La civiltà dei sondaggi. Dove vince Barabba (di C. Trento)

I problemi seri del territorio? Non vengono affrontati. E se qualcuno ci mette mano lo fa solo per avere una manciata di 'Like'. In questo modo stiamo per far cancellare quel poco di peso che i territori fino ad oggi sono riusciti a conservare. Ecco perché

Corrado Trento
Corrado Trento

Ciociaria Editoriale Oggi

Viviamo nella civiltà dei sondaggi, dove imperano i “like”. Dove qualità, merito, competenze e preparazione sono facilmente sacrificati sull’altare di folle plaudenti, al tempo stesso alimentate e divorate dalla rabbia. Oltre che dalla superficialità. Il problema però è che anche le classi dirigenti, in primis quelle politiche, assecondano gli umori della “piazza social” per paura (sì, paura) di perdere quel che resta del consenso popolare.

Ma qualcuno ha mai davvero riflettuto sul perché negli ultimi anni i flussi elettorali si spostano così massicciamente e rapidamente? E in maniera così effimera? Da Silvio Berlusconi a Matteo Renzi, fino ai Cinque Stelle e alla Lega? Non sarà perché magari, inseguendo l’attimo fuggente, si è persa di vista la prospettiva di medio e lungo periodo? Non sarà perché, magari, decisioni impopolari sono fondamentali per le prossime generazioni?

Adesso tutti stanno applaudendo l’esito della terza votazione (su quattro) della proposta costituzionale di ridurre il numero dei parlamentari: da 635 a 400 deputati, da 315 a 200 senatori. Un “taglio lineare”che però presenta diversi rischi e molte insidie. I padri costituenti non avevano buttato quei numeri a caso. Quei numeri (635 e 315) danno sostanza al concetto di rappresentanza politica, stabilendo un equilibrio tra eletti ed elettori.

Ha scritto Francesco Clementi su Il Sole 24 Ore:

«Sulla base di quei numeri, come con un meccanismo di alta precisione, si regolano i quorum definiti dalla Costituzione per eleggere le figure di garanzia costituzionale (presidente della Repubblica, giudici costituzionali, componenti del Csm); infine quei numeri consentono alle Camere di strutturarsi il modo da garantire a tutti, minoranze come maggioranze, Regioni grandi come piccole, il diritto ad essere pluralisticamente rappresentate».

Il rischio di alterare il pluralismo democratico è reale.

La sindrome di Stoccolma della politica

Eppure, dicevamo, la politica si piega al verso del “pollice” della folla social. Manifestando la sindrome di Stoccolma, quella nella quale la vittima prova sentimenti positivi verso l’aggressore. Guai ad essere sommersi da commenti contrari. Non ci si rende conto che con meno parlamentari da eleggere ci saranno collegi più grandi. E ad essere tagliati fuori saranno i territori più piccoli.

E questo sarà il primo passaggio per poi diminuire altre forme di rappresentanza: regionale, provinciale (vogliamo parlare degli effetti della Delrio?), comunale. Serviranno meno sindaci, meno consiglieri, meno assessori. Però non conta, nessuno si sofferma davvero su ragionamenti di questo tipo.

La “narrazione”che va per la maggiore è quella che è fondamentale “tagliare”il più possibile. Fra l’altro in questa legislatura la prospettiva della riduzione del numero dei parlamentari potrebbe determinare l’effetto arroccamento: con gli attuali deputati e senatori blindati a Montecitorio e Palazzo Madama. Con meno seggi a disposizione quando ripasserebbe una simile processione?

Circa un anno fa Davide Casaleggio, punto di riferimento dei Cinque Stelle, disse:

«Oggi grazie alla Rete e alle tecnologie, esistono strumenti di partecipazione decisamente più democratici ed efficaci in termini di rappresentatività popolare di qualunque modello di governo novecentesco. Il superamento della democrazia rappresentativa è inevitabile».

È questo l’obiettivo finale? Davvero si può pensare che il cittadino sia garantito maggiormente dalla Rete rispetto a rappresentanti eletti direttamente? Davvero un ristretto club di leoni da tastiera sarebbe più “rassicurante”di deputati e senatori?

Ma il Paese va in queste direzione e ci va con i voti di quei politici che non hanno la forza di opporsi alla dottrina dominante. Quella virtuale. L’unica che conta nella civiltà dei sondaggi.

A proposito di sondaggi. Quello che propose Ponzio Pilato alla folla non era in fondo un sondaggio? Chi volete libero, Barabba o Gesù? La folla scelse Barabba. Anzi, ha continuato e continua sistematicamente a scegliere Barabba.

I rifiuti di Roma, il populismo e l’impopolarità

Ogni anno di questi tempi si vota il bilancio della Saf, la società pubblica che gestisce il trattamento dei rifiuti nell’impianto di Colfelice. Ogni anno c’è il tema dell’emergenza dell’immondizia di Roma. C’è perché il Campidoglio non risolve questo problema. D’altronde il fallimento politico ed amministrativo della sindaca Virginia Raggi ha travolto i Cinque Stelle ad ogni livello.

La provincia di Frosinone è stata chiamata, insieme ad altre, a risolvere il problema. Con un’ordinanza del presidente della Regione. In realtà però la Saf tratta da tempo i rifiuti della Capitale. In realtà gli scarti della lavorazione dei rifiuti romani vengono trasferiti in discariche fuori provincia. In realtà senza il trattamento dei rifiuti provenienti da altri Ato l’impianto di Colfelice non lavorerebbe al massimo delle potenzialità e questo influirebbe in modo negativo sui bilanci della società.

Lo sanno tutti, in primis i sindaci. Ma l’unica cosa che conta per la politica, in un settore delicato come quello dell’immondizia, è l’effetto Nimby (non nel mio cortile).

La provincia di Frosinone da anni non conosce emergenze di questo tipo grazie ad un sistema che funziona. Un sistema di raccolta, trattamento e smaltimento in virtù del quale il ciclo dei rifiuti si chiude in provincia. Pure in questo caso però molti amministratori cavalcano l’onda populista con toni da crociata. Non riflettendo sul fatto che a lungo andare, se il ciclo si spezza, l’emergenza rifiuti potrebbe arrivare in Ciociaria.

E questo territorio non ha certo il peso politico di Roma. Ma vuoi mettere il pieno di “like”sui social network?

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