E anche dei feriti che furono subito dirottati negli ospedali di Cassino, Venafro, Teano, Capua, Caserta e Napoli.

Alla fine il bilancio fu di 42 vittime: 35 gli operai morti nel cantiere di Cannavinelle, 5 in quello di Roccapipirozzi, dove l’esplosione giunse con minore intensità, mentre 2 persero la vita a causa delle gravi ferite e delle ustioni riportate.

Ma da che cosa era stata provocata l’esplosione? Inizialmente si pensò a una fuga improvvisa di gas metano. In seguito, però, da un’indagine esperita dalla Procura della Repubblica di Cassino, che si avvalse della consulenza del Servizio Tecnico di Artiglieria, si giunse alla conclusione che la tragedia era stata provocata dallo scoppio di 60 kg di antonite che si trovavano all’interno della galleria e che dovevano essere utilizzati per i lavori di ampliamento del tunnel.

Con ogni probabilità l’esplosione fu determinata dal contatto accidentale con una fonte di calore, come una lampada di acetilene, un fiammifero oppure una cicca di sigaretta, visto che nel cantiere era consentito fumare. Lo scoppio generò all’interno della galleria due violente onde d’aria che migrarono in entrambi i sensi travolgendo uomini, attrezzature e materiali.

I funerali

Una delle recenti commemorazioni

Dei 42 caduti, tre erano di Mignano Montelungo e altri tre di Sesto Campano, i comuni dove erano stati allestiti i cantieri. Quanto agli altri operai morti, moltissimi provenivano dall’Abruzzo (19), e poi dal Lazio (7), dalla Campania (6), dalla Calabria (2), dalla Basilicata (1) e dalla Lombardia (1). Il più anziano aveva 48 anni mentre il più giovane aveva appena 21 anni: lasciarono 32 vedove e 65 orfani.

Tante le storie struggenti che si possono raccontare. Come quella dell’ingegnere ventiseienne di Napoli Massimo Di Giacomo, venuto volontario a Cannavinelle per acquisire esperienza sul campo, dopo essersi laureato con il massimo dei voti. E l’altra di Giuseppe Proietti, 22 anni di Mignano, che alla fine del mese di marzo avrebbe dovuto mollare tutto per raggiungere il cognato in Canada.

Le salme, chiuse in modeste bare fatte venire da Caserta e da altre città, furono portate nella chiesa di Santa Maria Grande e deposte sul sagrato in attesa del rito funebre. I morti del cantiere di Roccapipirozzi, invece, furono condotti a Venafro. I funerali, concelebrati dal vescovo di Teano, monsignor Giacomo Palombella, si tennero la mattina del 27 marzo alla presenza di una folla strabocchevole, muta e in lacrime.

Terminata la funzione, le bare furono portate fuori dalla chiesa dagli operai del cantiere scampati alla tragedia, caricate su alcuni camion e, salutate dalla popolazione che s’inginocchiava e chinava il capo al passaggio. Quindi il mesto corteo s’incamminò verso i paesi d’origine dei morti.

L’orologio della tragedia

La tragedia di Cannavinelle suscitò un’enorme emozione. Colpì un Paese che si apprestava faticosamente a lasciarsi alle spalle le profonde ferite della guerra. Per un istante sembrò quasi che quell’incubo fosse tornato a materializzarsi.

La Società Meridionale di Elettricità e l’Impresa Farsura donarono al Comune di Mignano la somma di 15 milioni di lire. Il sindaco dell’epoca li diede alla parrocchia con il compito di realizzare un’opera che servisse all’intera collettività. Venne costruito un asilo.

Poco alla volta tutto rientrò nel suo alveo. Rimase soltanto il peso enorme della tragedia, assurda e triste. Come quel modesto orologio di metallo rinvenuto al polso di un operaio morto nella galleria di Cannavinelle, le cui lancette erano ferme alle 11.16, l’ora della spaventosa deflagrazione, l’ora in cui tutto ebbe fine. 

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